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sabato, 03 febbraio 2007
In... alessandro dello russo


Drammi legati ai  vuoti affettivi, ombre inquietanti dell'esistenza. Ogni volta che leggo di questi drammi dell'esistenza umana, mi sento impotente e non nego che la fiducia negli esseri umani vacilla. Poi la necessita' di esserci, l'amore per le mie due piccole figlie e l'amore per la vita mi tolgono dalla nebbia e cerco risposte a questi dolori strazianti che riguardano inevitabilmente ognuno di noi. Cerco di restare indifferente ai giustizialismi da strada o alle soluzioni 'finali' da bar,che per altro hanno una loro ragione di essere se pur umanamente non condivisibili, tento allora con fatica di vedere oltre, oltre l'evidente efferatezza di questi crimini, per cercare di arrivare piu' in fondo là dove forse sta il nocciolo della questione. La necessita' di spiegare il male e' un fatto umano,ma quando le motivazioni religiose non convincono e' doveroso che l' esigenza di una ricerca si ri-proponga con forza per trovare,oltre che una motivazione,una possibilita' di trasformazione. Una persona a me cara, Francesco Giubbolini,  dalla quale ho imparato ed ancora imparo molto, tanti anni fa ha scritto un libro 'La ragione degli affetti'. Credo che la questione, in estrema sintesi ,stia proprio in questo: che gli affetti hanno una ragione di essere quindi e' doveroso vivere cercando sempre,con determinazione, la cura degli affetti. Io sono fermamente convinto,e mi assumo la responsabilita' di questa affermazione, che e' nella cura del singolo,nel prendersi cura dello sviluppo delle capacita' affettive degli essere umani, l'unica risposta trasformativa possibile a queste tragedie dell'esistenza.

L'esistenza del male e' innegabile,ma e' anche vero che e' una delle tante possibilita' dell'essere umano, possibilita' che hanno tanta piu' probabilita' di divenire realta' quanto piu', nelle relazioni, prevale l'anafettivita'. Il veleno che fa ammalare  chi compie questi atti e' appunto l'anafettivita' che si manifesta violentemente, nell' annullare lucidamente la vita altrui senza distinzione di età e sesso,nel cancellarli e forse quasi nel renderli mai esistiti con il loro inquietante ritorno alla quotidianita', il tutto all'interno della loro apparente  'normalita' di inquilini,studenti,fidanzati e mamme modello. '....L'articolazione individuo-gruppo non e' una contrapposizione,ma una distinzione;infatti se riusciamo a comprendere cio' che succede al singolo,comprenderemo meglio quanto accade al gruppo,e viceversa' scrive Nicola Lalli in in suo interessante articolo. Se non andiamo alla radice e cioe' a prendersi cura delle difficolta' che esitono nell'accettazione della diversita' intesa come cecita' nei confronti dell'interiorita' altrui, credo che sempre di piu' leggeremo di questi drammi.Io non sono in grado di proporre un piano strategico d'intervento , sono solo in grado di dire quello che cerco di fare ogni giorno con determinazione e fatica, dedicandomi alla cura della mia affettivita' per cercare di trasformarmi,trasformazione che inevitabilemente si scontra con le mie resistenze,ma che e' l'unico modo che conosco perche' poi possa prendermi cura di chiunque sia  fuori da me. Se concordiamo sul fatto che i primi anni di vita sono quelli che fondano la struttura della personalita', credo che i due spazi privilegiati per la cura e formazione,prerequisiti per qualsiasi ricerca che coinvolga l' ambito interiore, siano la famiglia e la scuola.
Gli etimologisti ci ricordano che cura viene sia dalla radice ku (osservare,guardare) che dalla radice sanscrita kavi (assennato,saggio),allora diventa piu' chiaro che e' necessario coltivare la nostra capacita' di osservare,guardare quindi vedere saggiamente cosa accade dentro ed intorno a noi.
Credo che si puo' osservare cercando di vedere oltre solo se si e' capaci di comprendere veramente le ragioni degli affetti,al di la' delle personali convinzioni che ognuno di noi ha di se e delle sue capacita'.
La capacita'  di osservare ritengo che fortunatamente non sia innata, la si puo' apprendere e forse non c'e' un limite temporale oltre il quale e' inutile provarci.
L'apprendimento di questa capacita'  e' dura,faticosa ma rappresenta l'essenza della vita di ciascuno e rientra nelle possibilita',cosi' come il non farlo, che ognuno di noi ha davati a se.
All'interno della famiglia andrebbe posta attenzione estrema nel prendere le distanze da qualsiasi dinamica di idealizzazione, da relazioni simbiotiche madre-figlio padre-figlio ed ultima ma prima per importanza quella di coppia,che prima dovrebbe essere un ambito sano di relazione a 2 e solo poi una coppia di genitori, che rappresenta appunto uno degli ambienti privilegiati nel quale i figli apprendono gli affetti.
L'ambito sano di relazione si crea se le singole entita' sono autonomamente in grado di costruire relazioni affettivamente sane quindi almeno non simbiotiche,non idealizzate e scevre da identificazioni.
Quando le nostre vite si scontrano invece con la difficolta' a costruire relazioni affettivamente sane,credo sia doveroso rimettersi in discussione per cercare di rimuovere le resistenze che inevitabilmente ognuno di noi ha,per cercare di disintegrare le muraglie che nel tempo ci siamo costruiti intorno per difenderci da cio' che e' diverso,nuovo e che evidentemente fa paura.
Dal punto di vista sociale credo che i problemi legati all' integrazione, a seguito di massicci fenomeni di immigrazione come quelli che stiamo vivendo da alcuni anni, siano paradigmatici.
Con questo si ritorna alla frase di Nicola Lalli dove comprendere il singolo e' fondamentale per comprendere le dinamiche che da questo partono.
La scuola e' l'altro spazio privilegiato,allora mi chiedo se venga dato spazio alla cura delle emozioni,alla creativita' intesa come capacita' di creare immagini.
Qualche sera fa c'era in televisione Umberto Galimberti che, a proposito del disagio degli adolescenti, sosteneva che il problema vero e' il ' vuoto emotivo' e che la conoscenza delle emozioni, quindi il modo di riempire questo vuoto, si apprende prima nella famiglia e successivamente nella scuola.
La conclusione dovrebbe essere un inizio,l'inizio di un nuovo modo di affrontare i disagi delle persone prendendosi cura sia del contingente,per quanto possibile, ma soprattutto prendersene cura fin dalla tenera eta' e combattere affinche' la scuola insegni loro a conoscersi emotivamente....prendersi cura significa in primo luogo saper prendersi cura di noi stessi e da li dovremo partire tutti.
Bene scendere in piazza per i dico,per le tasse,per le ingiustizie sociali ma sarebbe eccessivamente provocatorio proporre di scendere in piazza, con tanta umilta', per avere riconosciuto il diritto ad imparare, per poi trasmettere, le ragioni degli affetti e le emozioni?


 Alessandro Dello Russo


Autore » © Ass.ne Salotto Culturale Rosso Venexiano


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