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a cura di Antonela Iurilli Duhamel
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Il posto delle donne: creatività e diritti umani
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 “Dove, dopo tutto, cominciano i diritti umani universali? Nei piccoli luoghi, vicino a casa....., così vicini e così piccoli che non possono essere visti su una qualunque mappa del mondo. Eppure essi sono il mondo dell’individuo; il vicinato con cui egli vive; la scuola che frequenta; la fabbrica, la fattoria o l‘ufficio in cui lavora. Questi sono i luoghi in cui ogni uomo, donna o bambino cerca eguale giustizia, eguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato in qualunque altro luogo. Senza un’azione d’impegno civile per applicarli vicino a casa, cercheremo vanamente il progresso in un mondo più grande” (Eleanor Roosevelt, New York, 27 marzo 1958)
Con queste semplici e lucide parole Eleanor Roosevelt ci chiarisce la relazione esistente tra etica, politica e diritti umani. I diritti umani riguardano la sfera dei valori personali e, in quanto tali, richiedono sensibilità verso noi stessi, i luoghi e le persone a noi vicine. Questi diritti, dunque, non sono astratti; nascono e vengono rispettati a partire dalle relazioni più intime. Risulta sterile, oltre che puerile, attendersi che siano i governi ad operare in tal senso servendosi di una mirata politica. La politica, oltretutto, ha smesso da tempo immemorabile di assolvere alla sua funzione di mediatrice dei conflitti in vista del bene comune; al contrario, la politica è spesso responsabile di numerose guerre e, paradossalmente, risulta frequente la scelta di una guerra motivata da ragioni di pace, noncuranti delle conseguenze disastrose per la natura ed i più deboli.
Le parole di Eleanor Roosevelt costituiscono un incitamento a ripristinare i valori di unicità e di sensibilità. Le guerre, ed ogni forma di omicidio razionalmente organizzato e preordinato, sono tollerate solo perché il nemico è un principio immateriale. Il singolo essere umano, privato del riconoscimento del suo carattere di unicità, svuotato di tutto ciò che ne fa una persona fisica reale, è ridotto ad un concetto generico ed astratto che cessa di essere un valore insostituibile; a quel punto la sua morte non suscita più orrore, diventa razionalmente ed emotivamente tollerabile.
Come si pongono le donne nei confronti di questa alienazione generatrice di conflitti senza soluzione di continuità? Quale è oggi la loro reale posizione nei confronti dei diritti umani in generale e nello specifico verso diritti violati delle donne?
Può l’arte ai nostri giorni costituire un antidoto contro barbarie e distruttività ed assolvere ad una funzione di sensibilizzazione per la salvaguardia di tali diritti?
Possono ancora le donne essere promotrici e sostenitrici della pace intesa nel suo valore più profondo, come equilibrio e valorizzazione di tutti gli elementi costitutivi della società?
È possibile tuttora sperare in un recupero da parte delle donne dell’anticha funzione di guaritrice perfettamente in osmosi con la natura, pur nel riconoscimento di quella differenza ed unicità che costituiscono la sua ricchezza?
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Anche nel mondo dell’arte la natura si è quasi completamente dissolta. Il panorama artistico delle culture occidentali industrializzate propone costantemente sperimentalismi spesso fini a sé stessi e slegati dalla realtà dell’umanità, che persino nelle condizioni più disperate tende sempre verso l’unità e l’universale.
Nei romanzo Le tre ghinee” Virginia Woolf suggerisce una via di accesso alla costruzione della pace che parte dal basso, dall’educazione e dalla creatività, e per realizzare questo prezioso progetto offre tre ghinee. La ‘prima’ ghinea è offerta a condizione che sia ricostruito un college “giovane e povero”, mirato alla formazione di coloro che sapranno validamente contribuire alla prevenzione della guerra; in questo college saranno insegnate medicina, matematica, musica, pittura e letteratura, ma anche, e soprattutto, psicologia per comprendere la vita, gli altri e l’arte dei rapporti umani. La creatività avrà la priorità in tutti gli insegnamenti e sarà utilizzata per imparare l’arte di vivere, promuovere l’unione di corpo e mente. La competitività sarà bandita assieme all’esibizionismo, ai diplomi, ai sermoni e alle conferenze, a favore della libertà e della genuina voglia di imparare .
La ‘seconda’ ghinea è offerta per aiutare le donne a guadagnarsi da vivere; perché guadagnarsi da vivere è la prima forma di emancipazione nei confronti del potere maschile; è la condizione che mantiene le donne lucide e critiche nei confronti di quell’embrione di insetto che altrove viene chiamato ‘dittatore’; quel tipo di ente umano convinto di avere il diritto, derivato da Dio, dalla natura, dal sesso o dalla razza, di imporre la propria volontà; “…che diritto abbiamo noi […] di predicare ad altri paesi i nostri ideali di libertà e giustizia, quando ogni giorno della settimana dai nostri giornali più influenti sbucano fuori insetti come questo?”.
La visione della Woolf dunque, crea un collegamento tra conflitto di genere e conflitto di stati; anche se la condizione femminile sembra aver stabilito un maggior equilibrio di forza e potere. Di fatto lo squilibrio esiste ancora ed è molto lontano dall’essere stato risolto. Le quattro forme di dominio maggiori: razza, classe, genere e natura, rimangono tuttora roccaforti inaccessibili.
La natura, le donne e i più deboli (nel loro processo di asservimento) sono ritenuti ancora elementi passivi, comparse silenziose, piuttosto che protagonisti di valore che finiscono con il costituire un invisibile sfondo utile ai veri protagonisti del potere assoluto.
Virginia Woolf si rivela profetica a proposito del rapporto pace-donna e creatività quando si chiede: come sarà la donna che avrà pari opportunità maschili di accedere ai luoghi del sapere e del potere? Sarà essa in grado di non smarrire sé stessa nell’avidità di controllo? Potrà sottrarsi al rischio di divenire anch’essa possessiva, gelosa, aggressiva, troppo sicura di sé e del “giudizio immutabile di Dio, della Natura e della Proprietà”?
Per questi motivi, la Woolfe pone una condizione al dono della seconda ghinea: che la beneficiaria si adoperi affinché una volta giunte in alto, queste nuove donne emancipate siano di aiuto a qualunque essere umano, senza distinzioni di sesso, razza o religione ad intraprendere la professione prescelta.
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La ‘terza’ ed ultima ghinea invece viene donata all’avvocato che le ha inviato la lettera, senza condizioni, in piena libertà in quanto: “l’unico diritto di supremo valore per tutti gli esseri umani, il diritto a guadagnarsi da vivere, è già stato conquistato”. Tuttavia la Wolfe si rifiuta di entrare a far parte dell’associazione di cui fa parte l’avvocato, nonostante la bontà della sua missione: la diffusione dei diritti dell’individuo, l’opposizione alla dittatura, il perseguimento dell’ideale democratico dell’uguaglianza di tutti i cittadini:
“…così facendo annegheremo la nostra identità nella vostra; entreremo, riproducendoli e rendendoli ancora più profondi, dentro i vecchi slabbrati solchi lungo i quali la società […] va gracidando con insopportabile coralità: trecento milioni spesi per gli armamenti. Cancelleremmo la visione che la nostra esperienza della società ci ha aiutate a intravedere”.
Piuttosto ella propone la fondazione di una nuova società: la Società delle Estranee (così chiamata per essere coerente con i fatti della storia che riguardano le donne, della legge e della psicologia femminile). Una libera associazione di figlie degli uomini colti che si impegneranno a guadagnarsi da vivere, a far ottenere alle madri uno stipendio tale da permettere loro un pensiero e una volontà autonome, a denunciare ogni prevaricazione o abuso all’interno del lavoro, a non guadagnare più del necessario, a rifiutare qualsiasi partecipazione diretta o indiretta alla causa della guerra, a ritirarsi da ogni competizione, a rifiutare incarichi ed onori, a operare attività di verifica ed eventualmente di critica in tutti i campi (dalla religione alla scuola, dall’arte alla politica…). Una Società che persegue gli stessi fini dell’associazione dell’avvocato, ma che cerca di raggiungerli con mezzi diversi che provengono da ben altra educazione, da una specifica visione ed interpretazione del mondo che va molto al di là degli stretti confini maschili: “In quanto donna non ho patria. In quanto donna, la mia patria è il mondo intero”.
La continua violenza alla quale le donne sono soggette, la dice lunga su quanto certi meccanismi di potere mantengano inalterati certi squilibri a favore delle classi e dei generi e delle nazioni dominanti.
È innegabile che ci sono stati indubbi miglioramenti nella condizione femminile specie nei paesi maggiormente industrializzati,
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ma queste conquiste non rappresentano un dato di fatto, un diritto acquisito ad Aeternum.L’abuso nei confronti dei più deboli è una pratica costantemente in agguato e le donne, soprattutto quelle più povere e meno colte, sono tuttora quelle più esposte.
Saranno le donne a fare la pace? dice David Grossman nel suo libro A un cerbiatto somiglia il mio amore; noi non possiamo che augurarcelo, ma per fare la pace le donne devono abbracciare la via della disobbedienza nei confronti di un sistema politico promotore di conflitti senza soluzione di continuità, iniziando a rifiutare il linguaggio astratto ed ideale per calarsi in una dimensione maggiormente corporea ed emozionale, ripristinando e valorizzando le sue naturali capacità di empatia. La ricerca della pace è soprattutto un affinamento di sensibilità; grazie ad essa possiamo renderci conto di quanto la conoscenza abbia bisogno di minare l’ignoranza; la compassione di dissolvere l’intolleranza; l’attivismo coordinato di sostituire l’accettazione passiva e la disperazione; il dialogo di sostituire la sterile recriminazione; la giustizia innovativa di prendere il posto della vendetta; la moralità di sostituire le aride speculazioni del commercio e degli affari; ed il riconoscimento della universalità dei diritti umani di divenire una piattaforma comune imprescindibile ed inalienabile.
In occasione della Giornata Internazionale della Donna, le artiste: Borgiani, Carella, Collesei-Billi, Contreras, Dalli Cani, De Paolis, Iurilli-Duhamel, Franzìa, Frontero, Germani, Lume, Manzati, Perziano, Rizzuto, Ronchi-Solfrini, Terragnoli, Tramacere, Trevisan, Vada, hanno esposto le loro opere presso il Il Circolo della Rosa in via S. Felicita, 13 a Verona, dall’1 all’8 marzo 2009
Il ricavato della vendita delle opere volte a sensibilizzare la causa dei diritti violati delle donne è stato interamente devoluto a favore di Amnesty International. La serata di inaugurazione ha inoltre ospitato il monologo di Isabella Dilavello autrice ed attrice de “La donna seduta al mio posto”.
V. Woolfe, Le Tre ghinee, Feltrinelli 2000
D. Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori 2008
A. Iurilli Duhamel
8 marzo 2009-02-26
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Opera di A.Iurilli Duhamel 2009
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Il posto delle donne: creatività e diritti umani
-Recensione ed opera pittorica: Antonela Iurilli Duhamel
-Editing: Manuela Verbasi
-Grafica: Alexis
- Staff di Frammenti
-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto
tremaggioduemilanove
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In tempi più remoti le Arti erano erano sette:
Grammatica, Retorica, Geometria, Aritmetica, Astronomia e Musica. La Filosofia era considerata la madre di tutte le arti, ad un gradino più basso c’erano, le arti tecniche come Architettura, Agricoltura, Pittura, Scultura e altri tipi di manufatto. L'Arte così come la concepiamo ai nostri giorni era solo un mero manufatto.
L’arte nell’antichità prendeva a modello la natura ma ai nostri giorni è sempre più difficile dare una definizione di arte. Da quando nei musei è entrata la merda in scatola di Manzoni dando via libera ad ogni altra forma di dissacrazione e provocazione possibile ed immaginaria, una cosa certa, la cosiddetta Arte del nostro secolo è diventata sempre più indefinibile e incomprensibile. La continua ricerca di originalità, novità hanno distrutto la comunicazione tra artista e pubblico: poesie senza capo e né coda, ferri arrugginiti che creano maestose e pretenziose installazioni,residui organici di ogni tipo, radiografie e quantaltro...esposte nelle gallerie e persino nei musei più prestigiosi del mondo.
Sembra che tutto sia diventato arte e non si capisce più cos’è Arte e cosa non lo è.
Quando questa domanda fu posta a Peggy Guggenheim rispose:“E’ evidente che viviamo in un mondo oramai arresosi al conformismo delle idee, Un mondo non più destinato ad avere una grande filosofia,una grande arte, una grande religione”.
Steven Mithen nel suo libro “La preistoria della mente”, afferma : "L’arte nell’uomo moderno (homo sapiens sapiens) è il prodotto della fluidità cognitiva e nel fare arte sono presenti tre processi cognitivi fondamentali, presenti anche se in forma separata nella mente dell’uomo primitivo ( Neanderthal):
1. La capacità di interpretare i simboli naturali (intelligenza storica naturale).
2. La comunicazione intenzionale (intelligenza sociale)
3. L’abilità di produrre manufatti ( intelligenza tecnica)
Secondo tale definizione l’arte è sostanzialmente comunicazione di immagini simboliche che si esprimono attraverso dei manufatti. John Fowles l’autore di “ La donna del tenente francese” sempre allo stesso riguardo afferma: l’Arte è il miglior mezzo di comunicazione tra esseri umani in quanto complessa ricca di significati e facilmente comprensibile."
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C’è da chiedersi allora perché in campo artistico comunicazione ed espressione sono andati gradualmente annullandosi? Perché la Filosofia rinuncia a percorrere l’arduo cammino del “Bello” e del “Bene”? Perché le arti si allontanano sempre più dalla realtà della vita, non riuscendo più ad immaginare e a indicarci mondi possibili in cui vivere diventando complici della nostra decadenza e del nostro inaridimento come esseri umani?
L’uomo occidentale ha ridotto la sua esistenza entro gli angusti limiti della propria testa e delle proprie idee, corpo, sentimenti e anima sono diventati il vero tabù dei nostri giorni.
L’artista al contrario avrebbe ha la capacità di vestire di anima gli oggetti, di farli vibrare e di comunicarci queste emozioni, di farci percepire attraverso l'opera il suo corpo, i suoi sentimenti la sua anima.
Spetterebbe all’arte e agli artisti combattere per quei valori che ci rendono unici ma credo che questo sia possibile solo grazie alla capacità di ristabilire la differenza tra ciò che è dignitoso e ciò che è miserabile, ciò che è bene e ciò che è male sfidando l’indifferenza e l'abulia della nostra quotidianità, vere malattie spirituali dei nostri tempi.
Dal momento in cui l’arte ha cominciato a separarsi dalla vita è iniziato il processo della sua desimbolizzazione; l’arte sin dai suoi albori ha sempre rappresentato la vita. Nella semplicità della loro filosofia, i nostri antenati sapevano che la vita era più importante dell’arte, l’arte era necessaria per dare un senso a quei fatti della vita che tuttora ci angosciano come: nascita, morte, vita , morte amore ecc tentando di esprimere grazie ad immagini simboliche il rapporto umano con l’assoluto, cercando di dare voce e forma e senso allo smarrimento e alla paura che possono condurre l’essere umano verso il più totale nichilismo.
L’arte non è la semplice riproduzione di immagini o la ricerca di stili e tecniche per quanto sofisticate ed originaliesse possano esssere. L'arte non è una graduatoria.L’arte è un fatto fondamentale dell’essere metafisico.
Nietzsche soleva affermare: "L’arte è l’unica attività metafisica alla quale la vita ci obbliga”.
Dobbiamo riuscire in quanto artisti a contrapporre al nichilismo dilagante una nuova trascendenza, quella dell’espressione dei sentimenti più profondi ed intensi.
BIBLIOGRAFIA
S.Mithen, The Prehistory of The Mind: A Search for the Origins of Art, Religion and Science, London, Thames & Hudson, 1996.
F. Fowles, The Aristos, Pan Book. London 1968
D. Bohm, On the Relationships of Science and Art, in: Anthony Hill, Directions in Art, Theory and Aesthetics] .London, Faber & Faber, 1968.
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Testo e opera di Antonella Iurilli Duhamel
-Redazione
-Editing: Manuela Verbasi ed Emy Coratti
-Staff di Frammenti
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