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venerdì, 08 maggio 2009
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Silenzio
Avete mai immaginato un attimo di totale silenzio? Un profondo, assoluto, meraviglioso silenzio?

Seduti sul tetto di una delle case di una città di pietra bianca immersa nel deserto, le gambe incrociate, lo sguardo perso nei meandri dell'etere che si spande e si appropria di ogni antro e anfratto delle vie. I tetti azzurri delle abitazioni e dei padiglioni che si mescolano al celeste del cielo limpido e sereno. Nessuna traccia dell'umana presenza, solo qualche cesta di canapa abbandonata sui bordi delle stradine sabbiose. In fondo, nella piazza principale, un piccolo carretto in legno privo di una ruota e accasciato sul terreno. Le venature gialle della pietra bianca e friabile simulano la sinuosità delle dune del deserto circostante, che tace immemore.
La spettrale calura che avvolge lo scenario si fa voce di quel silenzio che ha inghiottito la vita.
E si rimane fermi a contemplare e godere di questa tacita voce che quasi soffoca.

Poi un alito di vento rompe la barriera di cristallo, il sogno s' infrange.
E ritorna il Caos.

ThrasHAleXiS

 

 

 

 
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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Testo selezionato da Francesco Anelli
-Editing: Alexis
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venerdì, 13 marzo 2009
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Notte a Malà Strana di Alexis
Quella notte scesi in strada un po' triste e sconsolato. Volevo affogare il malessere che pervadeva le mie membra tra le vie della mia cara città piovosa e scura.

Attraversai Josefov, il quartiere ebraico costellato da sinagoghe ormai tristemente adibite a musei e da venditori di cimeli ormai completamente piegati ai voleri del mercato. Quasi inconsapevolmente arrivai sulla sponda orientale del Karluv Most, il Ponte Carlo, e decisi di percorrerlo fino alla bella e fiabesca Mala Strana, la parte antica di Praga.
Varcata la soglia della sponda occidentale la città sembrò cambiare, si colorò di tinte accese e calde, la luce che emanavano le antiche lanterne divenne soffice, avvolgeva il mio corpo come una coperta riscaldando il mio cuore ormai avvizzito dalla stanchezza e dal mio perpetuo mal di vivere. Mi sentivo rinato ed osservavo lo spettacolo che si svolgeva attorno al mio sguardo incredulo, ma sereno.
Le case si tinsero di rosa, giallo, arancione, blu, rosso e parevano danzare, facendo ondeggiare i tetti a spioventi, sulle note di una melodia che veniva da lontano e che progressivamente si avvicinava a me. Un carro trainato da stelle e guidato da una chiave di violino si muoveva sui binari di un pentagramma che attraversava il cielo e le note di quella Notte venivano liberate sulla città come doni a Natale o come colombe sulle piazze italiane.
Volavano libere nel cielo blu, infondendo pace, allegria e serenità nei cuori di chi sapeva ascoltarle, ma quella notte, solo quella Notte, Praga si esibiva per me, per me soltanto.
Mi lasciai trascinare in eleganti danze, accompagnato da splendide dame inesistenti di cui immaginavo i tratti ed i contorni, gli abiti ed i capelli e volteggiavo insieme a queste mie fantasie come un bambino che gioca con l'amico immaginario.
Praga mi donava la spensieratezza che la vita mi aveva privato e, anche se per una sola notte, io fui felice.

Ad un tratto tutto scomparve e divenne polvere di stelle che si librava leggera nell'aria. Rimasi intontito per qualche istante, con un lieve sorriso disegnato sulle labbra, quasi un' epifania per il mio spirito cupo e scuro e mi accorsi che qualcuno picchiettava insistentemente la mia spalla, mi voltai.
Un vecchio barbuto e immerso nei vapori dell'alcool mi fissava come se stesse guardando un pazzo, un'espressione a metà tra l'incredulità ed il rimprovero, gli sorrisi e dissi:"Cosa la turba, amico mio?"- e lui, basito, rispose: "Credevo di essere l'unico pazzo di questa città!! Ma non folle di nascita eh, bensì a causa dell'alcool che ingurgito ogni sera alla locanda!!! Ma tu, ragazzo mio, mi hai superato e stupito e senza bere nemmeno un goccio!!! Lascia che ti dia un consiglio.. torna a casa e fatti una bella dormita !! Tutta questa frenesia quotidiana distrugge voi giovani!! Rilassatevi, godetevi per qualche istante il dolce far nulla e magari evitereste, poi, di mettervi a ballare in piazza a soli trent'anni! Quello è lavoro da vecchi! Rinsavisci giovine e lascia che il ruolo del pazzo lo svolga io, ormai ho l'età giusta per questo compito!".
Sorridendo, stavolta a piene labbra e cuore colmo, lo abbracciai e me ne tornai ciondolando alla mia dimora.

Alexis


 

 

 

 

 

 




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mercoledì, 11 marzo 2009
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Sognando la realtà tra giochi di nuvole di Alexis
Osservando il cielo e l'incessante cammino delle nuvole, scorsi forme maestose e terribili ad adombrar la Terra.

Possenti draghi dai corpi squamosi, tinti di bianco e d'argento, scivolavano sulla volta celeste godendo placidamente delle carezze del vento.
I baffi, sinuosi e leggeri, svanivano tra i flutti come piccole onde di un lago, mentre le grandi bocche dentate si socchiudevano appena per compiere grandi e profondi respiri, dando origine a tiepide e soavi brezze.
Le loro membra ondeggiavano oziosamente sotto i raggi lievi dell'assonnato sole del pomeriggio e sembravano non aver peso quelle maestose e mitiche creature. Nessun timore incuteva il loro viso, ma solo immenso e reverenziale rispetto. Inducevano al silenzio, alla contemplazione di quella Natura primordiale dimenticata troppo spesso tra le pieghe della frenesia quotidiana ed io mi sentivo infinitamente piccola ed indifesa al loro cospetto. Mi lasciai penetrate le membra da quella candida luce solare, la forza dei draghi inondava le mie nadi* infondendomi consapevolezza ed energia nuove. Ero immortale.

Ad un tratto fui distratta dai rumori dell'uomo, una hostess mi passava accanto offrendomi viveri e bevande, mormorando le dissi che non avevo bisogno di nulla e la ringraziai.
Tornai impazientemente ad osservare l'orizzonte dal mio oblò, ma ormai dei possenti rettili rimanevano soltanto lunghe scie incantate.
Guardai il sole fiammeggiante della sera, sorrisi.

Alexis


 

 

 

 

 



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venerdì, 01 gennaio 1999
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La Quercia Antica
Un giorno un contadino, arando il suo campo, vide in lontananza una grande quercia. 
La sua imponenza lo colpì, i suoi poveri occhi anziani erano abituati a vedere solo dei piccoli arbusti, mai avrebbe immaginato di trovare innanzi al suo cammino un albero così grande e dalle fronde così folte e vive. 
Incuriosito, si diresse verso la grande macchia di ombra che la chioma color giada proiettava tutt'intorno al fusto e, stanco del lavoro di un giorno, si sedette accanto ad alcune radici sporgenti e si addormentò. Dopo qualche istante udì una voce che pareva essere proferita dal vento, una piccola e fioca voce che avanzava rendendosi sempre più chiara e limpida; quando la sentì abbastanza vicina, capì che proveniva dalla quercia sulla quale egli si era appoggiato e si scostò con reverenziale rispetto. Sbigottito, rimase a osservarne il tronco, finché la voce tornò a parlargli: 
"Salve laborioso contadino" - disse - "Io ti conosco e ti osservo sin da quando eri in fasce, ho seguito tutta la tua vita da qui, da questa collina che mi ospita da secoli." 
Il contadino destandosi dal torpore si avvicinò al fusto e disse alla quercia: "Io non ti ho mai visto, eppure eri qui, accanto al mio orticello, alta ti ergi sulle teste degli uomini, ma mai nessuno ha guardato oltre e mai nessuno si è accorto di te." 
La quercia, in tono gentile, rispose: "Voi uomini camminate a testa bassa e se guardate il cielo, i vostri occhi sono coperti da una coltre di nebbia che non vi permette di ammirare le meraviglie di questa Terra. Da secoli la distruggete, ne massacrate le creature e ne estirpate le piante; tutto ciò accade perché non siete capaci di vedere il Mondo e di carpire l'infinita bellezza dei suoi frutti. Non guardate in alto, guardate solo in basso, badate solo a ciò che soddisfa i vostri corpi, lasciando morire di fame le vostre anime. Nessuno ha mai potuto vedermi, poiché nessuno ha mai alzato lo sguardo al cielo per specchiare in esso il proprio spirito. 
Una macchina non è capace di sentire l'anima degli esseri e non la comprende poiché non la accetta, non esiste nella sua percezione del mondo, fatta di schemi, ritmi regolari e numeri e l'uomo si è trasformato da essere in macchina. Egli non può vedermi poiché non comprende la mia esistenza e non percepisce la mia anima, il vuoto che in lui si è creato nel corso dei secoli, si è trasposto sul mondo e, adesso, egli non vede la Natura. Pur facendone parte." 
E il contadino, turbato dal discorso della quercia, disse: "Ma scusami Quercia, allora come mai io sono riuscito a vederti?" - la quercia rispose: "Poiché tu hai saputo vedere oltre. I tuoi occhi, con la saggezza di chi lavora e conosce la Terra, collaborando con essa per il proprio benessere, hanno lavato via la coltre che li oscurava, cosicché tu hai potuto vedermi nella mia forma naturale e hai sentito la mia voce, che è espressione della mia Anima." 
 
Una foglia cadde e il contadino si destò, ciò che egli aveva visto e udito era soltanto un sogno, ma guardando il mondo egli vide solo una grande industria e gli uomini, in esso, si muovevano come tante piccole marionette, i loro occhi erano bui e i loro corpi senz'anima.


ThrasHAleXiS

 

 

 

 

 

 



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QuattordiciOttobreDuemilaotto



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venerdì, 01 gennaio 1999
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Deposizioni : I - II - III parte
I parte 

Nulla, nulla provavo in quel momento. 
Ero seduto su quella sedia, in quella stanza buia e umida illuminata soltanto dal piccolo lampione che fragile e timido diffondeva la sua luce sulla strada. Il mio sguardo era perso nel vuoto e dentro nessun pensiero osava disturbare quella quiete fittizia che nascondeva turbinii di sentimenti folli e contrastanti. Sentii freddo, ma non mi alzai. Rimasi con le braccia appoggiate sulle ginocchia e le dita delle mani incrociate, come fossi una statua di marmo. Imperturbabile era il mio sguardo così come il mio cuore, non osavo guardare dentro me stesso per paura di rivedere immagini che in un impeto di furore furono azioni. Forse desideravo soltanto che il mio corpo divenisse nulla, come ciò che albergava il mio petto e la mia testa. Sparire. L'unico desiderio espresso da un uomo afflitto da colpe troppo grandi per essere cancellate. 
Mi alzai. Il mio viso e le mie mani erano sudice, ma nel buio di quella stanza non riuscivo a distinguere quei colori e quelle sostanze che deturpavano e solcavano la mia pelle, non me ne curai e mi diressi verso il bagno per sciacquarmi. Mentre ero chino sul lavabo sentii come un'ombra alle mie spalle, si avvicinava e poggiandosi sulla mia spina dorsale occludeva la cassa toracica impedendomi il respiro. Rimasi a fissare lo specchio di fronte a me per qualche minuto; ciò che vedevo non era il mio viso: era il nulla. Alienato, estraniato da me stesso non captavo più il mio essere, non percepivo il sangue scorrere nelle vene, il cuore battere; tutto in me si era fermato ad un istante immoto che la mia mente aveva cancellato. Era come se non esistessi. La mia anima era stata venduta ad un demone mercenario e famelico, dilaniata e contesa come una carcassa, divorata dalle iene e gli avvoltoi che risiedono nel profondo della mia psiche.  
Così mi sentivo: un corpo esangue. 
 
Distolsi lo sguardo da quel maledetto vetro che mi obbligava a guardare dentro me stesso con un gesto nevrotico, afferrai il mio mantello con forza, provocandogli uno strappo, lo indossai e mi diressi verso la porta di quella bettola che per anni era stata la mia casa, il mio rifugio, colmo di ricordi felici e di piccole gioie che non potevano più appartenermi, non avrei osato sporcare ancora la purezza di quei pochi istanti sereni. Diedi l'ultimo addio a quella casa baciando l'aria satura di me e della mia vita, lì lasciai ciò che di buono era esistito di me. Me ne andai per non tornare mai più. 

 
II parte 

Chiuso dietro di me l'uscio del Passato, mi decisi a percorrere strade totalmente nuove ed ignote.  
Per le vie della città notturna ormai non vedevo altro che manichini: tutti gli uomini e le donne che si apprestavano a trascorrere una serata spensierata ai miei occhi apparivano solo fragili e vuoti contenitori di vetro i quali occhi trasmettevano alienazione e fittizia gioia di vivere. Per la prima volta aprivo gli occhi sul mondo e sulla Natura umana, mi nutrivo avidamente delle immagini che mi si ponevano innanzi tentando di riempire la vuotezza del mio essere con le infinite riflessioni che mi costringevo a creare. Camminavo senza una meta precisa e i miei passi erano repentini e continui, sudavo seppur avvolto dal gelido vento invernale ed in mezzo alla gente che affollava la via sentivo di essere solo. Fuori di me cercavo ciò che avrei potuto trovare soltanto al mio interno: il motivo di quell'alienazione dell'uomo che scaturisce nella pura Follia. L'avevo studiato attraverso i dipinti di grandi maestri d'Arte e attraverso il pensiero di filosofi e scrittori, ma ne avevo anche fatto esperienza. Mi rifiutavo ancora, però, di arrendermi alla mia attuale condizione e niente avrebbe potuto arrestare la mia corsa, quella notte. 
Mi scontrai con un bambino che correva verso il proprio padre e nel suo sguardo puro e spaventato vedevo una immagine orrenda di me, i lineamenti erano trasfigurati fino ad assumere le mie sembianze, un ricordo, come un fulmine, mi trafisse il cranio e caddi al suolo gridando. Il bambino pianse e corse via, ma nessuno a parte lui udì il mio terribile urlo, il cuore pulsò violentemente dentro al petto, come se si preparasse ad un' esplosione ed in quell'attimo desiderai fermamente l'annullamento del mio spirito. 
Con il capo dolorante mi recai in una locanda poco distante, ero esausto ed il Sonno stava chiamandomi a sé. Gli incubi di quella notte furono atroci, sognavo massacri, inseguimenti ed ogni rumore esterno penetrava il mio corpo come un aculeo acuminato, qualcosa di terribile stava emergendo e avrebbe cambiato per sempre il corso della mia esistenza. 

 
III parte 

La notte trascorse in un sol colpo quando finalmente riuscii ad addormentarmi e mi svegliai in una lurida stanza di osteria. Il lerciume di quell'angusto abitacolo sembrava rispecchiare ciò di cui la mia anima era pervasa in quei giorni. Ero stordito da un dolore lancinante alla testa e delle immagini confuse creavano un pandemonico caos dentro al mio cranio. Il mio cuscino era fradicio di sudore e di lacrime, i miei occhi gonfi di pianto e il mio viso grondava di sangue. Guardandomi le dita confermai il mio sospetto di autolesione, ma non ricordavo nulla della sera precedente. Qualcosa aveva turbato la mia psiche e mi aveva inaspettatamente indotto a lasciare la mia casa e, con essa, la mia vita. 
Decisi di scavare nell'intimo dei miei ricordi e lo feci di fronte ad uno specchio, mentre mi pulivo il viso e mi liberavo dal sangue di cui mi ero macchiato indelebilmente, la mia mente continuava a rifiutarsi di fornire una spiegazione ai miei folli atti di quegli ultimi giorni, ma ad un tratto qualcosa dall'esterno colpì la mia attenzione. 
Sentii un riso femminile, non sapevo di chi fosse, ma mi era stranamente familiare; mi affacciai. 
Vidi una donna vestita a lutto accompagnata da un uomo ed un bambino, la sua risata portava in grembo il seme di un dolore straziante, un dolore che conoscevo anche io. 
Mi sporsi per osservare la donna finché il suo nome mi apparve chiaro e quasi inconsciamente lo gridai. 
La donna si voltò verso di me ed in pochi istanti il suo dolce sorriso, quello di chi per un attimo ha ritrovato la serenità, scomparve nel nulla lasciando il posto ad un'espressione macabra di terrore: i suoi occhi si spalancarono e dalla sua bocca fuoriuscì un urlo agghiacciante ed acuto che mi perforò le meningi, i muscoli del viso si contrassero in modo mostruoso, tanto da trasformare quel bel viso da ninfa in una maschera da demone latrante. E gridò il mio nome, lo fece fino allo svenimento. 
 
Fu in quell'istante che presi coscienza del mio passato e del terribile atto di cui fui fautore: omicidio. Avevo ucciso una donna, e la dama incontrata il giorno prima era sua sorella, ma la cosa che più mi straziò il cuore fu sapere che colei che avevo ucciso era mia moglie. 
Oggi il suo ricordo mi distrugge e sgretola gli ultimi brandelli di quest'anima dilaniata e macchiata del sangue di un innocente e ancora, dopo tre anni, cerco di ricordare il perché della mia estrema azione. Dopo essere stato catturato fui processato e condannato all'isolamento in un ospedale psichiatrico, quello in cui tuttora alloggio, forse nessuno leggerà mai questi miei scritti e nessuno mai tenterà di capire e di aiutarmi a capire: un "folle" non ha voce in questa società di automi, per questo ho decido di seppellire con me questi diari, questi frammenti di memoria che mi restano, e li porterò con me fino alla Morte, la morte fisica intendo, poiché la mia anima è perita quel dì, insieme alla creatura che più ho amato e venerato. 
 
W. J.


ThrasHAleXiS

 

 

 

 

 

 



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4°Concorso Nazionale di Poesia indetto da Rosso Venexiano



dal 15 settembre
al 15 novembre 2009
Bando di concorso Sguardi [fra pochi giorni] per la partecipazione gratuita a Antologia poetica edita dall'Ass.ne Salotto Culturale Rosso Venexiano


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Iniziative
Temi a cui ispirarsi

tag: sabbia
Sabbia, nulla è più fuggevole della sabbia... dal 5 settembre


Rosso Foto
Rosso Foto Concorso di Settembre


tema: fotografa le tue vacanze
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Prossimo tema

tag: elementi della natura
Aria, acqua, terra e fuoco.
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