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venerdì, 08 maggio 2009
In... baccarat, ---biblioteca racconti

 

 

Il sagrestano
“Abbiamo trovato la cassettina di legno, chiusa da un piccolo lucchetto, ben nascosta dentro ad un confessionale tarlato e in disuso nella sacrestia di una piccola chiesa di campagna. Le pareti  scrostate, i mobili vecchissimi, un antico arazzo sbiadito alla parete che raffigurava un santo a cavallo armato di una spada ci avevano come catapultati in un’altra epoca. Da un lato c’era il prete che continuava a ripetere che eravamo nella casa di Dio e che dovevamo essere timorati, dall’altra c’era Ignazio, il sagrestano, muto, con la testa china in mezzo a due appuntati che sembravano due angeli custodi… Mi ricordo che istintivamente ho guardato fuori dalla finestrella alle mie spalle e solo la vista dell’auto -una panda nuova di zecca che da pochi giorni il comando ci aveva fornito in dotazione- mi aveva riportato con i piedi per terra…”

L’arrivo nel negozio di un ragazzino magro e brufoloso interrompe momentaneamente il racconto di Bruno, maresciallo dei carabinieri in servizio presso una cittadina del Piemonte. Mentre mi appresto a servire il primo cliente della giornata, vedo il mio amico guardarsi attorno con i suoi vivaci occhi azzurri, ora un po’ sbiaditi dagli anni, e colgo nello sguardo un’espressione a metà tra la tristezza e l’insofferenza. Il paese è travolto dai turisti: a quest’ora i bagnanti si muovono incolonnati in direzione del mare con il loro carico di asciugamani, cappellini, borracce lasciando nell’aria l’odore dolciastro delle creme abbronzanti, mentre i bambini schiamazzano eccitati e si portano appresso i secchielli di plastica colorati, pieni di biglie e di cianfrusaglie varie. Io ormai ci sono abituato, lui no e li vede come degli usurpatori e invasori. 
Infatti scuote la testa e non appena siamo soli sbotta:
“Guarda quanta gente, ma sono venuti tutti qua in ferie?”
“E per fortuna che sono qua, altrimenti mi dici come farei a mangiare?” gli rispondo di rimando.
Siamo seduti su due seggiole impagliate, proprio fuori dal mio negozietto di souvenir e articoli da mare “Ortigia”, che ho aperto da qualche anno per cercare di riempire il vuoto in cui sono precipitato dopo la morte della mia Rosa. Stamane Bruno mi ha aiutato a esporre la mercanzia davanti al negozio e ora chiacchieriamo tranquilli, circondati dai canotti gonfiabili, stuoini, pinne, salvagente a forma di paperelle ed espositori vari.
Aggiungo:
“Guarda che te ne sei andato via trent’anni fa per fare carriera al nord, nel caso te lo fossi dimenticato, e le cose sono cambiate… Tu vieni giù una volta ogni morte di papa e vorresti trovare tutto com’era. Scommetto che pretenderesti di ritrovare anche il chiosco dell’Assuntina con le sue granite alla mandorla, giusto?”
Eravamo cresciuti attorno al chiosco dell’Assuntina. Ci si arrivava dopo aver fatto la discesa che dalla piazza del municipio portava al mare. Era al fondo del paese, vicino alla strada provinciale,  poco più di una baracca circondata da quattro sgangherati tavolini di ferro e da qualche sedia pieghevole. Allora era il ritrovo preferito di tutti noi ragazzi, dove per poche lire potevamo gustare le minnulate migliori di tutto il siracusano. In quel posto erano nati i primi amori, si erano fatti litigi memorabili e discussioni interminabili, si era sognato su cosa avremmo fatto da grandi.
“Certo che mi piacerebbe! Lo sai bene… Il mio ricordo è ancora talmente vivo che rivedo tutto come allora e continuo a scendere per quella strada, inesorabilmente, ogni volta che vengo al paese illudendomi di vedere, giù al fondo, il chiosco rosso dell’Assuntina”  mi risponde Bruno con voce venata dalla malinconia;  poi cambiando d’improvviso tono conclude: “Mah…mi sa che sto diventando un vecchio rincoglionito  che tra un po’ si mette a piangere per la commozione. E l’Assuntina, a pensarci bene, oggi dovrebbe avere più di cento anni: era già vecchissima allora.”
Bruno ride con quel suo modo di fare che negli anni non è cambiato, una risata quieta, poco più di un gorgoglio sommesso.
“Ecco, bravo, te lo stavo proprio per dire io. Vai invece avanti con la storia che hai iniziato perché ora sono curioso di sapere come va a finire…”
Ogni tanto gli chiedevo di raccontarmi qualcosa delle indagini che faceva lassù e a volte mi accontentava, come oggi.
“Quella sacrestia di cui ti stavo parlando è la sacrestia di una chiesetta situata in aperta campagna, una specie di santuario che viene aperto solo una volta all’anno, in occasione della festa di Sant’Anna: per tutto il resto del tempo nessuno ci va perché fuori mano e anche perché il portone è chiuso a chiave…”
“E scommetto che le chiavi le aveva il sagrestano, giusto?”
“Già, proprio così. Quando eravamo andati nella casa parrocchiale, il prete aveva messo a soqquadro tutto l’ufficio prima di ammettere che erano sparite. Si era giustificato dicendo che la parrocchia era grande e quindi non riusciva a star dietro a tutto; aveva asserito che prima o poi sarebbero saltate fuori. Per noi, però, quelle chiavi sparite erano un tassello importante. Insomma, eravamo sicuri che ad uccidere quelle donne fosse stato Ignazio, ma dovevamo trovare una certa cosa che l’assassino aveva nascosto e quel santuario sempre chiuso poteva essere un nascondiglio ideale.”
“Ma come le uccideva, ‘sto fetuso?”
“Le strangolava, dopo averle immobilizzate e dopo aver…”
Bruno si interruppe, pensoso.
“Dopo aver fatto cosa?”
“Beh… se proprio lo vuoi sapere, le spogliava completamente, poi le pettinava e le truccava. Quando erano belle –uso una sua espressione-  le succhiava a lungo i capezzoli per farli diventare turgidi. Solo allora accendeva le candele e lasciava gocciolare sopra la cera fino a ricoprirli: ne abbiamo trovato traccia sui seni di tutte e tre le donne uccise. A quel punto si masturbava davanti a loro, poi le ammazzava. Sono state proprio le candele a portarci sulla strada giusta.  Gli esperti, dall’esame dei residui, avevano stabilito che erano candele comunissime, tipo quelle che si mettono in chiesa davanti alle madonne o ai santi.”
“Anche su c’è questa usanza?”
“Di giocare con la cera o di mettere le candele ai santi?” mi chiede Bruno ridendo.
“Scemo! Intendevo le candele ai santi…” rispondo ridendo a mia volta.
“Ma cosa pensi? Guarda che quelli di su –come li chiami tu-  non sono dei miscredenti...”
Mi limito ad alzare le spalle e non rispondo. Bruno, allora, continua:
“Insomma, per farla breve, tra la storia delle candele e il fatto che le tre ammazzate fossero donne devotissime e sempre in parrocchia a dare una mano, ci siamo concentrati su questo Ignazio. Cinquant’anni mal portati, solitario e scontroso di carattere, cresciuto in un orfanatrofio. Nessun lavoro stabile, dedicava tutto il suo tempo alla parrocchia come sagrestano tanto che il prete gli pagava una stanza e gli faceva correre qualche soldo per le sue esigenze. Uno psicopatico che nessuno aveva mai riconosciuto come tale…”
L’arrivo di una donna avvolta da un pareo a fiori rossi e arancioni interrompe il racconto del mio amico. La cliente guarda alcuni prezzi, poi si ferma davanti alle cartoline e fa girare più volte l’espositore. Io friggo, ma quella, con tutta evidenza, non ha la minima fretta. Alla fine mi porge tre cartoline, chiedendomi se ho i francobolli. Scuoto la testa e batto con rapidità lo scontrino alla cassa; la donna è appena uscita in strada che dico a Bruno:
“Ancora non so che cosa cercavate in quella cassetta…”
“La prova definitiva, te l’ho detto! Pensa che prima che l’aprissimo, Ignazio si è messo a piangere come un bambino e a dire tra i singhiozzi: ‘Mi perdoni don Piero, mi perdoni’ come se il perdono di don Piero fosse per lui la cosa più importante. Io sapevo che cosa avrei trovato,  ma non ti nascondo che sono rabbrividito nel vedere quei sei capezzoli ricoperti di cera allineati sul fondo della cassetta, sopra ad un pezzo di stoffa. Don Piero ha fatto in tempo a farsi il segno della croce, prima di uscire fuori di corsa, pallido come un morto, a vomitare persino l’anima...”
Rimaniamo in silenzio per un po’, ognuno perso nei suoi pensieri.
“Mi fosse venuto un mal di pancia, invece di chiederti di raccontarmi una storia… Però, anche tu Bruno, potevi raccontarmi qualcosa di meno orribile…”
“Sai che giorno è oggi?” mi fa lui di rimando.
“Certo, oggi è il 26 luglio.”
“Ecco, appunto, oggi è Sant’Anna”  e aggiunge con tono semiserio:
 “Chissu t’avia a cunturi, nun ci  pozzu fari nenti e macari nun haiu culpa...” (*)
 

(*) Questo ti dovevo raccontare, non ci posso fare niente e in ogni caso non ho colpa.

baccarat

 

 

 

 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Testo selezionato da Francesco Anelli
-Editing: Alexis
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venerdì, 13 marzo 2009
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Stasera offro io di Baccarat


-Era una notte buia e tempestosa…
-Fischia il vento, no? E nemmeno urla la bufera?- intervenne Piero con tono sarcastico.
-Ma stai zitto, avrei voluto vedere te al posto mio… Inutile che ora fai lo spiritoso- ribatté Massimo piccato.
-Ecco, bravo, stai zitto e lascialo parlare!

A pronunciare quest’ultima frase era stato Giovanni, il più giovane dei quattro uomini seduti al tavolo del bar. Piero fece spallucce e si mise a fare un solitario con il mazzo di carte con cui avevano giocato fino a poco prima. Carlo rimase in silenzio, allungò le gambe sotto il tavolo e scivolò con il sedere fin sul bordo della sedia, tenendo in mano la bottiglietta di birra e guardando di sottecchi Massimo, che riprese a parlare:

-Ecco, come stavo dicendo prima che Piero se ne uscisse con ‘sta cazzata del vento e della bufera, era una notte davvero da lupi: il cielo era scurissimo e c’era tutto intorno aria di tempesta. Avete presente quando scende il silenzio assoluto, proprio un attimo prima che si scateni l’inferno? Le bestie sentono l’arrivo della tempesta molto prima di noi e si zittiscono.

L’uomo si interruppe, bevve una lunga sorsata di vino, poi fece un gesto con la mano a Bianca, la donna dietro al bancone, per ordinare un’altra bottiglia di vino. La proprietaria del bar chiese a voce alta: “Lo stesso?”. Massimo fece segno di sì. In quel bar, appena fuori da Casalpusterlengo, si poteva bere il miglior rosato della zona, quello proveniente dalle colline tra San Colombano e Graffignana.

-Ero sul mio furgoncino e cercavo un posto dove potermi riparare per quando sarebbe scoppiata la tempesta. Conoscevo poco la zona ed ero in aperta campagna: tutto attorno non una casa o un ponte o una grossa pianta dove potermi rifugiare.

-Manco fossi stato alla guida di una Ferrari! Il tuo furgoncino, arrugginito e scassato com’è, non patisce di sicuro due gocce d’acqua…- l’interruppe Piero, continuando ad allineare le carte davanti a sé e girandone due alla volta.

-Arrugginito e scassato, eh? Dici? Ma per fare il trasloco per tua sorella andava bene, vero? E poi quel cielo non prometteva, come dici tu, due gocce d’acqua ma una vera e propria grandinata.

Piero non ribatté limitandosi ad alzare gli occhi al cielo, poi riprese a girare le carte. Per qualche istante più nessuno parlò.

Il primo a rompere il silenzio fu Giovanni:
-Dai, Massimo, non stare a sentire cosa dice Piero. Racconta! Cos’è successo?

-Se questo continua a fare il cretino- affermò Massimo indicando con un cenno della testa l’amico che l’aveva interrotto- non racconto proprio più nulla, perché questa non è una storia da ridere.

I due si guardarono in cagnesco per un lungo momento, mentre Giovanni fremeva e temeva il peggio. Era da qualche giorno che Massimo, Carlo, Piero dicevano mezze frasi a proposito di quanto era successo a Massimo il venerdì precedente nelle campagne di Bagnacavallo, un posto a più di duecento chilometri da Casalpusterlengo, ma ogni volta che lui chiedeva spiegazioni gli rispondevano con mezze parole e con un vago “un giorno, poi, ti raccontiamo”.

Aveva dovuto insistere non poco e promettere che quel sabato sera avrebbe pagato lui da bere pur di poter conoscere l’intera storia. Massimo e Piero erano alla seconda bottiglia di vino, Carlo alla terza birra. Giovanni, per limitare le spese, continuava invece a sorseggiare il bicchiere che aveva riempito ad inizio serata, anche se il dito di vino rimasto era diventato caldo e quasi imbevibile. Pensò che se Piero continuava ad interrompere, sarebbe servita una terza bottiglia.  Finalmente Carlo, quello che parlava meno di tutti ma che quando parlava tutti lo stavano ad ascoltare, disse:

-Ha ragione Giovanni: ora tu Piero la smetti e tu Massimo finisci di raccontare cosa ti è successo. A volte, voi due, sembrate marito e moglie: sempre a punzecchiarvi.

Si alzò e si stiracchiò; poi aggiunse:
-Intanto vado a prendermi un’altra birra. Voi volete qualche cosa?
Gli amici scossero la testa e Massimo riprese a parlare come se non fosse stato interrotto:

-Stavo andando lentamente, quando ad un certo punto ho intravisto un piccolo spiazzo al bordo della strada. Mi fermai immediatamente, anche perché nel frattempo m’era venuta voglia di cacare. Sapete come capita: ti viene voglia sempre nei momenti meno adatti ma quando ti scappa, scappa.

Gli altri annuirono comprensivi.

-Sono sceso dal furgoncino e ho fatto qualche passo lungo un viottolo che partiva dalla strada. Avrò fatto sì e no una decina di metri, nel buio più assoluto e in un silenzio agghiacciante… Tutto era immobile e silenzioso, nessun fruscio di foglie, neppure una zanzara o un grillo che mi facesse compagnia. Sembrava fossi l’unico essere vivente su tutta la faccia della terra. A quel punto decido di andare nel prato per liberarmi e –lo giuro- per andarmene via il prima possibile da quel posto che sembrava dover diventare l’inferno in terra. Anche se faceva caldo avevo la pelle d’oca persino sulla testa, nonostante io non sia proprio una donnicciola…

Massimo si interruppe, come per raccogliere le idee, poi tracannò il vino che aveva nel bicchiere, lo riempì nuovamente e passò la bottiglia a Piero che aveva allungato la mano; infine ricominciò a parlare:

-Ho saltato il fosso, una cosa da niente, sarà stato largo due o tre spanne. Non so bene cosa mi sia successo, ma mi sono ritrovato lungo e tirato per terra, come se qualcuno mi avesse fatto uno sgambetto. Sono pure caduto male, perché ho sbattuto la faccia. Ho bestemmiato, poi ho iniziato a muovere una mano per cercare di capire dove ero finito e ho sentito una cosa rotonda. Ho spostato la mano e ho trovato un’altra cosa rotonda. Ragazzi, ve lo giuro, erano delle teste, teste di bambini perché non erano grosse ed erano pelate…

Piero e Carlo annuirono gravemente, mentre Giovanni rimase a bocca aperta e sentì il bisogno di svuotare il proprio bicchiere e di riempirlo nuovamente per la sorpresa.

-E poi?

-E poi? E poi sono scattato come una molla e mi sono messo a correre verso il furgone. Mi era persino passata la voglia di cacare. Sono salito su e sono partito a razzo. Se non ho fuso il motore quella notte, non lo fonderò mai più. Quel furgone sarà vecchio, però è un gioiellino per quanto riguarda la meccanica.

-Terribile! Ma sei sicuro che fossero delle teste? Potresti esserti sbagliato…

-Ecco, lo sapevo che non mi avresti creduto! Per questo non volevo raccontarti niente, ma hai così insistito! Tu, poi, mi conosci da poco… Loro -indicando con la testa Piero e Carlo- che mi conoscono da sempre, sanno che non racconterei mai una balla così grossa. Quelle erano delle teste e qualcuno mi deve aver fatto cadere.

Giovanni aprì e richiuse la bocca un paio di volte prima di riuscire a parlare:
-Secondo te cos’era successo?

-Guarda ne abbiamo parlato a lungo. Forse sono finito nel bel mezzo di un rito satanico, quei riti dove fanno dei sacrifici umani. Una volta ho letto una notizia del genere, ma non ricordo con precisione dove era successo... Posso solo ringraziare la mia buona stella se sono qui a raccontarvi tutta la storia.

Per qualche istante tacquero, ognuno perso nei propri pensieri. Giovanni riprese a parlare:
-Ma non hai pensato di andare alla polizia?
-Ma sei scemo? Mi sarei messo in un mare di guai. Manco sapevo dove mi trovavo…
-Però Giovanni ha ragione, dovevi fare qualcosa- disse Carlo con aria grave. Poi continuò:
-Si potrebbe fare una spedizione e cercare di rintracciare quel posto: che ne dite?

Si misero a parlare tutti insieme, a discutere sul come e sul quando. Era mezzanotte passata ed erano alla quarta bottiglia di rosato, quando Giovanni disse che si era fatto tardi e che se ne sarebbe andato a casa.

-Ricordati di pagare, prima di uscire- disse Carlo mentre lo salutava e gli augurava una buona notte.
Rimasti soli, i tre amici scoppiarono a ridere.

-Sei stato davvero bravo! Pensa che ad un certo punto ho avuto così paura che per farmi coraggio ho sentito il bisogno di riempirmi il bicchiere…- commentò Piero tra le risate degli amici.

-Beh anche tu sei stato in gamba: hai visto Giovanni com’era preoccupato per le tue interruzioni? Mancava poco che gli venisse un colpo- fece Massimo, quasi strozzandosi per il gran ridere.

-Se insistevamo ancora un po’, quello era praticamente pronto a partire per Bagnacavallo seduta stante. Ma si può essere così scemi?- osservò Piero dando una gran manata sulla spalla di Massimo.

Scolarono i bicchieri, poi Massimo, dopo essersi asciugato la bocca con il dorso della mano, alzò il bicchiere vuoto in una sorta di brindisi:

-Bisogna dare il merito a Carlo per la genialata di trasformare quella mia stupida caduta nel campo di meloni in una storia degna di quel regista, come si chiama? quello dal nome impossibile.

-Iccoc, si chiama Icocc! Ma cosa ve lo dico a fare? Dai Bianca, porta tre grappini che a questo giro offro io!

Baccarat


 

 

 

 

 

 

 

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giovedì, 01 gennaio 2009
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Il battito del Re
C’era una volta un paese arroccato in cima ad un’altissima montagna. Tutto intorno cresceva una foresta così folta ed impenetrabile che rendeva quel posto nascosto e inaccessibile al mondo intero.
In quel paese la gente viveva abbastanza felice: dico abbastanza perché, in realtà, era alla mercé dei capricci del Re, uomo egocentrico e dispotico.
Il Re –di cui preferisco tacere il nome- aveva imposto una serie di regole e di convenzioni per ricordare in ogni momento ai suoi sudditi che lui era il capo assoluto.
Aveva stabilito, ad esempio, che l’unità di misura della lunghezza era il “passo del Re” e quella del peso era semplicemente il “peso del Re”.
A chi andava in merceria a comprare due decipassi del Re di bordura era normale sentirsi chiedere dal negoziante: “Due decipassi del Re di corsa o di passeggio?”. Questo ovviamente se il negoziante era onesto.
Dal macellaio si ordinava tre millipeso del Re di prosciutto e tanto bastava a sfamare l’intera famiglia, almeno per il pranzo. Poco importava se in quel periodo il Re era ingrassato: al massimo quel giorno si sarebbe mangiato in abbondanza.
Quello che più infastidiva gli abitanti di quel paese era, però, il sistema imposto per misurare il tempo. Non esistevano né orologi da polso, né da tavola, né da muro: solo per strada, ad ogni angolo, si potevano trovare degli orologi, strumenti sofisticatissimi collegati al battito del cuore del Re.
“Ci vediamo tra ottocento battiti del Re”: così gli amici, all’uscita dal lavoro, si davano l’appuntamento per ritrovarsi all’osteria.
“Se non smetti immediatamente di parlare starai in punizione per quattromila battiti del Re!” era la minaccia che le maestre usavano per quegli allievi particolarmente indisciplinati e vivaci.
“La pausa pranzo non può superare duemilaquattrocento battiti del Re” si leggeva sul cartello all’ingresso della prestigiosa e unica fabbrica di gnomi.
Immagino che vi starete chiedendo perché la gente era insoddisfatta. Facile da capire! Dovete sapere che il Re conduce una vita assai sregolata: era capace di addormentarsi in pieno giorno o di mettersi a correre a perdifiato all’ora di pranzo, senza farsi il minimo problema o scrupolo. In paese si sussurrava che lo facesse apposta, insomma che la sua fosse vera cattiveria e non solo sbadataggine. Gli inconvenienti che ne derivavano erano innumerevoli.
Capitava che il fornaio sbagliava i tempi di lievitazione e tutta la gente si ritrovava sotto i denti del pane immangiabile. Oppure il dentista non azzeccava i tempi per l’anestesia e, sovente, si udiva il malcapitato di turno urlare per il dolore. Per non dire dei colori incredibili con cui le donne uscivano dal parrucchiere: che colpa ne aveva il povero parrucchiere se il Re decideva di fare una pennichella proprio nel tempo di posa?
Calub era giovanissimo e come molti giovani era insofferente e convinto di subire tutti i torti di questo mondo. Perché il Re dormiva quando lui era a scuola? La lezione, già di per sé noiosa, diventava interminabile. Perché quando si incontrava con la dolce e timida Liuba il Re si faceva venire la tachicardia? Il tempo volava letteralmente e ancora non gli era riuscito di baciarla.
Calub si tormentava con quelle domande e rimuginava sull’ingiustizia causa suprema della sua infelicità. Era convinto d’avere ragione, ma non si fidava di parlarne con nessuno: la polizia del Re era efficientissima e bastava il minimo cenno di malcontento per essere rinchiuso per milioni e milioni di battiti del Re nella galera del paese.
Così fu solo per combinazione che successe la disgrazia.
Calub stava percorrendo un sentiero, appena fuori dal paese, per andare a trovare Liuba quando incontrò il Re che correva a gran velocità. Il giovane si fece da parte e si profuse in un inchino come la legge obbligava, ma non resistette alla tentazione di fargli uno sgambetto: un bel ruzzolone del Re valeva più di qualsiasi punizione, pensò nell’incoscienza e irruenza della sua giovane età. Poi confidava sul fatto che sarebbe potuto scappare e nascondersi nel bosco.
Il destino volle che il Re cadendo sbattesse la testa su un sasso e morisse all’istante.
I sofisticatissimi orologi del paese impazzirono: alcuni si fermarono, altri iniziarono a correre, altri ancora a rallentare. Nel giro di poco la gente capì che il Re era morto e fu il caos più completo. L’uomo non aveva parenti e, così, iniziarono a litigare per come misurare il tempo: prendere come intervallo di tempo quello scandito dal battito di cuore di chi?
“Il mio!”, “No! È meglio il mio”, “E no! Tocca a me!” urlavano tutti.
Dalle parole passarono ai fatti: volarono schiaffi, pugni e spintoni. Si picchiarono di santa ragione fino a quando, stremati, stabilirono che era impossibile trovare un accordo su chi scegliere. Alla fine convennero che non aveva senso rimanere in quel paese ora che era morto il Re e insieme decisero di attraversare la foresta per cercare altri posti in cui vivere.
E Calub?
Calub è rimasto in cima alla montagna con la sua Liuba, a baciarsi senza tempo.
E vivono felici e contenti.
Come in ogni favola che si rispetti.

baccarat

 

 

 

 
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Programmazione

Concorso Sguardi
4°Concorso Nazionale di Poesia indetto da Rosso Venexiano



dal 15 settembre
al 15 novembre 2009
Bando di concorso Sguardi [fra pochi giorni] per la partecipazione gratuita a Antologia poetica edita dall'Ass.ne Salotto Culturale Rosso Venexiano


vietati video e slide nei post


Iniziative
Temi a cui ispirarsi

tag: sabbia
Sabbia, nulla è più fuggevole della sabbia... dal 5 settembre


Rosso Foto
Rosso Foto Concorso di Settembre


tema: fotografa le tue vacanze
invia le tue foto a rossofoto@gmail.com
entro il 30 settembre 2009


Prossimo tema

tag: elementi della natura
Aria, acqua, terra e fuoco.
dal 12 settembre


Incantesimi lab

Perle
Perla del giorno


Per_la Biblioteca Frammenti

Per_la Biblioteca Les Folies


RV Magazine

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Rosso Grafica
Vincitori Contest Estivo

Rossografica

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Bando di concorso LietoColle
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