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sabato, 16 maggio 2009
In... --recensioni, maluan, luigi manco

 

 



Biografia
 
Sono Maluan – 45 anni – sono originario di Taranto e vivo a Varese da 25 anni anche se nel corso della mia vita sono stato per lunghi periodi a Alessandria, Piacenza, Roma, Milano … forse scrivo da sempre … o forse non ho mai iniziato … ad un bel momento però ho deciso di inviare le mie prime poesie (che col tempo ho scoperto essere prose) al portale PoeticHouse … quasi timidamente ho schiacciato il pulsante di invio e poco dopo ecco la prima poesia/prosa pubblicata … ero terrorizzato nel vedere qualcosa di mio inserito tra opere bellissime e a mio avviso più appropriate … i primi commenti furono un’emozione unica, emozione mista a stupore quando ho scoperto che non solo qualcuno leggeva ma che addirittura apprezzava anche quello che scrivevo … tale situazione mi ha invogliato a continuare e probabilmente anche a migliorare … ecco giungere quindi il primo (ed unico) blog … uno spazio tutto mio dove poter scrivere e rappresentare le mie emozioni con immagini “rapite” alla rete … emozioni, perché di emozioni si tratta … non ho mai voluto sapere cos’è la metrica ne ho saputo cosa rispondere quando qualcuno mi ha fatto i complimenti per la bella “chiusa” del mio post … quello che scrivo è sempre venuto fuori dal cuore e dalle mani che quasi sempre volano via autonome sulla tastiera del computer … ho sempre “estremizzato” le emozioni in quanto ritengo siano pezzi di vita speciali,particolari, unici, irripetibili … reprimerle o controllarle, vuol dire annullarle e svilirle … i continui puntini di sospensione che tanto utilizzo, altro non sono che mezzi per collegare i vari stati d’animo e i pensieri irruenti che sgomitano per venire fuori dal mio essere … e poi l’amore … l’amore tanto caro a i poeti di ogni tempo e luogo ha sempre avuto anche per me un posto speciale … amo e voglio essere amato lo pretendo, possiedo e voglie essere posseduto lo esigo … tutto il resto è inutile … tutto il resto è finzione … tutto il resto è utopia … non vi sono altri modi di amare o di essere amati … ritengo che sesso e amore siano facce della stessa medaglia e che debbano necessariamente convivere insieme e di volta in volta alternarsi “sul campo” a seconda della necessità … il sesso, disilluso e nascosto come qualcosa di cui doversi vergognare è per me un rito, un mezzo di comunicazione … un’emozione vera e propria e al pari di tutte le emozioni convenzionali lo estremizzo … estremizzo i miei amori, la mia vita, il mio lavoro … “Le Cronache di Maluan” frase, prima del titolo di alcuni post, che può essere considerata un vero e proprio slogan, preannuncia che sto per raccontare qualcosa di reale, di veramente accaduto … pezzi di vita che forse poco hanno a che fare con le emozioni, ma che sicuramente sono state vissute in maniera particolare … ecco finito, non mi viene in mente altro … a parte che forse sono un po’ narcisista e che voglio un sacco di bene a tutti voi che gravitate in questo mondo virtuale … che poi così tanto virtuale non è … !
 

 

 

E poi tutto termina
 
La mia nemica

 
 
"…e poi tutto termina
e il cuore smette di battere
e le ferite smettono di sanguinare
e un amore smette di esistere...
...ma la mente ricorda
i pensieri restano
e l’anima soffre
e una vita si perde nel mar dei rimpianti
o nei cassetti di un comò
dove giacciono dimenticate
le cose che furono
in attesa che qualcuno le rispolveri
per donargli nuova vita …"
 
Come una nebbia che mi pervade
ecco la vita che si presenta
quando nel nulla mi trovo dentro
senza nessuno che mi sorregga
ascolto i passi del mio destino
e attendo l’attimo che mi sorprenda
per avviarmi come un soldato
verso il fronte di una grande guerra
che si combatte dentro il mio cuore
assediato da un’esistenza
che mi fronteggia senza attaccarmi
attanagliandomi la coscienza

 
 
 

 

 

Una notte qualunque
 
"Accovacciato nella falce della luna osservo i tetti popolati da fantasmi
Ombre furtive che si interrogano sulla notte
accanto a gatti che improvvisano concerti
Forse ricordano cosa accadeva in vita quando odono sussurri di piacere
Ma forse avvertono che la notte è lunga e prima o poi dovranno ritornare
a quelle tombe che di tanto in tanto lasciano
per osservare il cielo da vicino
e parlare con quell’ombra stanca che accovacciata sulla luna li guarda"
...e tu non mi vedrai..."
 

 

 

Le Cronache di Maluan -Vita reale
 
Passa l’amore
 
 
 
Vorrei raccontarti:
di corse disperate
di scalini saliti in fretta
di ritardi mai colmati
di sussurri mai compresi
di storie mai narrate
di vite mai salvate
di sofferenze mai lenite
di lacrime mai asciugate
Vorrei condurti:
nella mia vita disastrata
fatta di scelte mai serene
di lunghe notti sempre in piedi
di caffè neri senza fondo
di lancinanti suoni nelle orecchie
di uffici pieni di scartoffie
di telefoni che squillano
di cappotti abbottonati
di inverni mai passati
di freddi mai domati
Vorrei che tu capissi:
i miei discorsi fatti di silenzi
i miei sorrisi appena abbozzati
la mia barba sempre incolta
il mio giocare coi capelli per afferrare
quel pensiero che fugge...
...tutto questo
… in cambio di me …
 
Passa via questo momento,
passa via lasciando tormento
passa via senza alcun rimpianto,
come un’emozione durata tanto,
passa via come una giornata nera,
passa via come la primavera ...
... come un bacio a lungo desiderato,
che labbra distratte non hanno mai donato,
passa via con grande tristezza,
portando con se ogni ricchezza,
passa via senza salutare,
corre lontano ...
... senza più tornare ...
... chiudi il tuo cuore per non soffrire,
ma senza l’amore ...
... è come morire.
 
Giorni tempestosi
 
 
 
"...legato saldamente al timone
conduco il veliero al di là della tempesta...
ma quando la nebbia si dirada
scorgo quello che c'è oltre
allora mi rifugio nel sogno
e aspetto che la realtà passi..."
 
 
 

 

 

Quando arriva la morte
 
Passa la vita, passa veloce
senza uno sguardo, senza una voce
passa vicino sino a toccare
ma se la chiami non vuole parlare.
Scopri le carte, tenta la sorte
ma fai attenzione a non trovare la morte.
Morte che arriva senza vedere
e quando ti trova ti invita anche a bere.
Calice amaro per assetare
se te lo pone non puoi rifiutare.
Bevilo tutto sino a capire
che giunto alla fine ...
... puoi solo morire ...
 

 

 


 
 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano:  Luigi Manco [Maluan]
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
-Staff di Frammenti

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

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domenica, 10 maggio 2009
In... recensioni libri, alexis, --recensioni, jon krakauer, zdrowia



 
 


Nelle terre estreme

EDIZIONE: Corbaccio, Collana Exploits, 2008 TRADUTTORE: Ferrari L., Zung S.

TRAMA E COMMENTO

Ho appena finito di leggere “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer, libro da cui è stato tratto il film “Into the wild” e che parla delle peripezie di Chris Johnson McCandless/Alex Supertramp. Questo libro, a differenza di quel che si può credere, non parla di montagna ma più semplicemente narra della vita, della ricerca della libertà, della famiglia coi suoi mille e più contrasti. La lettura risulta molto piacevole, scorrevole e ogni pagina invita a leggere quella successiva trascinando il lettore in una sorta di trance narrativa. Jon Krakauer per la scrittura del romanzo si è basato sulle testimonianze delle persone che han incontrato Chris/Alex, sulle parole dei suoi genitori e della sua famiglia, sul diario scritto dal giovane durante la sua avventura. Ne risulta un personaggio affascinante, contrastato, chiuso peggio di una cassaforte ma più aperto del cielo allo stesso tempo, un romantico e sognatore ma anche una persona pratica e di grande intelligenza. Una persona dotata di un fascino intellettuale notevole, capace di parlare per ore di libertà, della soggezione dell’uomo al sistema, di come il consumismo eroda l’animo dell’essere umano.
A tratti leggendo il libro mi è sembrato quasi di parlare con Chris/Alex, merito dell’autore che grazie anche alle sue esperienze di vita è riuscito a intrappolare nella parola scritta una vitalità inattesa. Questo è un libro semplice, schietto, a tratti oserei definire grezzo per come i concetti essenziali del viaggio del protagonista sono stati riportati in maniera brutale come se lo scrittore volesse sbatterteli in faccia senza troppi complimenti. I concetti esposti sembrano quasi banalità, cose scontate, talmente scontate che tante persone neanche provano a mettere in pratica perché han paura di infrangere le regole della loro quotidianità fatta di apparente perfezione. Il messaggio del libro è talmente bello, forte, ogni parola è intrisa di quella fatica, sudore ma anche soddisfazione che Chris/Alex ha sentito sulla sua pelle durante il viaggio.
Ma è anche un libro che parla dei contrasti fra figli e genitori e di come quei contrasti vengono tramandati di padre in figlio, di generazione in generazione, quasi come fossero scritto nel DNA della persona. Eppure basterebbe poco, basterebbe solo più comprensione, più ascolto da parte di entrambe le parti per risolvere questi problemi. La famiglia, oltre alla ricerca della libertà è il tema centrale del libro. Forse più che la famiglia in sè, sono le persone la centralità dell’intera opera, i rapporti che si instaurano e di come l’amore, la felicità non derivino dall’isolazionismo voluto e imposto ma da tutt’altro… c’è una frase che riassume tutto il libro secondo me ma lascio il piacere di scoprirla al lettore perché ognuno può leggerci un sacco di sfumature ma in ogni caso penso che quella frase è la centralità dell’esistenza dell’essere umano. Una frase che può sembrare di

una scontatezza assurda, ma che messa in pratica costa una fatica inimmaginabile.
E’ una lettura che consiglio a tutti e anche se potrebbe non piacere lascerà sicuramente uno strascico all’interno del lettore. Chi legge non deve spaventarsi se il libro parla della vita in se, credendolo un argomento trito e ritrito ma, invece, andare avanti e scoprire quante analogie può avere con Chris/Alex. Perché qui non si parla solo di irruenza giovanile ma di qualcosa di molto più profondo, di un sentimento che permea l’essere umano da quando nasce fino a quando muore, di una passione mai doma dentro ognuno di noi.

COLONNA SONORA DEL FILM

Le musiche del film sono state scritte da Eddie Vedder in collaborazione con vari artisti. Non conosco la storia della stesura delle canzoni, mi limiterò semplicemente a riportare le mie impressioni….

Il primo ascolto dell’album è stato difficile perché tutte le canzoni sono ruvide, schiette, quasi ti vogliono prendere a pugni in faccia. A parte la track che girava per radio “Society” il resto delle canzoni l’ho trovato di difficile ascolto. Eppure quando ho cominciato ad ascoltare meglio, a comprendere i testi ho scoperto canzoni di una profondità tale che raramente mi è capitato di sentire. Nessun dettaglio lasciato a caso, nessuna banalità nei testi…solo il vorticoso abbraccio e contrasto che ogni persona vive ogni giorno della sua vita in questo mondo. La voce di Vedder accompagna per mano ognuno di noi attraverso le avventure di Chris/Alex, attraverso i suoi successi e le sue delusioni, attraverso tutto il suo viaggio risultando carica di emozione. Questo è un album particolare che non va ascoltato sempre ma in determinati momenti, in quei momenti in cui più che mai abbiamo bisogno di fuggire, di scappare da tutto quello che ci circonda per ritrovare noi stessi, la nostra essenza. L’asprezza e la ruvidezza della chitarra, la brevità dei testi delle canzoni fanno apparire quest’opera più che mai concreta, volutamente incentrata su determinati aspetti e priva di inutili orpelli estetici. Non troverete assoli tiratissimi, virtuosismi canori o rockstar truccatissime e desiderose di visibilità. Qui troverete soltanto un cantate con una chitarra in mano che vi invita ad ascoltare una storia di vita e nulla più. Mi piace pensare che troverete un uomo che credo non sia rimasto indifferente alle avventure di Chris/Alex e che queste gli abbiano lasciato un segno profondo nel cuore.

AUTORE E RIFERIMENTI

Alcune informazioni su Jon Krakauer:
- Jon Krakauer

Alcune informazioni su Eddie Vedder e i Pearl Jam:
- Pearl jam

Info sul film “Into the wild” :
- Into The Wild
- Into The Wild #2

Zdrowia


 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Recensione di: Zdrowia
-Redazione
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sabato, 09 maggio 2009
In... recensioni libri, alexis, --recensioni


 
 
 
 
Confessioni di una maschera

EDIZIONE: Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2008 TRADUTTORE: Marcella Bonsanti

TRAMA

Intorno ai venticinque anni, Yukio Mishima decide di sottoporre la propria psiche ad un'attenta autoanalisi.
Sotto forma di racconto, egli narra delle strane tendenze ed emozioni scaturite dall'osservazione di corpi maschili che, in età puerile, emanavano e suggerivano al piccolo Kochan, nome d'infanzia dell'autore, fantasie tragiche e funeree, ancora intrise di mistero e d'incomprensibilità.
Il palesarsi e la conseguente trasformazione di queste sensazioni in vere e proprie pulsioni sensuali, avvengono durante il periodo della pubertà ed il primo gesto sessuale compiuto dal ragazzo sarà provocato, o forse invocato, dalla visione del San Sebastiano di Guido Reni, un'opera, a detta dei più, capace di risvegliare i sensi quotidianamente sopiti e relegati nei meandri della mente.
L'icona darà il via al perpetrarsi di fantasie sessuali di stampo sadomasochista, che non mancheranno di minare la serenità, forse mai veramente vissuta, del giovane Mishima.
Il bisogno di proteggersi da se stesso e dal mondo che lo circonda farà sì che il ragazzo elabori e costruisca una solida maschera sociale, che, per un breve ma significativo lasso di tempo, sarà capace di illudere anche se stesso.

COMMENTO

Il testo si presenta come un viaggio all'interno di se stessi, nell'intricato e forse mai completamente accessibile
mondo dell'Io più intimo. Una certa sicurezza attraversa tutta la narrazione dei fatti avvenuti, mentre una delicatezza tipica del mondo orientale tratteggia paesaggi e scenari dalla mistica sensualità e capacità evocativa. Alcune note malinconiche sono dedicate al periodo legato alla giovane Sonoko, in cui sentimenti contrastanti combattono creando confusione nell'animo del giovane Mishima segnandolo per sempre.
Il testo, in realtà, non fornisce l'epilogo e la soluzione definitiva dell'analisi, lascia soltanto al lettore alcune intuizioni che si confermano nella biografia dell'autore.
È un testo altamente introspettivo che spinge il lettore a confrontarsi con esso e con se stesso e che costituisce terreno fertile per menti feconde.

AUTORE E RIFERIMENTI

Yukio Mishima, vero nome Hiraoka Kimitake, nacque nel 1925 a Tokyo. Nonostante fu da molti considerato un fascista, egli si definì sempre come apolitico, un nazionalista nostalgico il quale non riusciva a rispecchiarsi nella politica governativa giapponese a lui contemporanea, rifugiandosi, quindi, in ideali quali il culto dell'Imperatore, simbolo ultimo dell'essenza e del vero spirito giapponese. Si tolse la vita nel 1970, all'età di 45 anni, attraverso il metodo del suicidio rituale, un gesto ad alto valore simbolico per un giapponese.
Per comprendere meglio questa importante ed eclettica figura consiglio la lettura di "Lezioni spirituali per giovani Samurai", edita da Feltrinelli

L'opera di Guido Reni:

- San Sebastiano
- Notizie sull'opera
Alexis
 
 

 

 

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-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Recensione di Alexis
-Opera di Katsushika Hokusai, "L'Onda"
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venerdì, 08 maggio 2009
In... baudelaire, --recensioni, taglioavvenuto

 


Baudelaire, gli oceani, la modernità, ed il sublime

Baudelaire, ovvero l'uomo, il Poeta maudit

"Ognuno di noi può esprimere soltanto ciò che è".
Chi ha mai detto questa enorme, smisurata, eccelsa, abissale, vana, ondivaga quanto vanitosa cazzataverità?
Forse l'ha pensata durante una sofferta digestione un grande presocratico, forse Platone, o Aristotele, o Kant, o Nietzsche, o forse lo pensava Einstein mentre mostrava la lingua, forse l'ho letta dal parrucchiere su una qualche rivista da barbiere appunto o, forse me la son detta io, taglioavvenuto, in un rarissimo, folgorante momento di lucidità.
Voi ridete, senza riflettere, pronti ad una battutaccia, ma pensateci: non è forse vero che a ben ponderarci su, tutte le verità sono cazzate e potrebbe essere vero il contrario?
Sono, cioè, utili od inutili, eppure non esistono. Forse, la verità in noi, su di noi, sul nostro mondo, non esiste! A ben guardarci, è un inferno.
Il progresso umano, basato sull'esperienza, sulla scienza, è nutrito e si nutre non di verità, ma di deduzioni ed induzioni che esigono poi una dimostrazione, un’altra, seconda, terza, quarta e via andando esperienza, e le dimostrazioni, per rivestire carattere scientifico, esigono a loro volta che se ne possa dimostrare l'indimostrabilità, che, cioè, da esse possa scaturire in futuro un ulteriore elemento: una o più novità, soli fattori che permetteranno di continuamente progredire, di fare, quindi, nuove esperienze.
E' insomma, la nostra esistenza di umani, un continuo work in progress: nulla di definitivo, finché la vita continuerà.
In caso contrario, dovrebbe escludersi a priori ciò che è chiamato avere "un'ulteriore possibilità".
Indubbio che ciò avverrà, chissà quando, ma quel quando significherà un bell’" amen ".
-Taglio, ti sei impazzito, ma si comincia così una recensione? E che cazzo…! E poi, cosa vorresti dimostrare, che digressione è mai questa? E, soprattutto, cosa c'entra con Baudelaire? Visto che sei un burlone, "un pataca ", ci aspettavamo qualcosa di frizzante, spiritoso, divertente, canzonatorio come nel tuo stile; insomma, qualcosa di assolutamente diverso.
Così, ci fai solo dormire! Ostrega, per rimanere in tema di rosso web!
Invece, io credo di essere perfettamente in tema, parlando del primo uomoPoeta maledetto della nostra "modernità".
Maledetto perché, il suo, è un viaggio nell’inferno. Senza maiuscole, senza verità, senza maestri, senza uscite, senza Dio questa volta, senza poter riveder le stelle.
Il suo Viaggio è un aggrapparsi ai vetri, ed un continuo scivolare verso abissi sconosciuti, loci horridi, verso la propria, voluta, cercata, immanente autodistruzione.
La sua disperazione per un mondo così fatto, una volta appurata la scoperta del Male dentro se stesso e negli altri, esige solo palliativi: vizi, paradisi artificiali ove andare a riparare come un piccolo, frastornato tetto sulla testa; per intravedere il Bene, le stelle, egli sa che esiste un solo rimedio: correre incontro alla morte.
Un’unica consolazione il Poeta si sforza di cercare, persegue, trova forse, in questa vita terrena, per elevarsi: l’esperienza della Bellezza, delle cose inutili, dell'Arte.
La poesia, colori, suoni: cioè la possibilità dell'uomo di cantare se stesso ed un nuovo mondo sensibile; di creare, o meglio ricreare, le immagini della terra, di avvalersi di strumenti ricavati da questa Natura per una nuova contemplazione della medesima.
Un abbandono universale, come la musica è.
Studiava ed amava Beethoven, infatti; Delacroix era suo intimo amico, così come Constantin Guys.
Ed egli, allo scopo, inventa un nuovo linguaggio, che nulla ha a che fare con il Romanticismo, in cui vive, di cui è comunque pervaso fino ad essere definito un romantico; inventa un nuovo linguaggio poetico fatto di prosa ritmica, di invenzioni, di crudezze inaudite e fino ad allora sconosciute. Inventa nuovi simboli, disgreganti e disgregati, assoluti; li riassembla, inventa quello che poi sarà chiamato Simbolismo.
A sua difesa, a difesa dell'uomoPoeta, conserva solo gli "alessandrini" (gli endecasillabi della tradizione francese) e le rime, alternate e contigue, perché a qualcosa quell'uomo ha pur bisogno di aggrapparsi, per non sprofondare.
Come un naufrago, è un naufrago.
E non vi sono tensioni verso l'alto, verso gli Ideali come nei romantici classici, perché il cielo è oscuro e l'approdo, l'approdo manca.
Quello di cui sopra, la Bellezza, rimane quindi solo un mondo vagheggiato, illusorio, un qualcosa che, continuamente, in tutti i Fleurs du Mal, gli frana sotto i piedi, che lo risospinge all'inferno. Nel mondo suo, quello personale, ed in quello che gli sta intorno, degli altri: nel reale, egli non vede scampo alcuno.
Una consolazione, la più pura ed alta, ma una mera consolazione rimane l'Arte, appunto.
Ed egli desidera, prova, a farsi inutile."A sparire.
Deve, deve "sparire". E' questa la soluzione!
Ricordate il suo giudizio, le opinioni, lapidarie, espresse nel 1848, prima dell'avvento della II Repubblica.

Alzate gli occhi, curiosoni, e leggete la parte sopra: Succinta Vita ed Opere, punto 1848!

Segue: gli Oceani


Taglioavvenuto

 

 

 

 
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-Editing e correzioni: Alexis, Livia Aversa
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mercoledì, 06 maggio 2009
In... baudelaire, --recensioni, taglioavvenuto

 


Baudelaire, gli oceani, la modernità, ed il sublime

Prima parte: Succinta Vita ed opere

Poiché gnocco non sono, risparmio ai naviganti l'onere di ingozzarsi di una ennesima e pesante biografia di Baudelaire Charles e di magari dire ad alta voce, o in sottotono, o muti come un pesce, riferito a chi scrive, "ma guarda un po’, costui !"
Ricorderò solo che il piccoletto nasce a Parigi il 9 aprile 1821 da madre più giovane del marito di 34 anni, ed ivi muore, il 31 agosto 1867.
Ben prima di lui era morto il padre, quando il maudit,( basti guardarlo di profilo per rendersene conto) aveva circa 6 anni, lasciando nella madre un vuoto colmabile, e colmato, da un certo maggiore Aupick, che ella sposerà, appena in tempo, (-scandalo, un mese prima di partorire-) nell'anno successivo trasferendosi con questi a Lione, città ove il Carletto inizierà già a provare opprimenti malinconie.
Sul silenzio nei rapporti con il patrigno scriverà, nel 1838, l'Incompatibilité.
Altri fatti salienti:

- Nel 1839 viene espulso dal collegio Luigi il Grande per essere stato beccato con in mano un biglietto passatogli da un compagno, ed essersi rifiutato di consegnarlo; nel '40 frequenta assiduamente una prostituta di nome Sara; nel '41 comincia ad essere ossessionato dai debiti; sempre in quell'anno viene imbarcato, per punizione, su un veliero destinazione India, ma riesce a farsi sbarcare alle attuali Mauritius, imprimendosele poi bene in mente per sempre.
- Nel '42 diventa un ereditiero, conosce Jeanne Duval, un'artista mulatta, e si lega a lei per tutta la vita. Inoltre, nello stesso anno, compone molte delle poesie delle Fleurs du Mal, nasce il suo interesse sugli effetti delle droghe sull'artista e nasce, altresì, l'idea dei Paradis artificiels, così cominciando, da subito, a sputtanarsi, pardon, a non dare importanza ai centomila scudi lasciatigli in eredità.
- Nel 1848, all'avvento della seconda Repubblica, o subito dopo, scrive frasi che rimarranno come colonne portanti di un precipizio:- essere un uomo utile mi è sempre parso qualcosa di molto ripugnante; quell'anno fu divertente perché ognuno vi fabbricava utopie come castelli in aria; fu ugualmente affascinante per l'eccesso stesso del ridicolo.
- Nel ' 50 pubblica Le limbes e scrivono di lui che forse il titolo alludeva a quelle malinconie della gioventù moderna il cui segno più profondo era lo " spleen ", letteralmente, la milza. Viene anche pubblicata la poesia Lesbos che, poi, sarà messa all'indice.
- Dal '50 al '52, attenzione, traduce Poe. Nello stesso '52 comincia a tradire la ancor giovane ed avvenente Jeane e nel '55 dichiara il proprio metodo poetico.
- Finalmente, nel '57, esce la seconda edizione dei Fiori del Male riveduta ed ampliata e, finalmente, giustamente il libro viene incriminato per attentato alla morale religiosa e pubblica. Il P.M. è lo stesso del processo al Madame Bovary di Flaubert. Charles ed i suoi editori sono condannati e, dal libercolo, si ordina la soppressione di sei poesie, guarda caso a dire: Lesbos- Femmes damnées-Le Léthé- A celle qui est trop gaie-Les bijoux- Les Méthamorphoses du vampire.
- Continua, intanto, la collaborazione con l'amico e pittore Delacroix che, però, nell'agosto del '63 muore. Successivamente, nello stesso anno, escono i due saggi di Baudelaire dedicati alla pittura: L'opera e la vita di Eugene Delacroix e La Pittura della vita moderna, su C.Guys.
- Nel '64 vengono pubblicati i quattro poemi in prosa Le spleen de Paris, parzialmente, ed in forma minore, per quanto ne sappia, ripubblicati nel 2009 anche sul famoso sito web e salotto culturale italienne con onomatopeiche ambizioni internazionali Rosso Venexiano.
- Avevo già detto che, nel '67, se ne va senza salutare, perché gravemente ammalato: paralisi, nonché afasia.

Aveva già fatto sapere pochi anni prima, a Mallarmé e Verlaine, comunque, di star bene da solo.

Segue, forse


Taglioavvenuto

 

 

 

 
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Cenni biografici Stefania Crozzoletti è nata e vive a Isola della Scala (Verona. Laureata in Economia e Commercio, si occupa di studi e ricerche economiche. Sue poesie sono state pubblicate nelle antologie della Giulio Perrone Editore Pensieri d'Inchiostro III edizione e La notte. I grandi temi della poesia. La sua raccolta (Non sono un) poeta è stata segnalata nel concorso di Fara Editore “Pubblica con noi 2008”. Nel 2009 esce il libro Prima Vita edito da Fara Editore. Recensione Recensire un libro che rappresenta l’esordio di un’autrice è sempre stimolante, non si hanno termini di paragone e non si ha, come nel mio caso, una base di conoscenza sulla persona di Stefania. Il percorso che ho intrapreso nel sorseggiare questo libro è del tutto inverso al normale percorso di un libro. Sono partito dal leggere l’indice e ho proseguito con le poesie il cui titolo mi ispirava di più. Cosi mi sono costruito una mia “teoria” sulla poetica e la figura di Stefania Crozzoletti, e l’ho rafforzata rileggendo il libro dall’inizio alla fine, con la sola esclusione della prefazione. Questo per non essere contagiato dall’interpretazione di un’altra persona. Reputo Prima Vita un buon libro di poesia dove ho letto versi che ricordano l’incisività e la linearità di Alda Merini, altri che ben rappresentano la genuinità, il ritmo, e la rappresentazione della poesia di Sylvia Plath, ma la cosa più importante è degno rappresentante dell’anima di Stefania. La poesia di Stefania scorre piacevolmente, tocca svariati temi e mostra le varie sfaccettature dell’autrice. Ho notato nell’evolversi della poetica dell’autrice, un approccio sicuro con il verso, a volte quasi una necessità smisurata di infondere un messaggio, o meglio un valore aggiunto alle realtà odierne. Interessante “l’esame” che Stefania fa di se stessa, mettendo in fila tessere del mondo di oggi. Osserva, deposita, ragiona e sfoga il suo sentire con versi ben costruiti e soffici nonostante i temi trattati. La mia impressione è quella che Stefania in realtà non si senta completamente poeta, forse più una pedina delle proprie emozioni, ma soprattutto degli eventi che la circondano. Un libro da leggere per intensità e apparente semplicità dei versi, che in alcune pagine appaiono sotto forma di monologo interiore. Esistono pagine che da sole implodono in un fragore di emozioni che le rendono uniche. Ne scelgo una da citare: Oggi nelle tasche della mente / trovo accartocciate solo / facili risposte che mi convincono / mio malgrado // E’ pace viziata / tregua armata al mio / maledetto affanno. Prima vita rappresenta a mio avviso il percorso che Stefania ci vuole mostrare senza l’ausilio di agenti artificiali … lascio a voi la chiusura finale di questa recensione. Personalmente reputo questo libro un ottimo inizio per Stefania, e quindi in bocca al lupo per il futuro.


Guido Passini

info libro qui


 

 

 

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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Stefania Crozzoletti
-Titolo: Prima vita
-Ed. Fara
-Recensione di:
Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
-Staff di Frammenti
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Stefano Cattani è nato l’11 dicembre 1982 a Forlì, città dove ancora vive e studia. Alle superiori scopre la poesia, passione che non lo abbandona spingendolo nel 2006 a “portare alla luce” anni di foglietti scritti e torturati. Partecipa a pubbliche letture e performance di parole e musica. È un appassionato di rievocazioni storiche. Sta lavorando alla stesura di un testo teatrale e collabora con l’Associazione Culturale Poliedrica di Forlì nella promozione della poesia. Di lui ha scritto Andrea Brigliadori sulla rivista «Confini» n. 23, 2006. Alcuni suoi versi sono presenti nell’antologia Il silenzio della poesia edito da Fara Editore nel 2008. Nel dicembre 2008 pubblica Vita in rosso … un cuore violento edito da Fara Editore. Recensione Ho il piacere di conoscere Stefano Cattani da alcuni mesi ma sinceramente non avevo ancora letto nulla di questo ragazzo. C’è da dire che Stefano è un personaggio, faccia da duro, una mente geniale, scherzoso e serio allo stesso tempo. Mi aspettavo un libro dai temi forti, ed è stato un piacere vedere quanto sia elaborato, fine, dal punto di vista tecnico questo libro. Ci sono situazioni in questo libro che ho faticato a trovare in altri. Le figure retoriche si susseguono in maniera ordinata, a volte in maniera catartica, nel vero senso della parola, altre volte in maniera più cauta ma altrettanto intensa. L’arte di Cattani è nel riuscire ad unire l’intensità della poesia con l’assolutezza di una sceneggiatura da teatro. Il ritmo “cattaniano” che accompagna le poesie a mio avviso è una scelta ottima, rende molto bene l’idea di quello che Stefano vuole mostrare già dal titolo: l’irrequietezza, l’aggressività di un’anima. Ho ritrovato anche un suono impeccabile in questi versi, a volte forse quasi forzato da parole di vecchio stampo, ma nel complesso risultano ideali. E’ un piacevole ritorno a poesie che oggi ormai non si trovano facilmente, uno stile che si trasforma nettamente nell’uomo Stefano. Le riflessioni che riporta sono imponenti, ha preso la vita, l’ha risvoltata come un calzetto e si è imposto delle domande, vanifica tutte le risposte plausibili e detta la sua testimonianza. Il libro è suddiviso in quattro fasi che potrebbero rappresentare quattro fasi distinte della vita dell’autore vuole mostrare. Camere di reclusione potrebbe rappresentare il fattore scatenante di questo libro, Esterni – interni, invece è la fase di riflessione, quella di stallo in un certo senso, Un cuore violento invece mostra la rabbia, il totale rifiuto di ciò che ci circonda, e l’ultima Divenire, rappresenta la scelta, la voglia di estraniarsi, restare nelle certezze che ci si è preposti. Questo almeno è il mio modo di assimilare questo libro. Ci sarebbero tante altre cose da dire riguardo la tecnica di questo libro, ma non credo di essere la persona giusta che possa renderle giustizia, quindi l’unica cosa che mi permetto di dire è quella di leggere questo libro, catturarne l’emozione e gestirla come meglio si crede. Un sincero applauso a Stefano che ha costruito un qualcosa di concreto e spero sia per lui l’inizio di un lungo cammino. D’altronde hai la fortuna di avere da padrino e madrina per questo libro i prefatori Stefano Leoni e Caterina Camporesi. Buon proseguimento.


Guido Passini

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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Stefano Cattani
-Titolo: Vita in rosso-un cuore violento
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
-Staff di Frammenti
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Roberta Borsani è nata nel 1959 in provincia di Milano, dove vive e lavora come insegnante di lettere in una scuola superiore. Negli anni ha coltivato l’amore per la poesia e lo studio del simbolismo nelle sue diverse dimensioni interpretative (folclore, psicologia del profondo, fenomenologia religiosa). La sua ricerca è orientata a rivelare il sostrato mitico da cui scaturisce la parola poetica. Nel 2009 esce la sua prima raccolta Il rosaio d’inverno edito dalla Fara Editore. Recensione Roberta ha nella sua poesia una genialità impressionante. In questo libro l’autrice crea una tela con i colori della propria anima, dando libero sfogo all’immaginazione e al sentimento. Sfogliando le pagine di questo libro ho trovato poesie ricche di pathos e di immagini forti, reali. La cosa che mi colpisce de Il rosaio d’inverno, è la leggerezza e spontaneità dei versi nonostante le tematiche trattate e la rabbia che potrebbe impadronire la penna. Al lettore non resta che assaporarne la consistenza e l’introspettività del momento. Il paragone con la natura riporta il senso della vita, il percorso indiretto di un’emozione, una sensazione, un dolore, o tutto quello che l’autrice vi consentirà di ricevere dalla lettura dei suoi versi. Il libro viene suddiviso in più sezioni, ognuna con una serie di tematiche rappresentative sotto più punti di vista. A mio avviso l’esordio di Roberta avrà un grande impatto sul lettore, cosi come è stato per me, in quanto riesce a catturare l’attenzione, delicatamente ma con grande passione per la poesia e per ciò che rappresenta. Un libro coinvolgente e bene definito, che ho apprezzato molto. Il rosaio d’inverno è uno di quei libri che silenzioso arriva tra le nostre mani e con un boato ridondante arriva alla mente. Un sentito complimento all’autrice di questo libro per quanto è stata in grado di costruire e di dare con fermezza e ricercatezza del verso.


Guido Passini
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Roberta Borsani
Titolo Il rosaio d'inverno
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
-Staff di Frammenti
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Il destino immobile di Leela Marampudi Cenni biografici Mary Leela Marampudi Peverelli nasce a Bhimavaram (India) nel 1975. Adottata, vive in provincia di Como con il marito. Diplomata in grafica e illustrazione, inizia a lavorare come web designer, per continuare come operatrice al montaggio video. Come Leela Marampudi è autrice del racconto “Kamala” selezionato al primo concorso “Lo sguardo dell’altro”, inserito nell’omonima antologia (Mangrovie Edizioni 2008) e del romanzo Mal Bianco (Fara Editore 2006). Recensione Ho ancora le lacrime che scivolano sul viso mentre mi accingo a recensire questo libro di Leela. Già il titolo rende partecipe ogni lettore, in quanto il “destino” è parte integrante di tutti noi, così come “l’immobile”, che nonostante il suo cammino presenta sempre un inizio ed una fine uguali per tutti noi nel concetto. Ma il libro di Leela ha quel tocco in più, quell’emozione che mi ha scavato dentro e mi ha riportato a tempi passati. Leela è una ragazza indiana adottata, io ero dalla parte opposta, ero alla ricerca di una Leela. Cosi ho letto la premessa dell’autrice e le poesie con un pizzico di personalizzazione, forse, nel significato. Passo dopo passo rivivo attimi, sensazioni, passioni e dolori, mai come quelli provati dall’autrice, ma in parte altrettanto forti. Cosi sfogliando le pagine de Il destino immobile, ho visto nascere Leela, l’ho sentita stupirsi, l’ho sentita riflettere, l’ho sentita vivere, respirare, affrontare la propria bi-cultura ed estrarne quel grande sapere che si chiama cuore. Questo libro è suddiviso in tre sezioni principali: Pioggia indecisa, La grazia del tuono, Brontolii dispersi. Ascoltate i suoni e il loro alternarsi vicendevolmente, e capirete quello che considero il vero significato di questo libro. Vedo questo percorso come il cammino di una persona che nasce dal vuoto, lo riempie della propria mente, del proprio affrontare un percorso duraturo nel tempo, fino alla presunta fine, dove riaffiora il vuoto. Finito di leggere questo libro ho constato che Leela quando parla del “vuoto” non parla di significati negativi come possono tornare alla mente le locuzioni ‘vuoto mentale’, ‘paura del vuoto’, ’un’esistenza vuota’ e tante altre. Al contrario, come nella maggioranza delle tradizioni culturali d’Oriente, l’idea di vuoto è sinonimo di infinita ricchezza di possibilità, di massima apertura e libertà. Ed in questo Leela è stata convincente, accattivante e superba. Ha utilizzato metafore che definirei sismiche, in quanto provocano al lettore una piccola scossa che percorre quella vena suggestiva che si chiama emozione. Vorrei citare una poesia su tutte, in quanto reputo quella più imponente dal punto di vista emozionale: Lo specchio / mi regala la mamma / accarezzo il viso. Ho assaporato le poesie di Leela e sono felice di avere tra le mani questa piccola perla di saggezza e di riflessione. Complimenti sentiti all’autrice per quanto ha saputo darmi.


Guido Passini


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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Mary Leela Marampudi Peverelli
-Titolo: Il destino immobile
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
-Staff di Frammenti
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Colomba Di Pasquale è nata nel 1968 a Lilla in Francia. Di origini abruzzesi, insegna in una scuola primaria di Recanati dove vive. Presso Del Monte Editore ha pubblicato Viaggio tra le parole nel 2006 e presso Nicola Calabria Editore Una vita altrove nel 2007. Nel 2008 è stata inserita nell’Antologia Il silenzio della poesia con la silloge Dei Silenzi (e degli ascolti) edito da Fara Editore. È presente in diverse antologie letterarie e ha conseguito numerosi riconoscimenti sia per la poesia edita che inedita. Nel 2008 pubblica sempre con Fara Editore Il resto a voce. Recensione Il resto a voce è un libro sensualmente delicato, rafforzata da una copertina quasi pudica ma accattivante che lascia intravedere la delicatezza con cui l’autrice si spinge ad affrontare quello che è il tema principale di questo libro: l’amore. L’amore vissuto in tutte le sue sfaccettature, nelle distanze e nei colori, nelle forme e nei sapori. Nelle sue poesie Colomba riesce ad imprimere lo scorrere del tempo, percepibile dagli scambi di scenari, dalla nitidezza di alcuni dettagli che compongono i versi de Il resto a voce. Il testo Un tempo senza tempo, viene scandito da anafore e rime sincronizzate che aggiunte al ritmo veloce imprime un maggiore impatto al significato della poesia. La poesia di Colomba non è dettata solo dal cuore ma soprattutto è tradotta dal cervello, dall’esperienza. Poesie che nonostante la naturalezza espressa è comunque ragionata, non lascia defluire i pensieri lasciandoli al caso. Cosi affronto ottime poesie come Itaca, dove la tematica dell’Odissea sembra impossessarsi dei versi, raffrontando le sensazioni di Ulisse, il costante affrontare il dolore della separazione, ed ancora una volta il mare che sembra essere compagno di avventura che insidia comunque la vita e ci rimette in gioco. Ripensando al viaggio, mi rendo conto che bisogna superare sempre ostacoli che diventano però occasione anche di adattamento ai vari imprevisti. Una poesia nostalgica che necessita di un ritorno alle origini. Dopo aver letto questa poesia ho appreso quello che considero il vero significato della prima poesia del libro “Ci sono istantanee / che arrestano le maree.” Un modo per fermare questo desiderio di avventura, la curiosità, un senso della vita, potrebbe essere l’amore, l’istantanea forse più forte per ognuno di noi. Altra poesia interessante è Icaro, dove l’autrice si immedesima nel personaggio omonimo, sprezzante del pericolo pur di vivere un amore. Un libro molto apprezzato perché non cade mai nello scontato e leggendo poesia dopo poesia, non si ha mai il dubbio di incappare in testi uguali o molto simili. Il resto a voce un libro che fa della poesia d’amore un cavallo di battaglia, un cavallo vincente a mio avviso, visto l’alta qualità dei versi. Complimenti Colomba, una graditissima lettura.


Guido Passini


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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Colomba Di Pasquale
-Titolo: Il resto a voce
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
-Staff di Frammenti
tremaggioduemilanove

 


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Ardea Montebelli – Ma il cielo ci cattura Cenni biografici: Ardea Montebelli è nata a Rimini il 5 marzo 1956 e in questa città vive e lavora come insegnante. Si occupa di poesia e di fotografia ed è giornalista pubblicista. Ha pubblicato: nel 1989 Alchimia dei sentimenti e laudato sii e nel 1993 Pietre di paragone tutti per i tipi delle Edizioni Forum di Forlì; nel 1996 L’anima del mare (Panozzo Editore, Rimini); nel 2001 Il paradosso della memoria, una meditazione in versi sulle lettere di S. Giovanni (Fara Editore, Rimini), nel 2002 un catalogo fotografico dal titolo Cari, vecchi frammenti (Ed. Giusti, Rimini); nel 2005 Ma tu non dartene tormento, una meditazione in versi sulla Shoah (Guaraldi Editore, Rimini).Nel 2008 esce Ma il cielo si cattura edito da Fara Editore. Recensione: Quanti di voi non sono stati catturati dal libro di Ardea sfogliandolo. Ovviamente una domanda retorica, in quanto sono nettamente convinto che questo sia accaduto. Un libro che fa dell’icona sacra un’arte, o meglio una bi-arte. In tanti si sono cimentati e continueranno a cimentarsi nell’accostamento tra poesia e fotografia, ma credo siano in pochi a raggiungere un risultato simile a quello ottenuto da Ardea. In questo libro compaiono foto che non raffigurano persone o paesaggi che hanno scaturito un emozione, ma sono immagini che raffigurano la fede. Un percorso intrinseco tra riflessione e meditazione, giocato ragionevolmente tra immagini e parole. A mio avviso l’ultima fotografia del libro, che porta il titolo L’Eremo di S.Bartolomeo in Legio, Roccamorice (PE), dove viene immortalato un cunicolo buio in discesa e al di sopra una piccola croce in ferro battuto che viene utilizzata per una messa a fuoco che rende l’immagine di particolare bellezza, una poesia senza bisogno di parole. A riguardo ricordo un aforisma di Simonide che dice: La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla. Credo che questo possa essere riferito anche alla fotografia. Una rappresentazione grafica che ha significati plurimi non necessariamente basati sul sacro. Suggestivo anche il botta e risposta tra le parole tratte dal nuovo testamento e i versi di Ardea. Un input breve e ragionato, ed una elaborazione della riflessione. La verità è una parola ricorrente in questo libro, e in quanti ne siamo alla ricerca. La cerchiamo nelle parole, la cerchiamo nel prossimo, la cerchiamo nell’amore, nell’amicizia, nelle chiese, nelle nostre case, e perché no … nel cielo … e forse la conosceremo solo quando il cielo ci catturerà. Un libro particolare, scorrevole alla lettura, che resta ben impressa nella mente, una lettura che purifica l’anima. Un libro che porta speranza in maniera delicata e continua. Complimenti Ardea, un ottimo lavoro.


Guido Passini

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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Ardea Montebelli
-Titolo: Ma il cielo ci cattura
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
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Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944 e vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. Svolge l’attività di psicoterapeuta. Già condirettrice de «La Rocca poesia» e redattrice de «Le Voci della Luna», è socia di Sinopia (www.sinopiaonlus.org) e collabora con riviste cartacee e on-line come «Fili d’aquilone». Ha pubblicato: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio e Duende (Marsilio, Collana elleffe, Venezia, 2003). È presente con “La sorte risanata” nell’antologia La coda della Galassia (Fara, 2005) e altre sue poesie sono state inserite ne La linea del Sillaro (Campanotto, 2006). Nel 2008 esce il suo libro Solchi e Nodi edito da Fara Editore. Recensione Solchi e nodi è un libro che rappresenta la maturità di Caterina Camporesi, quella maturità in un percorso emotivo e lavorativo che da anni la vede in primo piano. Quando leggo un libro di poesia tendo sempre a cercare di capire chi ho di fronte, documentandomi sulla persona e sul suo modo di fare poesia. Per questo credo che il titolo abbia un significato che imprime a tutto il progetto del libro una forte dimostrazione dell’intensità e dell’empatia di questo libro. Letto il titolo, mi sono chiesto più volte cosa volesse trasmettere Caterina, e poi una piccola folgorazione mi ha colpito … I nodi … i nodi definiscono ciò che blocca, che limita, che impedisce l’elasticità mentale e comportamentale dell’uomo. Mentre i solchi? I solchi sono le tracce che hanno sciolto questi nodi, dando spazio alle parole dei versi di Caterina, che dopo un’attenta riflessione interna sfoggia poesia ermetica, ma realista, minimalista, ma al tempo stesso completa. La frase iniziale del libro “luoghi e tempi nutrono, aprono varchi al nostro divenire” è un segno di come Caterina ha fatto tesoro del tempo e del suo vissuto, nelle vicende più disparate, nelle più tristi o nelle più felici. Assimilandoli, elaborandoli, ma soprattutto capendone l’importanza, possiamo crescere e sciogliere quei nodi che piano si stringono nel momento in cui ci lasciamo andare. I versi di Caterina sono privi di punteggiatura, ma non per questo esuli da pause e stacchi importanti, nonostante la lunghezza dei versi, il ritmo arriva compulsivo e veloce, generando quell’agitazione del momento. Il compito dell’autrice, raro nel resistere in un libro di poesia, è quello di indirizzare il lettore verso una via, o un solco, e lasciare che intraprenda il significato che più ritiene opportuno, proprio per questo Caterina sceglie volutamente di non dare titoli ai propri scritti, per non traviare il lettore nel suo cammino. Sono tutte piccole gemme che non necessitano una lettura continua pagina per pagina, ma anche dislocata senza comunque perdere il significato finale del libro. Solchi e nodi, un libro di poesia che fa della psicoterapia un modo per emozionare e suggestionare il lettore. Caterina mette tra le nostre mani un piccolo pezzo di creta, che verrà plasmato con le nostre membra, con il nostro cuore e diverrà quello che vorremmo vedere. Caterina è un’autrice che non si limita nei pensieri e nelle emozioni, le mette lì in vista, a disposizione, al lettore quindi il duro compito di guardarsi dentro. I complimenti da un uomo che fa della poesia un saggio sul proprio passato, scavando e scovando in ogni verso un dolore che a volte sembra assopito, ma sempre costante, una diversa rappresentazione ma che in un qualche modo ci accomuna, almeno nell’intento ...


Guido Passini


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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Caterina Camporesi
-Titolo: Solchi e nodi
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
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Laura Bonalumi, quarantenne milanese, è una creativa pubblicitaria che ha scoperto la passione per la scrittura e, felice, sfata il mito: “Gli art director non sanno scrivere!” Ama raccontare storie di donne, parlare dell’universo femminile e attraversare con le vicende narrate temi sociali. Sposata, è mamma di due bambine. Ha pubblicato Wild iris (Editrice Nuovi Autori, 2002) e Gli occhi del mondo (Fara Editore 2006). Fragile (Fara Editore 2009). Recensione Ho letto Fragile di Laura Bonalumi con una grande voglia di abbracciarla dopo ogni cambio di stile grafico di scrittura. Non sono diventato pazzo, o meglio, non più del mio solito, ma questo “bisogno” è scaturito dall’intensità delle emozioni che ha saputo donarmi questo libro. Un libro che non considero assolutamente un romanzo, non voglio considerare testimonianza (per il semplice fatto che nessuno dovrebbe soffrire come chi viene descritto in Fragile), ma considero questo libro semplicemente VITA. L’anoressia è tutt’oggi una delle malattie più sottovalutate ma soprattutto poco conosciuta nonostante ne veniamo bombardati dai media continuamente. Tutti conoscono la parola Anoressia, e una piccolissima percentuale sa cosa significhi nella sua completezza, forse nemmeno chi la studia tutti i giorni. Questo per il semplice motivo che è una malattia complessa, si dirama in varie direzioni, non solo allo stato fisico ma soprattutto in quello psicologico, e si sa che quando entra in gioco la psiche i fattori si moltiplicano. Ognuno di noi reagisce in maniera diversa e questo libro lo dimostra con tutti i suoi passaggi. Una malattia che ti consuma dentro, lasciando all’esterno un grigio graffito dell’anima. Mi viene da chiedere come si possa prevenire una malattia simile, ma non trovo risposta, e questo mi spinge a pensare che forse la colpa è da attribuire a noi stessi, in quanto abbiamo smesso di ascoltare, si continua a guardare con gli occhi e giudicare, mentre a volte dovremmo osservare con il cuore. L’uomo è una “macchina” complessa e quando qualcosa si danneggia non si deve pensare ad un semplice guasto voluto (in questo caso per sembrare più belli) ma cercare di capire cosa ha causato il guasto; in questo dovremmo cercare di migliorare tutti noi, smettendo il più delle volte di puntare il dito. Osservare ed ascoltare questo è quello che Fragile mi ha trasmesso sin dalle prime righe. Premetto di non avere avuto contatti con questa malattia e quindi il mio è un pensiero che può essere screditato da chiunque, è una mia sensazione e come tale deve restare. Considero il lavoro di Laura egregio, perché nonostante tratti un tema predefinito come l’anoressia, in parallelo tratta il dolore e tutte le riflessioni e il pensiero di ogni malato a prescindere dalla malattia. Entra opportunamente nel suo tema con parole taglienti e dure, che mettono alla dura prova lo stato emotivo del lettore. Personalmente mi sono immedesimato in alcuni tratti del libro, riportando alla luce vecchi ricordi, e non nascondo di aver dovuto ricorrere al fazzoletto alcune volte. Il profilo della protagonista del libro si definisce sempre più mano a mano che si prosegue la lettura. Ho letto pochi libri fino ad oggi che possano vantare un inizio cosi d’impatto. Il titolo di questo libro ha un doppio valore secondo il mio punto di vista. Il primo è lì in bella vista, la fragilità fisica ma il secondo è contraddittorio. In realtà chi considera fragile emotivamente, come potrebbe sembrare esserlo, la protagonista rischia di prendere una cantonata perché io ho letto la forza di una speranza, della voglia nonostante tutto di esistere e resistere. Quante riflessioni può riportare questo libro? Innumerevoli. Riporta alla luce quelle che possono essere alcune delle problematiche reali di una famiglia, e lo fa con una freddezza e decontaminazione potentissima. Io amo la vita e affronto ogni giorno il dolore, e quindi non posso che mettere in risalto un libro come questo, perché è entrambe le cose con l’aggiunta della speranza. Alcuni tratti di questo libro poi sono pura e vera poesia, e ne riporto un esempio veloce e preso a caso tra le pagine: Vedo, sento, parlo. / Lo so che posso parlare … /meglio, / potrei parlare a qualcuno in grado di ascoltare. Il testo è scorrevole e si legge con grande naturalezza, non si riscontrano momenti di stallo. Il valore di questo libro è inestimabile dal punto di vista etico ed empatico. Ammiro chi è in grado di scrivere in questa maniera, con una naturalezza impressionante. Leggere questo libro è doveroso se siete alla ricerca di un libro vero, che tratti il mondo di oggi con gli occhi di chi lo vive. Laura complimenti, hai una grande anima, hai messo in luce fattori come gli Angeli, ed ognuno di noi, malati e non, ha bisogno di credere in qualcosa e in qualcuno che sia in grado di aiutarci e perché non possiamo cominciare da questo? Che sia un fattore reale o psicologico può essere una via…. Con forte stima


Guido Passini

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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Laura Bonalumi
-Titolo: Fragile
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
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Maristella Olivieri è nata nel 1981 a Cagli dove attualmente vive e lavora. Nel 2005 si è laureata in Lingue e Cultura d’impresa all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. Pubblica il suo primo romanzo Il mio cane di Gino edito da Fara Editore nel luglio 2008. Recensione Il mio cane di Gino è un libro che cattura. Me ne sono reso conto già alla fiera di Modena, dove al banco di Fara Editore, ho notato come la gente fosse attratta da questo libro. Chiunque passasse da lì per scelta o per sbaglio tra le mani prendeva questo libro, catturato forse dalla copertina intraprendente e simpatica, o dal titolo stesso che gioca un effetto ipnotizzante sul lettore. Anche io appena vista l’uscita del libro ho provato una certa curiosità e l’incontro con l’autrice, proprio a Modena, è stata l’occasione giusta per acquistarlo. Inizialmente ho affrontato la lettura in maniera “soffice” dato che questa è la prima opera dell’autrice, ma già dal primo capitolo mi sono reso conto che Maristella sa il fatto suo. Ha una scrittura reattiva, sciolta, sempre improntata a tenere l’attenzione del lettore dritto sulle pagine. Il linguaggio usato è quello attuale, e la scelta è perfetta perché evita quello stacco spazio-temporale che si può trovare in tanti altri libri. Un libro dalla doppia facciata, una che punta su tratti umoristici e allegri, e l’altro contrapposto lascia traspirare l’anima della protagonista, le sue paure, le sue scelte, i suoi attacchi nevrotici. Questa giovane autrice ha lavorato sodo su questo testo e lo dimostra il fatto che non esiste una fase di stallo nel libro, un tratto in cui il lettore vuole chiudere il libro. Capitoli brevi, ognuno dei quali scarica tensione ed emozioni diverse. Capitoli che potrebbero essere delle mini crono-storie, o perché no specie di novelle. E’ cresciuto in me infatti l’insano paragone con un libro gustato in gioventù : Marcovaldo di italo Calvino. Oltrepassando il tema nettamente differente, credo che la base potrebbe essere paragonabile. Marcovaldo ha una malinconica comicità in tutte le diverse novelle che aprono le porte ad una lettura più profonda, che scava a fondo i problemi e le contraddizioni della nuova realtà industriale. Viene evidenziata una voglia di ritorno al passato, un mondo passato, forse irreale, ma nel cuore del protagonista è vivo e presente. Allo stesso modo Il mio cane di Gino diffonde con un umorismo sagace e in certi aspetti persuasivo, un messaggio molto più profondo, una comunicabilità interiore, una riflessione su se stessi. Uno scavarsi dentro, nel passato, forse irreale, ma nella mente della protagonista. Forse questo paragone fa acqua da tutte le parti, ma forse è un modo per augurare a Maristella che questo suo libro possa avere la continuità, la celebrità di un libro di Italo Calvino. Il mio cane di Gino, un’altra pubblicazione azzeccata di Fara Editore, che porta alla luce un’autrice al suo esordio. Maristella, un’autrice che farà senz’altro parlare di sé. In attesa di un altro ottimo romanzo porgo un caro saluto all’autrice.


Guido Passini


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-Autore:
Maristella Olivieri
-Titolo: Il mio cane di Gino
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Nicoletta Verzicco è nata Milano è vissuta a Bari, Rimini la ospita e si sente cittadina italiana. Ha da poco riscoperto il legame con la terra di origine del nonno paterno: la Puglia. Dalla mamma ha ereditato l’aspetto algido e nordico, ma il sangue è meridionale. L’associazione culturale Agorà ha pubblicato la sua prima silloge Per te. Pubblica con Fara Editore Il sangue dei Papaveri nel 2007. Partecipa attivamente al libro curato da Guido Passini Senza Fiato nel 2008. Si diletta a scrivere anche favole per l’infanzia. Recensione: Il sangue dei papaveri è un libro che rappresenta in toto Nicoletta Verzicco. Lo rappresenta nelle emozioni, nei colori, nella incisività, nella timidezza e al tempo stesso nell’audacia dell’autrice. Ma chi è Nicoletta? Nicoletta è una delle tante perle scovate da Alessandro della Fara Editore. Ho conosciuto questa ragazza alcuni mesi fa all'incontro di Poliedrica Estate. La mia attenzione è stata attirata da questa donna che, seduta in un angolo del divano, in silenzio, ascoltava le poesie degli altri autori presenti. Notavo nel suo sguardo la voglia di entrare nella poesia, di carpirne ogni sensazione. Ha atteso il suo turno e molto timidamente ha letto le sue liriche, rispecchiando il mio pensiero. Una delicatezza nei versi, giochi di immagini che spaziavano dal sensuale al particolareggiante e naturalista. Versi intensi costruiti in poche righe. In quel momento ho sentito il calore della sua anima, la versatilità della sua poesia. Voglio improntare questa recensione in modo particolare che vorrei entrasse in sintonia con la prosa dell'autrice ascoltata alla serata dell’incontro. Una prosa autoironica ma riflessiva sul mondo dei poeti oggi. In un qualche modo sento che a Nicoletta piacerebbe essere presentata in questo modo. "Il sangue dei papaveri" è un libro che mi ha catturato, letto in una sola notte, gustato nella fresca sera di un climatizzatore in funzione. Già dalle prime pagine avverto la voglia di trasmettere, di essere recepita e sopratutto della concretezza di Nicoletta, in quanto sceglie per rappresentare l'inizio del suo libro questa frase: "Non faccio domande, ma voglio risposte". Posso dire che per essere un'autrice al suo esordio sulla carta stampata ha già le idee molto chiare sul messaggio da lanciare. Credo che i versi di Nicoletta siano anche in qualche modo ricercatezza geografica, infatti si nota l'ironico attribuibile al milanese, dal quale prende radici, per poi passare agli aromi, i suoni, la passionalità pugliese dei parenti più prossimi, fino alla sensualità e intraprendenza romagnola. Reputo azzeccata la scelta di suddividere il libro in tre fasi, ognuna a rafforzare la precedente, anche se toccando temi differenti. Tutti uniti dalla stessa anima che si infonde tra penna e braccio (o parafrasando la prosa di Nicoletta, tra mezzo e conduttore). Nicoletta credo non sia una di quelle persone diventate poetesse (o come direbbe lei ironicamente "writer of verses" che fa più figo...prendendo in giro chi si nasconde dietro a posizioni o falsi miraggi), ma credo abbia lavorato molto sodo per arrivare a questo primo libro, studiando la musicalità che sprigionano alcuni suoi versi, per poi temporeggiare su versi semplici e diretti che non lasciano interpretazioni diversi da quelle che Nicoletta vuole esprimere. Nella poesia "Il sangue dei papaveri" che dà il titolo al libro trovo quanto detto prima, e cioè la grande varietà di suoni e paesaggi della sicilia. Poi come non citare la poesia che più mi ha colpito (e a quanto sentito di certo non solo a me) Sospiri sospesi, una poesia che ha toccato la mia anima soprattutto nella chiusa che vorrei citare: Mi lascio trascinare e divento vento. Una splendida chiusa che mi tocca personalmente (dato che il mio blog personale si intitola Animanelvento) e che racchiude il vivere la vita di oggi, abbandonandosi un pò dove ti vuole portare. Sarebbero tante le poesie da citare con versi (non dico tutte perchè sembrerebbe una presa in giro...e poi perchè si vergogna se lo dico), ma toglierei il gusto di assaporare quello che considero uno dei migliori libri di poesia che mi sia capitato tra le mani negli ultimi mesi (almeno per quel che riguarda gli autori esordienti o da poco editi). Vorrei però citare qualche poesia che mi ha colpito maggiormente, come la poesia Alito di vita perduta, Sante e puttane, Aggrappati, Attraverso il mistero del vento. Tutte poesie che intonano l’anima. Un libro che vivamente mi sento di consigliare a chiunque voglia tra le mani un libro intenso e passionale, delicato e sinuoso, duro e ironico allo stesso tempo.


Guido Passini



 

 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Nicoletta Verzicco
-Titolo: Il sangue dei papaveri
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
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Sonia Gardini - Dove allunata Il libro di Sonia è una sintesi della vita, sempre che di sintesi si possa parlare dato che si tratta di un libro di poesia. Da sempre considero la poesia il tutto e il niente di ogni vita. Proprio su quel filo diretto che ogni autore si barcamena in un equilibrio che a volte risulta instabile, ma non è certo il caso di Sonia, che con il suo Dove allunata? presenta un libro spontaneo, alla incessante ricerca del verso, della sua musicalità e le sue vibrazioni. Questo libro è una raccolta di poesie create in un periodo lungo del percorso dell’autrice, e nonostante possano presentare sili differenti, sono tutti versi perfettamente saldi tra loro. Sono tutti legati da un filo conduttore, l’andare oltre, infatti nonostante il dolore, gli smarrimenti, la violenza, l’autrice ritrova sempre il coraggio, la forza, la costanza di voltare pagina. La poetica della Gardini non è illusoria, non getta fumo negli occhi, ma si pone con intelligenza e a modo suo persuasione, lasciandosi leggere e nella sua brevità dei versi è racchiuso più di un semplice pensiero. Questo perché la poesia di Dove allunata? non ha tempo, non oso pensare infatti che il mondo si sia fermato sulle sue parole, ma le parole hanno un messaggio talvolta cosi ampio da essere collocato in più situazioni, eventi nell’arco del tempo. Questo libro è comunque un libro pieno di colori, di immagini, luci, non nascondo infatti che leggendo la sezione “Oriente” il collegamento con paesaggi “Le mille e una notte” sono stati espliciti. Piccole foto sono lì, posate sulle pagine di Dove allunata? Condensate ma non per questo non visibili o sentite. Il libro presenta comunque in totale cinque sezioni, una è già stata citata, quindi proseguirei con la sezione “Impronte”, dove sono raccolte secondo il mio modesto parere , tutti quegli eventi che volenti o nolenti hanno lasciato un segno nel cammino di Sonia, in positivo o in negativo. La sezione “Attimi” raccoglie le poesie forse più brevi di tutto il libro, a testimonianza della scelta del titolo, e si trovano appunto piccole perle di saggezza, piccole, grandi emozioni che lasciano interdetti per il rapporto semplicità-emozione, di notevole caratura. L’ultima sezione del libro si intitola “I conversari”, contornata da versi che paiono quasi come monologhi, poesie articolate dove ho notato un cambio di stile rispetto alle altre sezioni, uno spiccato senso dell’equilibrio e della sonorità del verso. Mi sono tenuto da parte la prima sezione del libro che dà poi il titolo al libro, quella più rappresentativa forse per l’autrice, quelle che hanno un significato più incisivo. Mi sono chiesto il perché… c’è qualcosa in questa sezione che si può considerare una silloge, a se stante, in piena regola che forse mi sfugge. Ho quindi letto più volte la poesie della sezione “Allunata” attribuendogli i significati più disparati, ma poi sono giunto ad una conclusione. Questa è la sezione dell’intimo di Sonia, dove sbarca nel suo mondo tra realtà ed illusione, compie un tragitto completo sulle emozioni, su momenti di vita che lasciano però un interrogativo a Sonia. Dove? Sembra quasi che dopo aver compiuto il suo viaggio ci chieda di mostrarle il cammino che ha percorso, quasi spaesata dalla fatica di guardarsi dentro e sfoggiare questi ottimi versi. Un libro letto con molto interesse, con grande attenzione per carpirne le ottime strutture e le sensazioni di grande rilievo. Ma la risposta forse è solo nell’anima di Sonia.

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Guido Passini




 

 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Sonia Gardini
-Titolo: Dove allunata
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Editing e grafica: Manuela Verbasi

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Vorrei imprimere un vuoto nell’aria Cenni biografici Carlo Penati (Legnano 1954) è stato redattore del periodico di ricerche e analisi linguistiche «Pianura». Nel giugno 2008 ha vinto il 29° Premio letterario internazionale “Città di Moncalieri” con la poesia Le ruote della luna. Pubblica nel 2008 con Fara Editore Vorrei imprimere un vuoto nell’aria. Recensione Ho incontrato questo autore all’incontro con Fara Editore presso la Fiera della Microeditoria di Chiari (BS) nei primi giorni di novembre, e devo ammettere che tra tutti gli autori presenti Carlo mi ha incuriosito da subito con la sua calma e compostezza. Ho ascoltato attentamente la lettura dei suoi versi e ho sentito l’aria imprimersi di introspezione. Cosi spinto dalla curiosità ho deciso di acquistare il libro e ho atteso l’attimo giusto per leggerlo. Questo perché credo che ogni libro vada gustato con lo stato d’animo, con lo spirito giusto, solo cosi posso sperare di arrivare il più vicino possibile al pensiero dell’autore. Concordo con il prefatore del libro quando dice che Carlo Penati cura le proprie poesie secondo una tradizione novecentesca, con un linguaggio scorrevole e ricco di situazioni che riportano emozioni. Vorrei imprimere un vuoto nell’aria è suddiviso in tre sezioni sequenziali: La notte, l’abisso e l’ascesa. Il ruolo predominante infine credo l’abbia la quarta e ultima sezione: il tutto. Questa sezione credo sia un insieme di poesie che rafforza e ripresenta al suo interno lo stesso ciclo che compiono le altre tre. Ho parlato prima di introspezione perché il costante pensiero che ogni poeta pur trattando svariati temi alla fine dei giochi parla sempre di se stesso, di come vive determinate emozioni, di come vive determinati eventi, di come vive ogni paesaggio che gli si pone dinanzi agli occhi, ma soprattutto perché in questo libro ho letto la vita, il percorso spazio temporale del viaggio di Carlo. La scelta dell’autore di affrontare ognuna delle quattro sezioni con una poesia che ha per figura principale il volo rafforza il mio pensiero. Cosi nella prima sezione La notte si decolla da Linate ed i suoni che ne susseguono sono tutti lievi (silenzio, sussurri, risonanze,pause, gemiti, pensieri neri, città che dorme, dal profondo nulla) alternati da altri più assordanti (ferraglie di treni, le urla, voci lamentose dell’anima), quasi come se Carlo fosse alla ricerca della pace, di se stesso. Buono anche il ruolo dei colori scelti per rappresentare questa sezione, si passa infatti dal buio della città alla luce vermiglia presente in alcune poesie. Questa sezione potrebbe rappresentare un distacco, un abbandonarsi, forse un attimo di solitudine o anche una brutta notizia. Si passa infatti alla seconda sezione dal titolo dalle svariate facce: l’abisso. Anche in questa sezione la prima poesia è dedicata al volo, dove si evidenzia il proseguire del viaggio verso quello che secondo me è un viaggio nel dolore, nell’affrontare un qualcosa che lacera la propria anima. Ci sono infatti riflessioni sul proprio stato d’animo e sull’affrontare i ricordi, cosi riaffiorano le frasi: la vita ha perso il fine, quando il corpo non ti vuol più seguire, parole inutili. Per poi tornare a quelli che mi sono sembrati attimi d’amore, e faccio riferimento a Codice d’amore, ricercati, ma al momento sembrano essere lontani dato che la poesia che segue rappresenta una lontananza, la tristezza. Insomma un viaggio alternato da attimi duri e attimi più leggeri, quelli che si possono considerare gli alti e i bassi della vita. Affronto cosi la terza sezione Ascesa con il dubbio su dove l’autore andrà a concludere questo viaggio. La prima poesia questa volta rappresenta la risalita del viaggio, affrontata quasi con leggerezza dell’anima, quasi come se il cammino della vita sia ultimato e non resta altro che dirigersi verso il cielo. Cosi ho intrapreso la poesia Post Scriptum, Il saluto, Bilancio. Tutto mi fa immaginare la fine del ciclo della vita come le parole dell’autore: cammino nella vita per trovare un senso, angeli irridenti ci osservano. Anche la poesia Il sonno mi ha dato l’idea di quanto l’autore completato il proprio viaggio sia giunto comunque ad una conclusione importante, a capire quello che forse è un forte significato della vita. L’ultima sezione Il tutto conclude con quelle che sono le riflessioni, le impressioni e le speranze dell’autore. Una poesia a favore della mia tesi è senz’altro quella che fa da chiusura a questo ottimo libro: Escaton. Ho letto da qualche parte che Escaton è una parola greca che indica l’aspetto ultimo e perfetto della realtà. In tutto ciò che esiste c’è un ideale da raggiungere, non come qualcosa da conquistare da fuori, ma da conseguire da dentro, attraverso il cammino dell’esistenza che tutti noi suddividiamo in passato, presente e futuro. La realtà suddivisa in tre sezioni: il passato, che in genere reputiamo sorpassato, il presente che ci fa tanto litigare perché lo vogliamo possedere, il futuro cui demandiamo tutto ciò a cui aspiriamo. Il Vangelo ci annuncia che il movente della tensione escatologica, per cui ogni realtà sempre tende a perfezionarsi attraverso le varie forme che assume, è l’amore. L’unica via in cui il cammino verso la perfezione si attua in modo reale è quello dell’amore. Tutti temi che Carlo ha toccato e di cui ci ha reso partecipi, in questo suo viaggio. Un libro decisamente evolutivo dal punto di vista dell’osservarsi dentro e dirigere ogni lettore nel proprio cammino interiore. Concludo questa recensione dicendo a Carlo che di sicuro è riuscito ad imprimere un emozione nel cuore di chi ha letto questo libro, cosa forse assai più ardua che imprimere l’aria. Lieto di averti letto.


Guido Passini

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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Carlo Penati
-Titolo: Vorrei imprimere un vuoto nell'aria
-Ed. Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
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sabato, 02 maggio 2009
In... --recensioni, guido passini, carla de angelis

 

 


Ho acquistato il libro Salutami il mare alcuni giorni fa, rapito dalla copertina, semplice nella composizione ma senz’altro ricca di valori. Solo dopo ho visto il nome dell’autrice e ho sfogliato curioso le pagine. Ho avuto il piacere di parlare con Carla, di sentire la sua voce tranquilla e rasserenante, ma soprattutto ho avuto il piacere di sentirle leggere alcune sue poesie. Cosi ho cercato di capire da dove provenisse la sua poesia ma soprattutto quanto fosse grande la sua anima. Ho affrontato cosi il libro con una profonda stima dell’autrice e con un velo di ingordigia. Inizialmente ho divorato Salutami il mare senza soffermarmi sul vero significato della poesia, ma cercando solo quanto fossero forti le emozioni, le sensazioni che la lettura può lasciare. A volte capita infatti di leggere scrupolosamente una poesia per cercare un significato che forse nemmeno esiste, alla ricerca di una rima, di una metrica che a volte può togliere la profondità delle emozioni, tralasciando quel qualcosa che ti lascia a bocca aperta, che stringe lo stomaco, che ti fa scendere sul viso una lacrima. Per questo non mi soffermo momentaneamente sulla forma della poesia di Carla, ma vorrei esporre quanto questo libro mi abbia dato. Salutami il mare è un libro che non è stato creato per dimostrare qualcosa, ma credo sia stato creato per alleggerire il dolore, per fare riflettere il lettore sulle varie sfaccettature della vita. Leggendo questo libro ho navigato nel dolore, nello sforzo di trovare un perché, nella voglia di risarcimento e di credere in qualcosa. Condivido con l’autrice la “monotonia” del giorno vissuto, di quanto ci sia sempre qualcosa che monopolizzi la nostra vita. Ci sono versi che nella loro semplicità tolgono il fiato per quanto riportino il lettore con i piedi per terra, con la cruda e dura realtà del momento. Allo stesso tempo sento una grande forza interiore in questi versi, perché in nessuno si avverte un minimo spiraglio di arresa. Forse è proprio questo il segreto della poesia di Carla, o forse è proprio la poesia che dà la forza all’autrice di guardare sempre avanti. Citare solo alcune poesie credo sia riduttivo perché ognuno lascia qualcosa dentro che s’infonde nel lettore, che ne gonfia e sgonfia il petto. Doveroso però citare la poesia che dà il titolo al libro: Salutami il mare / se è lo stesso di allora / di quando il tempo era infinito / e indefinito il futuro. A questi versi ho voluto dare un significato del tutto personale, in quanto ritengo il mare la figura retorica per eccellenza delle introspezioni. Un mare che può significare un lavare via il dolore, o ancora meglio il ritorno di un vecchio ricordo. Un ricordo del passato quando la vita forse era più spensierata. Tecnicamente la poesia di Carla è molto curata, semplice nel linguaggio, e adornata spesso da un ritmo intenso, veloce, quasi frenetico, che rende bene l’idea del senso della vita. Chiudo questa recensione con un pensiero all’autrice: Ti porterò il mare, non spazzerà via il dolore, ma chissà che non disinfetti un po’ questa vita.


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Guido Passini




 

 

 

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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Autore:
Carla De Angelis
-Titolo: Salutami il mare
-Ed.Fara
-Recensione di: Guido Passini
-Redazione
-Editing e grafica: Manuela Verbasi
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La recensione di oggi è dedicata ad un autore molto speciale, in quanto è uno dei pochi editori che creda pienamente nella poesia, e dedica il suo tempo per riportarla a galla con manifestazioni e presentazioni varie sul territorio, ma soprattutto pubblicando la poesia. Questo autore è Alessandro Ramberti, titolare della “Fara Editore”, una delle più grandi Case Editrici della Romagna. Prima di passare alla recensione del suo libro “In cerca” vorrei spendere ancora due parole sulla persona di Alessandro Ramberti. Per quanti di voi lettori possiate conoscerlo e avere la fortuna di potervi parlare, posso senz’altro dire che le peculiarità di questo autore sono l’educazione, la calma e il forte senso di collaborazione e volontà.

Preso tra le mani, il libro si presenta in maniera composta, ordinata, ed elegante con il suo segnalibro in cotone color vinaccia che s’intona alla copertina rosata. Il titolo del libro “In cerca” rafforza le immagini di copertina, un insieme di ingranaggi (anche se questa è una mia interpretazione, in quanto potrebbero essere tranquillamente dei labirinti o simboli di carattere orientale) che esprimono la ricercatezza, la costruzione di questo libro. Elaborato negli anni, ritoccato in alcuni versi, come ci confida l’autore nella presentazione, si riesce a percorrere il cammino di Alessandro, alle domande che si pone al momento della stesura di un testo e soprattutto una continua ricerca del suono, della musicalità e lo scorrere della poesia. La ricerca di quel qualcosa che solo la poesia riesce ad esternare, la ricerca della propria anima, del proprio inconscio, del pensiero che di getto esce senza avvertimenti. Una ricerca vera dell’uomo, e soprattutto dell’essere uomo.

Ci sono testi brevi che racchiudono un essenza molto più ampia di quello che i versi stessi mostrano come la poesia “Non datur”. Nella poesia di Ramberti non si denota solo la ricerca di se stessi, ma anche quella della fede, un credo in cui riporre i propri pensieri, le proprie preoccupazioni, le vicissitudini della vita percorsa. Insomma credo di poter dire che “In cerca” è un libro che porta riflessione al lettore, che porta emozione, che infonde poesia in ogni verso e mostra molto sull’aspetto di Alessandro.

A mio avviso è un libro che lascia libera interpretazione ad ogni poesia in quanto l’autore ti porta nel suo interno ma non ti mostra la via d’uscita precisa, ma solo uno spunto per raggiungere quella che il lettore ritiene più consona allo stato d’animo del momento. Personalmente da questo libro ho tratto molti spunti per scrivere poesia, e forse questo lo scopo principale di Alessandro? Potrebbe anche essere, riportandomi al pensiero iniziale di questa recensione, rispecchiando ancora di più il suo essere altruista e la serenità con cui sa apprezzare le piccole cose della vita.

Un libro che sa di filosofia orientale, non mi sarei stupito a trovare in alcuni testi vari haiku incastonati tra loro. Non so perché ma ho scelto di leggere questo libro con una musica new age da sottofondo, assaporandone intensità e pensiero. Un libro che dona moralità e sagacia allo stesso tempo, letto con forte interesse. Complimenti all’autore che in questo caso rappresenta se stesso più che mai.



Cenni biografici

Alessandro Ramberti è nato a Santarcangelo di Romagna il 10 giugno 1960. Ha vinto il premio l’Astrolabio con Racconti su un chicco di riso (Tacchi Editore, Pisa, 1991) e vari riconoscimenti per opere poetiche (recente la segnalazione al Premio Agostino Venanzio Reali 2004) e il II premio al Città di Mestre 2005 con la poesia Già c'è. Con la poesia Tracce indistruttibili ha vinto la prima edizione del concorso Versificando 2005 sez. poesia singola: in giuria Walter Mauro, Elena Clementelli, Aldo Mastropasqua, Elio Pecora, Silvio Ramat. Con la poesia Dietro le spalle ha vinto a fine 2005 il premio Ad un passo dalla poesia. Ha pubblicato con lo pseudonimo di Johan Thor Johansson La simmetria imperfetta.

Blog personale qui

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Guido Passini




 

 

 

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Alessandro Ramberti
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Biografia
 
 

 
 
Salvatore Calò nasce a Galatone il 19/10/1957. Terminate le medie si iscrive all’IPSIA di Gallipoli dove, nel lontano 1977, consegue il diploma di Tecnico delle Industrie Elettriche ed Elettroniche. Lavorando come garzone di falegnameria per pagarsi gli studi, finisce col ritrovarsi diplomato e socio di un laboratorio di infissi. Nel 1988 convola a nozze con Antonella che gli regala due bei maschioni, Daniele e Davide. Nel 1989 su insistenza della moglie e per mancanza di lavoro in falegnameria, emigra nella ghiotta Bologna per lavorare come arredatore sulle ferrovie; intanto era già in graduatoria come Assistente Tecnico per laboratori di impianti elettrici e aule di informatica.
Nel 1992 viene chiamato a lavorare nella
 
scuola dove tuttora opera. Dal 2005, con la nascita dei blog, spronato da un suo carissimo amico, comincia a scrivere poesie in dialetto Salentino sulla piattaforma di Splinder, dal titolo “IL TERRONE”, al seguente indirizzo: http://localo.splinder.com/; col passare del tempo e a gentile richiesta dai naviganti aggiunge la traduzione in italiano alle sue opere. Nel 2008 vince il primo premio nella sezione vernacolo, con la poesia dal titolo “Lacrime mare”, indetto dal club Fotoamatori L’Occhio di Galatone. Nell’aprile del 2009 arriva terzo a “Primaverart” concorso di poesia in vernacolo. Scrive poesie a tema per una rivista culturale del suo paese, a LEVANTE, dove fa parte anche del comitato di redazione.
 
 
 

 

 

Lacrime mare
 
Lacrime amare
 
 
 
Ti chianginu l’occhi,
tuttu iti umbratu,
fiaccu ti sienti.
A mmienzu a llu scuru,
cusi stà tti cotuli,
a ‘ncerca ti n’anima,
ca oramai si ‘ndè sciuta.
Ggiri schiantatu,
cu llu core scquagghiatu,
ete nu sonnu,?
o ete miraggiu?
Ti ssuchi l’occhi,
ti pulizzi lu nasu,
pi ccinca stae stisu,
tuttu ete spicciatu.
Nui ca campamu,
‘ncora cuntamu,
minamu palore,
la capu ni tòle.
 
Si bagnano gli occhi,
tutto diventa nebbia,
affannoso si fa il respiro.
Ti muovi in casa, come fiera in gabbia,
in cerca di un’anima,
che ormai siede in Paradiso.
Spaventato,
col cuore straziato,
in silenzio ti chiedi:
sto sognando?
è un miraggio?
Ti asciughi gli occhi,
ti soffi il naso,
per chi sta steso,
tutto è finito.
Noi che siamo vivi,
ancora parliamo,
regaliamo parole
ma la testa fa male.
 
 
 

 

 

Giucattuli
 
Giocattoli
 
 
 
Facci ti agnuni cuntienti,
a mmienzu ddo file ti anche,
sarcine ti ‘nduri ca puzzanu,
tràini ti cristiani ca sprenginu.
No ssi capesce nienszi.
E rriata la festa, servinu sordi,
ggiramu a ‘mposcia, no ‘ndi trùamu,
stringimu li tienti.
Stamu pari,
facci gnuricate,
hùlimu scappamu.
Raggia e raggione tra scornu e chiasteme,
ferve lu core, scoppia la capu.
No nni piace stu jentu ca puzza ti maru.
Hòle lu pallone lu agnone,
ca hòla liggeru a ll’arria,
lu tira pi mmanu lu tata,
ti ddhrà recchia pare no ssente.
Soffre lu core ti la manu,
pare ca suta cupiertu ti lana.
Si cunszola,
so zzarrie ti agnuni,
a sta festa paisana.
 
Visi di bimbi felici,
per mano tenuti dal padre,
profumi che spingono,
processione di gente che va.
Piacevole baraonda.
È giorno di festa, servirebbe moneta,
si cerca nelle tasche,
il vuoto è padrone,
si serra il pugno.
I conti tornano,
volti tirati,
voglia di scappare.
Rabbia e deliri tra vergogna e imprecazioni,
batte forte il cuore,
mille pensieri si rincorrono in testa.
Amaro destino il nostro,
gestito da cialtroni negli ultimi anni.
Chiede il pallone l’innocente,
come allodola guarda,
dolcemente lo tira la mano,
sorda a questi richiami di sirena.
Sanguina il cuore del padre,
come coperto di spilli.
Si consola,
sono capricci di bimbi,
in questa festa paesana
 
 
 

 

 

Nnamurati
 
Innamorati
 
 
 
Si corcanu li capiddhrì sua,
intra sti manu ti carusu,
lu pizzulu ti la more, ti la ita.
Tanti ‘nduri holanu a ll’arria,
bbi rrubbamu l’occa ti larma,
bbi ddumanu lu core.
Lu jentu bbi ‘ncarezza chianu,
nu mumentu fermi no stati,
mmara a cci bbera ddisignare.
Ti coste bbi ete lu sole,
scusi a rretu a nnu jertu parete
a llu postu ca bbiti scucchiatu.
Jesti liggere ‘mboggicanu li carni,
ca ognè ttantu sunnasa lu jentu,
scarpe ti pezza a lli pieti ca fùscinu.
Si lla luce pi ll’occhi ti figghiuma,
ca lu iti cquasi babbatu,
speriamu ca tant’accqua bi mmoddhrà e
tantu sole bbi ssuca ‘mbrazzati
 
Si coricano i suoi capelli,
nelle tue inesperte mani,
soglia d’amore, vita.
Profumi intensi fiutano l’aria,
rapiscono l’anima, infuocano i sensi.
Il vento accarezzandovi, veloce va,
fermi non siete in attesa di tela.
Dolci vi scopre il giorno,
nascosti da sguardi indiscreti,
sulla vostra solita riva.
Seta leggera su morbida schiena,
trasparenze innocenti,
scarpe da tennis, giovani passeggiate.
Arcobaleno del mio cielo, da te incantato,
spero,
che vi bagni tanta pioggia e,
vi asciughi un immenso l’amore.
 
 
 

 

 

Sciurnata ti festa
 
Giorno di festa
 
 
 
Cuntienti,
zzumpamu,
su llu jale e lli strate,
tra l’aratu e llu scìerszu.
Sciurnata ti state,
lindineddhrè ca holanu a ‘ncielu,
ti capu a ppieti, tutti sguagghiati.
A ‘ngalè li piccicchi,
paparine intra lli manu,
sarcine ti fiuri,
cu stì beddhrè carose.
Scì rite, scì chiange,
scì comu sape, si la canta e ssi la sona,
scì fuce, scì stae fermu, scì se stisu.
Mi mentu lu mantile,
lu focu mi chiama,
mi bbinchiu ti fumu,
sotta stù sole scurnusu.
Mi cquarda schiantatu, lu cane ti casa,
poi ggira la capu,
a ‘nterra ssittati ete l’amici ‘nvitati.
Mangiamu, ivimu,
topu nu picca scimmie parimu,
spittamu,
su stà taula bbinchiata,
ca lu piattu si stìaca.
 
Contenti,
saltellanti,
lungo i viali, per le strade,
nei campi.
Giornata celeste,
rondini in cielo,
feste nel sudore grondanti.
Sulle spalle i più piccoli,
papaveri in mano,
margherite e violette,
con le dolci signore.
Chi ride, chi canta,
chi suona, chi corre,
chi fermo, chi si è arreso.
Mi metto il grembiule,
il fuoco mi chiama,
mi sazio di fumo,
all’ombra del sole.
Mi osserva crucciato l’amico fedele,
guardando canino,
i miei poveri amici,
in questo giorno di festa,
seduti per terra.
Si mangia, si beve,
si imitano le scimmie,
su questa tavola felice,
in attesa,
che il piatto si stanchi.
 
 
 

 

 

Tiempu
 
Tempo
 
 
 
Sempre ti pressa,
matina e ssera,
pare ca ìnci, ti ggiri e stà ppierdi.
Tiempu,
ni pigghi pi fessa, ni babbi,
mo stà nni prìsciamu, mo stà cchìangimu.
Tiempu,
cquiddhrù ca no passa mai,
ca ti strùsce chianu comu na candela,
ti secca comu nu fiuru a ‘ngalera.
Spietti nu si, ti rria nu no,
cu bbiti n’amicu, o la bbanda ca sona,
nù calice chinu, lu focu na sera.
Tiempu,
ca ni ‘ndi porti li tienti,
ni llassi cu cquattru capiddhrì,
la entre e llu culu ni ppiendi.
Ni iti ti latte,
carusi e lleoni,
curcati stùtati.
Lu tiempu e ddi tutti,
amici e cquàstasi.
 
Sempre di corsa,
mattina e sera,
canti vittoria, hanno già vinto.
Tempo,
deridi, illudi,
ci vedi allegri, o con gli occhi nel pianto.
Tempo,
sei quello che non passa mai,
mentre consumiamo l’attesa,
fiori in una buia galera.
Aspettiamo,
un si, un no,
a rivedere un amico,
la banda suonare,
il bicchiere pieno,
la brace nel camino.
Tempo,
rubi i nostri denti,
porti via neri capelli,
ammosci le lisce pelli.
Ci vedi bambini,
giovani e forti,
vecchi già morti.
Tempo,
sei di tutti,
parenti e amici.
 
 
 

 

 

Ruciti
 
Rumori
 
 
 
Ruciti intra ll’aria
culuri sensza sensu
risate scanuscìute
a mmienzu a stì jerdi cime.
Intra llu nitu li ciddhrùzzi spettanu cu bbolanu,
la barca a mminatu li reti,
spetta nu premiu a lli suturi.
Pete nanzi pete, rriu,
tuttu ete cangiatu no stàe cchiui comu l’aggiu llassatu,
l’aria era cauta e liggera,
mo, mi cotulu comu ‘mbriacu intra st’aria fresca ti matina.
Sete ti rosoliu
pròule ca ‘ndora
corpu ti jentu.
Rria ca ni precanu,
ecchi e rrappati,
no ssi sape cquandu.
Tornanu a mmente li ricordi ‘ngiallinuti,
nu corpu ti jentu li sparpagghìa su llu taùlu.
Mi eninu a mmente,
li muntagne ca ni cquardavanu,
ni ritianu,
nui li maleulimme.
Tuscì ricordi ti la ita,
purtata a ‘nnanzi cu tanta fatìa.
 
Sinfonia nell'aria
colori trasparenti
sorrisi sconosciuti
tra i verdi rami.
Nel nido i piccoli ancora attendono il volo,
il peschereccio ha steso le reti,
nell’attesa
che i frutti siano maturi.
Passo dopo passo, arrivo lì,
vedo tante ricchezze scomparse,
l'aria era così calda e leggera,
adesso,
dondolo nel vuoto dell'aria fresca del mattino.
Sete di whisky
polvere speziata
alito di tempo.
Scivoleremo alla terra
con appassita bellezza
dell’incerto domani.
Affiorano ricordi colorati di bruno,
un soffio di vento li appoggia sul tavolo.
Rivivo i momenti
le montagne ci guardavano,
sorridevano,
li odiavamo.
Dolci ricordi di una vita,
vissuta con fatica.
 
 
 

 

 


 
 
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lunedì, 27 aprile 2009
In... nazim hikmet, --recensioni, anileda xeka

 

a cura di Anileda Xeka

 



Biografia
 
 

 
 
Hikmet era figlio del diplomatico Nazim Bey e della pittrice Aisha[figlia di un nobile polacco ,militare in carriera ma anche filosofo e storico],innamorata della poesia francese in particolar modo di Baudelaire e di Lamartine che leggeva in francese,anche perché in quel tempo le traduzioni erano rarissime e in Ottomano, lingua formata per il 75 % da parole arabe e persiane, che non conosceva,tanto meno lo conosceva Hikmet. Hikmet studiò nel liceo francese di Galatasaray[Istambul],passando successivamente all’accademia militare,come citato sopra. Durante la guerra dell’indipedenza si schierò con Atatürk (Mustafa Kemal) in Anatolia e lavorò come insegnante a Bolu. Studiò poi sociologia presso l'università di Mosca (1921-1928) e diventò membro del partito comunista turco negli anni Venti, dopo aver scoperto i testi di Marx e della rivoluzione sovietica. Conobbe Lenin ,[che fu per lui un padre grande e favoloso,ancor più reale del pascià dal quale era nato ,in un sontuoso palazzo di Salonicco,ai tempi dell’impero ottomano.Infatti il 22 giennaio 1924 Hikmet montò la guardia accanto al volto scoperto di Lenin dentro la barra.] Esenin e Majakovskij, che ebbe su di lui un'importante influenza. Dopo il suo ritorno clandestino in Turchia nel 1928, Hikmet scrisse articoli, sceneggiature teatrali ed altri scritti. Fu condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare ma amnistiato nel 1935. Nel 1938, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività anti-naziste e anti-franchiste, scontandone 12 in Anatolia, nel corso dei quali venne colpito da un primo infarto e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk. Fu l'intervento di una commissione internazionale composta tra gli
 
altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson e Jean-Paul Sartre a favorirne la scarcerazione nel 1950. Si sposò con Münevver [che in turco vuol dire la saggia]Andaç, traduttrice in lingua francese e in lingua polacca alla quale dedicò diverse poesie e dalla quale ebbe un figlio,Mehmet. Nel 1951, a causa delle costanti pressioni, fu costretto a ritornare a Mosca (Russia) ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio viaggiando in tutta Europa. Perse così la cittadinanza turca e divenne polacco. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova e la sposò. Era un bellissimo uomo,amato dalle donne,si muoveva con grazia e parlava con gli altri nel modo più estroso e diretto.Era un grande poeta ed un combattente valoroso.Ma questo eccesso di doti,aveva come correttivo un ingualcibile candore,una capacità di fiducia,di meraviglia e di rispetto verso l’ummanità e verso le cose.Non vi era in lui ombra di cinismo o di acidità;ma solo qualche volta di egoismo e leggerezza.Fu profondomente legato alla sua terra turca,ma non meno per sua scelta che per il destino.Non si piegava ai compromessi,neanche a quelli che per sottile opportunismo chiamiamo necessari. A Mosca ,al numero sei della via Pesciànaya,il 3 giugno del 1963,verso le nove del mattino,mori’ Nazim Hikmet.Un grande uomo e un grande poeta che seppe parlare e trasmettere il linguaggio universale del sentimento ,con quella sua estrema dolcezza orientale intrecciata ai ritmi crudi dell’Occidente,uno dei più amati della poesia conteporanea.Scrisse per amore e con amore. Ogni 21 marzo l'UNESCO festeggia la giornata mondiale della poesia e nel 2002 venne reso omaggio a quella di Nazim Hikmet. Nazim Hikmet viene citato nel film "Le fate ignoranti" di Ferzan Ozpetek, con Margherita Buy e Stefano Accorsi, dove vengono lette.
 
 
 

 

 

Recensione
 
 
 
 
 
In una lettera a Joyce Lussu,alla domanda perché scrivesse poesie,Hikmet rispose:”Sarebbe più giusto porre la domanda in un altro modo.Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.” Nazim Hikmet Ran nacque a Salonicco[attualmente Grecia] il 20 novembre 1902,la data riconosciuta dall’anagrafe e confermata da Hikmet in una sua poesia autobiografrica scritta nel 1962,nonostante altre fonti smentiscono tale data,sostenendo che sia nato a Mosca il 03 giugno 1901.Fu uno dei primi poeti turchi a scrivere versi liberi . Hikmet è diventato, mentre era ancora vivo, uno dei poeti turchi più conosciuti in Occidente e i suoi scritti sono stati tradotti in diverse lingue. Condannato per marxismo fu il solo scrittore d'importanza ad evocare i massacri ai danni degli armeni del 1915 e 1922. Scrisse la prima poesia all’età di tredici anni,due ore dopo aver visto per la prima volta un incendio, il quale aveva incenerito la casa di fronte a casa sua,quando ancora viveva ad Istambul con suo nonno paterno Nazim Pascià ,governatore di varie province, ma anche poeta e scrittore in lingua ottomana.In preda alla paura e quella sensazione di stupore scrisse questi versi intitolandoli:”L’incendio”

“Brucia brucia con terribile fracasso
quel nemico dell’umanità
che stringe tra le sue bracine
le case le madri,gli orfani…”

avvalendosi cosi della metrica chiusa arabo-persiana chiamata “aruz”.
 
L’aruz comportava della cesure obbligate,che però non erano né sillabiche né toniche,tecnica che prediligevano i poeti turchi in quell’epoca,in particolar modo il poeta Tefik Fikret il loro primo grande poeta umanista che scrisse versi contro la religione e la guerra ,che suo padre talvolta leggeva. La seconda poesia ,come egli stesso rivela nella lettera indirizzata a Joyse Lussu,lo scrisse a 14 anni,nel tempo della prima guerra mondiale,dopo la caduta di un suo zio ai Dardanelli.Era molto patriota e scrisse un poema sulla guerra,che in seguito andò persa persino nella sua memoria.Scrisse una terza a 16 anni,influenzato da un altro poeta che in quell’ epoca dominava la letteratura turca.Aveva inventato una lingua poetica tutta nuova e si chiamava Yaya Kemal,il quale fu anche suo professore di storia all’accademia navale.La poesia aveva per tema il gatto di sua sorella,un gattino rognoso di colore incerto:

“Aveva gli occhi verdi come onde del mare
con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve”

Appena Yaya Kemal lesse questi versi e dopo aver visto il gatto,rimase stupito a tal punto che disse:”se puoi scrivere una poesia su quella sudicia bestiola,puoi sicuramente diventare un grande poeta.” Pubblicò la prima poesia a 17 anni in una rivista,largamente correta da Y.Kemal.Un nuovo stile nella metrica e nel linguaggio che esprimeva le nuove tendenze.

Anileda Xeka
 
 
 

 

 

Mosca 1962
 
Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi
verrà un giorno un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano
e quel peso sarà il più grave.
 

 

 

1949
 
Bakù 1957
 
 
 
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu,coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu,alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui t’afferro.
 
La tristezza sulle mie spalle
è una camicia di tela da vela
lavata all’acqua di mare
con una spazzola di ferro
sul ponte spazzato dal vento.
E in questo vilaggio del sud,senza sosta né tregua,
il sole rosseggia e si gonfia di miele
sulle fanciulle e dentro le albicocche.
 
 
 

 

 

1948
 
La vita non è uno scherzo
 
 
 
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole,madre
le tue parole,amore
le tue parole,amica.
Erano tristi, amare
erano allegre,piene di speranza
erano coraggiose,eroiche
le tue parole
erano uomini.
 
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro,ad esempio,le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello,più vero della vita.
 
 
 

 

 

 
 


 

 

 


 
 
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domenica, 26 aprile 2009
In... recensioni libri, giuliana sgrena, --recensioni, roberto rinaldi



 


 
 
Giuliana Sgrena

libro-giuliana-sgrena




IL PREZZO DEL VELO, PARLA GIULIANA SGRENA
La giornalista rapita in Iraq ospite del Suq di Bolzano.


Recensione

S’intitola “Il prezzo del velo” il libro scritto da Giuliana Sgrena, giornalista de il manifesto, protagonista nel 2005 di una vicenda iniziata con il suo rapimento da parte dell’Organizzazione della Jihad islamica, mentre si trovava a Bagdad in Iraq, e culminato tragicamente dopo la sua liberazione, con l’uccisione di Nicola Calipari, agente dei servizi segreti, l’uomo che l’aveva liberata, colpito dal fuoco di Mario Lozano, un soldato americano. Oggi alle 18.30 presso il Liceo Torricelli, ospite della manifestazione “Suq di Bolzano”, organizzato dal Circolo La Comune, Giuliana Sgrena presenterà al pubblico la sua ultima opera di denuncia civile, edita da Feltrinelli, con la moderazione di Pinuccia di Gesaro, in cui racconta i crimini silenziosi della “Guerra dell’Islam con le donne”, della lotta e della resistenza condotte contro l’obbligo di celare il proprio viso con il velo, il chador, il burka. Una costrizione dettata dall’uomo integralista che l’autrice definisce come “il più grande crimine contro l’umanità”. Il libro fa conoscere le molteplici realtà in cui è obbligatorio sottostare al fanatismo ideologico e culturale: da Sarajevo dove le donne si convincono, mediante pagamento in denaro, ad indossare l’hijab, all’Iran dove è vietato “pregare con lo smalto”, paese in cui è in vigore il “modello saudita”. Vietato guidare, viaggiare, star sole in albergo, dare il nome ai figli, ottenere il passaporto, lasciare la casa, avere un lavoro, andare a scuola, sposarsi senza il permesso del padre. In pratica l’annientamento d’ogni elementare diritto civile, negato in quanto donna. Negazioni che hanno coinvolto anche delle giornaliste di una televisione palestinese, minacciate da un gruppo fondamentalista vicino ad al Qaeda, di distruggere le loro case e far saltare per aria il loro posto di lavoro, fino all’intento barbaro di decapitarle e sgozzarle con il fine di “salvare lo spirito e la morale del nostro paese”. Nel libro è citata anche la Convenzione delle Nazioni Unite, ratificata dalla maggior parte dei paesi musulmani, ma con “riserva”, dicitura ambigua che serve a consentire ad ogni stato di legiferare in proprio e violare il “principio d’eguaglianza tra i sessi”, un paradosso che si appiglia alla “differenza di genere”. Così possono essere violati i trattati internazionali. Prima del suo arrivo a Bolzano abbiamo intervistato Giuliana Sgrena.   Nel suo libro cita il caso delle donne – kamikaze che si prestano a gesti di terrorismo, sacrificando la loro vita. La notizia del giorno arriva dall’Irak dove una ragazza di 13 anni con la cintura esplosiva si è consegnata alla polizia Anche la madre doveva sacrificarsi, mentre il padre era l’organizzatore degli attentati. C’è una spiegazione a questo fenomeno?   “Razionalmente non c’è nessuna spiegazione plausibile. In Irak c’è una situazione drammatica al suo interno. Il ricatto psicologico che consentiva l’appoggio ad al Qaeda aveva creato in passato un’alleanza tattica con la resistenza irakena.
Ora con la promessa del ritiro delle forze armate americane, questo patto non è più possibile. E’ nato un gruppo che combatte contro i terroristi che si chiama Consiglio del Risveglio per contrastare al Qaeda. La tensione però in certe zone è ancora molto alta, come nel caso di Baquba, la città a nord di Bagdad, dove la ragazza si è consegnata alla polizia. Il terrorismo usa le donne che non possono essere perquisite da uomini ai check-point. Per evitare questo si è costituito un gruppo, le Figlie dell’Irak, composto di donne civili che aiutano i soldati ai controlli”.
  Le donne oltre che subire violenze e sopraffazioni devono sacrificare anche la loro vita. Perchè?   “Nascondono gli esplosivi sui loro corpi grazie alla disperazione e al dolore. Sono arruolate dopo la perdita dei loro famigliari.
Il lutto le fa cadere nel dolore e subiscono una manipolazione spaventosa. In Palestina e in Cecenia, sono solo le donne a diventare kamikaze. Una costrizione subita con la violenza morale, con i ricatti. L’incredibile è che l’Irak era un paese laico dove le donne godevano di molti diritti e libertà. Dubito che ora una donna si uccida di propria volontà. In nome di una democrazia esportata subiscono di tutto da parte dei gruppi religiosi maschili che impone, tra l’altro, il velo”.   Un velo che a Venezia è stato motivo di rifiuto da parte di un museo che ha impedito l’accesso ad una donna musulmana, scatenando una polemica che è sfociata in una denuncia.   “In Italia vige una legge antiterrorismo che impedisce di circolare con il viso celato. A Venezia c’è anche un divieto di entrare nei musei indossando maschere per via che nella città si svolge un Carnevale importante. Come sempre in Italia non abbiamo le idee chiare sui regolamenti e gli stranieri spesso ignorano queste disposizioni. Siamo un paese toccato dall’immigrazione solo di recente e manca l’informazione. Così accade che si scatenino forme di razzismo selvaggio che vuole cacciare tutti quelli che sono considerati diversi. C’è troppa ignoranza ed evitiamo sempre l’occasione per riflettere. I fatti stessi sono interpretati in modo non corrispondente alla realtà”. 
Sgrena
 Nel suo libro analizza molti paesi dove è diffusa la tradizione di portare il velo. Sorprende la lista di paesi che un tempo non prevedevano l’obbligo. C’è un rischio d’islamizzazione anche da noi in Europa?   In Bosnia prima convivevano diverse religioni che si tolleravano senza problemi. La guerra è riuscita a rovinare tutto. In quel paese operano sotto falsa copertura, organizzazioni che si spacciano per umanitarie, ma il loro scopo è quello di introdurre una radicalizzazione dell’Islam, grazie alla povertà e alla fame. Pagano le donne per portare il velo e il denaro proviene dall’Arabia Saudita. Un’esteriorizzazione che risponde ai dettami dell’Islam. Grazie al disagio creato dalle macerie della guerra. Ma anche da noi occidentali si stanno imponendo di nuove pratiche religiose che erano state abolite”.   Prova ancora delusione e amarezza per il mancato processo in Italia del soldato che ha sparato a Nicola Calipari?   “Lo avevo messo in conto, anche se speravo potesse cambiare qualcosa in Italia. Oltre il danno subito ora ho anche ricevuto la beffa. Sono stata condannata a pagare le spese processuali per il mio ricorso. Nicola Calipari è tornato in Italia in una bara da eroe e subito dopo è stato dimenticato in nome della ragion di Stato. Purtroppo non serve nulla presentare ricorso al Tribunale internazionale europeo. Gli Stati Uniti e l’Irak non hanno aderito alla convenzione. Ha vinto l’ipocrisia”     Il libro “Il prezzo del velo” denuncia come il ruolo della donna nei paesi islamici ma anche in Europa siano assoggettate a divieti che ledono la dignità e la libertà, un diritto inviolabile. Giuliana Sgrena ha viaggiato ovunque ci sia da denunciare soprusi e limitazioni della vita normale e della condizione della donna. Parla di “radicalizzazione islamica in Occidente” e spiega anche che è “necessario compiere un’autocritica collettiva". Denuncia lo scandalo "dei diritti acquisiti e ora negati alle donne. Come in Bosnia dopo la guerra. Il velo che viene indossato si basa sul principio dell’identità costruito sul fallimento di altri valori nei paesi arabi. Ma anche in Italia si verificano anomalie. Una donna musulmana se sta male e va in ospedale non si fa visitare da un medico se uomo. Il marito lo impedisce e preferisce rischiare che possa morire”. Cita anche pratiche assurde come il matrimonio di piacere. “Un uomo può sposare più donne e usarle a suo piacimento. Il matrimonio può durare un giorno, una settimana, un mese, e poi la donna viene ripudiata. O peggio la pratica dell’attestato di verginità. L’obbligo di dichiarare la donna vergine per potersi sposare. Molte donne si fanno operare per la ricostruzione dell’imene, nel caso non siano più vergini. I diritti delle donne dovrebbero essere i parametri per individuare se in un paese esiste la democrazia”. Un libro presentato oltre 70 volte che ha già raggiunto la terza ristampa. .

Roberto Rinaldi
 
pubblicato sul quotidiano ALTO ADIGE (Bolzano)  

 

 

 

 

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-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Libro: Il prezzo del velo
-Autore: Giuliana Sgrena
-Recensione di: Roberto Rinaldi
-Editing di: Manuela Verbasi
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mercoledì, 22 aprile 2009
In... --recensioni, nunzio buono

 

Io sono quel che
tu vuoi che io sia
sicura di conoscere quel che io
non so' d'essere...

 

 

 



Biografia
 

 
 
Nunzio Buono nasce a Milano, il 24 giugno del 1960 secondo di sette figli, all’età di sei anni rimane orfano di madre, questo segnarà per sempre il percorso della sua vita, Timido introverso ama la pittura, la musica e la poesia, ma la sua formazione professionale è tutt’altro che umanistica, attualmente si occupa di sistemi informativi presso la Provincia di Milano.
 
Le sue poesie sono edite in antologie di autori vari "Il foulard sull’abatjour" e "L’inchiostro degli Angeli" Vitali Edizioni. “Ti regalo una poesia” una raccolta in collaborazione con il sito Poetika che ne ha curato la pubblicazione. Edito da LuLu.
A marzo del 2007 esce il suo primo libro "Sentieri dentro" una raccolta di sessanta poesie. Edito da Vitali Edizioni, di prossima l’uscita è invece “Sinestesie d’amore”, suo secondo libro, una silloge che raccoglie più di cento poesie.
 
 
 

 

 

Recensione
 
 
 
 
 
Avvicinarsi alla poetica di Nunzio Buono, alias Enneby, significa entrare in un mare d’emozioni. Attraverso il suo poetare si raggiunge un mondo in cui la sensibilità e la ricchezza d’animo la fanno da padroni, è come volteggiare nei meandri del cuore e per questo, non a torto, Nunzio si può considerare il poeta dell’amore. Spesso le esperienze di bimbo segnano il vissuto, rimarcano l’approccio alla vita e nelle sue parole questa regola si espleta inevitabilmente. Leggendo accuratamente “Il suo ritratto” si ritrova una forte sensazione di vuoto, causato probabilmente da un precoce distacco, in cui la tristezza si fa pressoché palpabile, diventa quasi persona.
Eppure, nonostante gli accadimenti negativi che hanno costellato la sua vita, l’autore da segno evidente di non lasciarsi mai soggiogare da essi, ma anzi … gli donano quegli stimoli necessari per rinascere e poter guardare al futuro con cipiglio positivo. In un certo qual modo, attraverso  le  parole  ricche  d’emozioni,
 
riesce a far vedere il mondo attraverso i suoi occhi, questa è la forza della poesia introspettiva. Il suo verso possiede una malinconia di fondo, ma tale caratteristica non va vista come negazione del se, bensì come partenza per superare la difficoltà, andare oltre, valicare il momento di scoramento, e non a caso è indicativo il titolo del suo blog “Oltre le nuvole il mio cielo”. La poesia di Enneby può rassomigliare per molti aspetti ad un dipinto, il cui tratteggio è stato fatto con pennelli di sogno in cui il presente si fa vivo più che mai e pone le basi per sognare. La sua poesia è diretta, semplice, arriva al cuore e resta in noi come una carezza che si fa piuma … piuma che traccia sentieri su i quali Noi lettori ritroviamo il piacere di riscoprire quei sentimenti, troppo spesso sopiti sotto le vicissitudini della vita o nello scorrere del tempo inesorabile, ma che ora, nel suo verseggiare, riprendono vita deliziando la lettura.
Giovanna Trani
 
 
 

 

 

Verso il tuo volo
 
Penso al bacio
posato al tuo silenzio
in quel rientrare di volo
che m’allontana

agli occhi che
di tanta luce pregna
il mio sentire

e al corpo tuo
levigato dal piacere
nel sentirti mia

in questi resti di pensiero
che collegano d’infinito
attimi
rammendo sole e luna

illudendo
al reale sguardo
il tempo.
 

 

 

In questo mare
 
Una poesia per te…
 
 
 
Pagine mute
sulle rive del cuore
si guardano dentro

immagini di noi
scivolano, come lacrime
sui vetri dei giorni

ti assaporo
in questo mare d’inverno

- nella melodia silente -

lascio
che il vento
mi profumi il viso

e di questo
pensiero tuo, io
mi lascio baciare.
 
Erano
parole d’amore quelle
lette tra le righe dei tuoi occhi

nella poesia
del tuo sorriso appeso
al mio pensiero

ora che lontano
il tuo volto
mi ricuce nei ricordi

avrei voluto
che il tuo respiro

si adagiasse sul mio petto
ancora una volta, e

per una volta ancora, dirti
quanto ti ho amato.
 
 
 

 

 

L’odore del grano

L’erba stava genuflessa
sotto di noi, stesi
a consumarci il cuore

correva
il vento delle piccole cose
sulle colline dai sapori germogli

sul bianco, della tua camicetta
posava il sole
erano lente le ore

- l’odore del pane
cantava ancora nel grano -

i miei occhi al cielo
seguivano il fumo di un tardo
cappotto d’inverno

- non tornai a casa quella sera -

restai fermo, immobile
fino al celarsi degli occhi
nel cielo del mattino.
 

 

 

Il suo ritratto…
 
Come il vento
 
 
 
L’ho trovato
ancora li
tra le pieghe del tempo

quel suo
sorriso non consumato

- erano giorni
dei primi voli incerti -

poi
a seguire
la mia vita.
 
E mi arrivi, come il vento
sulle cose lasciate, d’inchiostro
.
alla tua voce, scrivo
dei sorrisi e dei tuoi baci

in un gioco di colori
da spalmare al grigio degli istanti

quando muore il dolce
al gusto amaro, della
solitudine.
 
 
 

 

 

Leggerò di te

leggerò il mio scrivere
finché le parole avranno
nella tua canzone musica, quella

che dai tuoi occhi
guarderà il sole abbandonarsi al mare

levando l’abito al tramonto
per vestire questa mia notte

quando, respirerò
nella serenità delle tue carezze
il vento

in questo silenzio
che mi lascia solo, tra profumi sparsi
della lontananza.
 

 

 


 
 
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mercoledì, 18 marzo 2009
In... davide ferrara, --recensioni

 

S’intralciano le nuvole
in questo tramonto cucito all’orizzonte.
Spumano di nostalgia fermentata
mentre si spegne il bagliore dei ricordi.
Spina nel cielo il senso di quei giorni.

 

 

 



Biografia
 
 

 
 
Davide Ferrara è nato a Messina l'11 aprile del 1958. Risiede a Catania dal 1977.
Libero professionista nel  settore delle  forni-
ture odontoiatriche, si è occupato con passione fin dalla giovane età di astronomia, cosmologia, storia della scienza e di fenomeni misteriosi. La passione della lettura non lo ha mai abbandonato e lo ha accompagnato praticamente da quando ha avuto per le mani il primo libro. Appassionato di poesia da sempre e lettore accanito soprattutto di quella anglo americana e russa. Passione questa approfondita nel corso dei suoi studi universitari interrotti a circa metà del cammino (fino al terzo anno di Lingue).
 
Fa parte attiva dal 1992 del Gruppo Astrofili Catanesi di cui è stato membro del Consiglio Direttivo, webmaster e attualmente ricopre la carica di Presidente del Collegio dei Revisori dei Conti. E' impegnato nelle attività di divulgazione e di ricerca del Gruppo Astrofili Catanesi e dell'Unione Astrofili Italiani. E' stato relatore nei corsi di introduzione all'astronomia organizzati annualmente nelle scuole e patrocinati dalla Provincia di Catania. Ultimamente è stato relatore al convegno: "Dalla dimensione interiore all'esteriorità: lasciare libero il pa(e)saggio" patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Messina e dall'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Messina. Davide è attivo ed insostituibile componente della redazione di Rosso Venexiano.
 
 
 

 

 

Recensione
 
 
 
 
Nella poetica di  Davide Ferrara [davedomus] si ritrovano, a pieno diritto, aspetti lirici positivi. Le tracce di una poesia meditata, equilibrata, si colgono in prospettiva nella riga del gesto artistico, la cui forza si evince leggendo. Nei suoi versi vi è una nostalgia che evoca quasi sempre una riflessione, dietro cui si cela un ricordo intriso di malinconica attesa. In “Ho lasciato” tutto questo si palesa pienamente: la nostalgia è, infatti, raffigurata da una donna, su cui si riversano le aspettative di un probabile amore, sentimento che qualche verso dopo si annulla riportandoci così ad un’illusione vanificata.
Con oculate metafore riesce a delineare aspetti vitali di spessore. In “Il bruco”, componimento metaforico, si vede una puntuale riflessione sulla corposità dei sentimenti, quei sentimenti che colorano la vita, a volte spesso bistrattata, ma la animano nonostante tutto. L’animale, strisciante, è il metro d’analisi attraverso
 
cui si pone una lente d’ingrandimento su ciò che ci circonda e, nel bene e nel male, riempie la nostra vita. Una metafora particolare per affermare con forza che per quanto il quotidiano sia irto di problematiche è necessario viverlo appieno e comunque … e il bruco n’è la testimonianza più evidente perché alla fine diventa farfalla-speranza. Nella poesia di davedomus s’avverte, inoltre, una punta di mistero, scaturita senz’ombra di dubbio dagli interessi e passioni che porta avanti, coltivandoli con professionalità e dovizia, da ormai molto tempo. Il suo approccio alla lingua è minuzioso ed accurato e in ”Calendimaggio” si nota un equilibrio dosato con cura, ove le parole s’agganciano l’una all’altra con sospensione precisa. Il ricordo della propria terra si compenetra nei gesti d’amanti e la rima alternata segna il procedere del verso in una sonorità d’effetto …
Francesco Anelli
 
 
 

 

 

Calendimaggio
 
Da una finestra esposta a primavera
una ciocca di pensieri scompigliati.
Sorseggio il vento dal bosco così com’era
di verdi labbra e di piaceri sospirati.

Intrecciati i corpi nudi degli amanti
s’aprivano ali ai sogni sussurrati.
Nei prati violati da gemiti ansimanti
promesse perse nei rami attorcigliati.

Tra un’erba illusa che non è più vera
nella mia terra i ricordi son spuntati.
Dalle memorie sbocciate questa sera
tutti i profumi di quei giorni son rinati.
 

 

 

Il passo della strega
 
Migrano
 
 
 
Nel cerchio magico della vita
arranca il passo della strega.
Agita l'amuleto della conoscenza
dente del destino minuto dell'uomo.
Accende le candele nel rituale delle ombre.
In questa notte danza in tondo
il sortilegio della fine.
S'inarca il vento al fuoco delle lanterne,
fredde lingue leccano l'oscurità
mentre il bene e il male gorgogliano
scottati dai raggi della Luna.
In un gomito di buio accucciati
gli incubi dell'essere bevono
la pozione avvelenata dell'illusione.
Lilith ghermisce le anime perdute
sacrificate sull'altare del caos.
Alle porte dell'alba in un coro di follia
i gemiti lontani delle esistenze
evaporano come rugiada.
 
Lame di foglie fendono bave di vento umido.
La maschera portata un tempo si scioglie
sferzata dalla pioggia.
E’ l’albero ancora,
poggiato su ricordi
radicati nella terra nera
non più feconda
ferita d’aratro crudele,
s’incurva in questo autunno
di tagliole nascoste
nei cespugli d’ogni giorno.
Soffre il peso di questo chiarore sbiadito,
agonia di sole
affogato nella nebbia.
Eppure ancora migrano le malinconie
spiegano le ali a sud del cuore
e lasciano le aride distese,
paesaggi nascosti in noi.
 
 
 

 

 

Ho lasciato

Ho lasciato in un angolo
quella donna chiamata nostalgia
col viso riparato dalle mani
a difendersi dai fiori spinosi
lanciati con crudele perfidia
dalla notte.
A lei ho dato in pasto i miei sogni.
Mi restano le briciole
e come un piccione affamato
vado beccando la dura terra
d’una insonnia cullata dai silenzi.
 

 

 

Guardati
 
Il bruco
 
 
 
Pensati per un attimo.
Guardati forma fuori di te.
Prova ad abbracciarti,
stringi il tuo guscio
con la stessa forza che ti stringe.
Parlati per una volta,
ascoltati.
Allora forse saprai
chi è quell'uomo con te.
Insieme sarete quel volto
che ora si guarda
chiedendo di sé.
 
Senti l'urlo del bruco
intrappolato nella mela dell'anima?
Striscia negli antri del cuore
come parola nascosta.
Si nutre di briciole
residuo del pasto
consumato dentro al petto.
Lento risale sul ramo dondolante ai sospiri.
Adagia il suo bozzolo sulla foglia lingua
e aspetta.
Nella voce sarà farfalla
falena di versi che una luce inseguirà...
 
 
 

 

 

Sonetto amaro

Di un gusto amaro oggi sono vestito
e la domanda a te fatta senza risposta
è un altro graffio che livido ho subito.
Ogni voglia di vivere è ormai riposta

su uno scaffale di duro animo tornito
in mezzo a parole e frasi dimenticate
di un poeta che ogni verso ha esaurito.
Da amore e vita mi difendo a barricate

erette alte a fermar tutte le emozioni
che del mio albero di sogni erano i fiori.
Ora sono cespugli di rovi e di illusioni

che hanno tolto alla mia vita tutti i colori.
Le delusioni nell'animo sono come tuoni
che annunciano la tempesta di rancori.
 

 

 

Malinconia
 
Sussurri dalle tenebre
 
 
 
Malinconia lanciata in corsa come cavallo
a fender pioggia e il sibilo del vento.
Scoppia il tuo cuore e, come pezza bagnata,
è spremuta di ogni goccia del tuo sangue.
Sei tu libero galoppo di quell'anima
che piange stelle e ceneri di amori.
Calpesti sterpi di rami ormai strappati
al cespuglio vestito di sole spine
orfano di rose fucilate all'alba.
Sento i nitriti del tuo misero destino
delle tue ossa che si schiantano nel fango.
Nel mio petto il tuo ultimo traguardo
corsa finita nel recinto del mio pianto.
 
Sempre buio nella stanza.
Parlava l’incubo di flebili esistenze.
Rauche parole munte
ad un mondo dove buio divora luce,
oscuro ventre dell’universo
popolato da stirpi celesti
ignote all’amore.
Sembrava svanire la follia superba
nei giorni che si consumavano d’angoscia.
Sbiadivano le mie forme
disciolte nei sussurri.
Sapevo la mia fine
e allucinata conoscenza fu visione.
 
 
 

 

 

Verità dimenticate

In un ripido equilibrio scivolato
mi bagno nel lago formato nel mio petto.
Alle sue rive ombre cacciatrici d'anime,
silenziose restano a guardare.
Perdute realtà, riflessi d'acqua
come sguardi che attraversano i ricordi.
Adagiato è il cielo come seta.
Bianchi cigni ricamati sulla notte
nel loro volo verso il ciglio della Luna.
E mentre cammino via dal sogno,
con le mani nelle tasche della vita,
mi trovo a stringerle nel buio soffocate.
Scivolano lente nella fodera del tempo,
dove il ricordo non potrà più ritornare
e lì staranno per sempre abbandonate
tutte le mie verità dimenticate.
 

 

 

Lento
 
Nota sospesa
 
 
 
Lento se ne va.
Accanto all’orlo
di un marciapiede di stazione
disegna il cammino
di un uomo ormai arrivato.
Si avvia verso i giorni
lasciati ad arrugginire
sul binario morto
di una esistenza abbandonata.
Si congeda dalle folle
ignorando il sottopassaggio
colmo di vite.
Segue una luce
persa in un cielo infinito.
Sarà una nuvola
così come le altre
ignorata dagli sguardi
della gente che non vede più
quel bianco fiorire nell’azzurro.
 
Il mio cuore cercatelo
sotto il petalo di un fiore,
Violetta triste e solitaria,
là dove il muschio non vede
che luce riflessa.


Lì sarò filo d'erba muto
dopo averti amato.
Sarò goccia di pioggia
sospesa al bordo d’una foglia,
musica del bosco.


Così è rimasto il tuo bacio
sulle mie labbra,
nido di foglie che aspetta il fiore,
nota sospesa
nel verde profondo.
 
 
 

 

 


 
 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti:  Manuela Verbasi
-Supervisione:  Paolo Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano:  Davide Ferrara [davedomus]
-Recensione: Francesco Anelli
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
-Staff di Frammenti

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

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mercoledì, 18 marzo 2009
In... recensioni libri, milan kundera, --recensioni



 
 


L’insostenibile leggerezza dell’essere

EDIZIONE : Adelphi , Milano, 1986 TRADUTTORE: Antonio Barbato


  TRAMA

Tomas è un chirurgo che dedica la sua vita al lavoro e alle donne. Con loro preferisce intrattenere amicizie erotiche, libere e indipendenti piuttosto che creare legami forti, complicati e inevitabilmente soffocanti. Tereza è invece alla ricerca dell’amore, alla ricerca dell’unico uomo con il quale vorrebbe condividere la sua vita. E’ una donna in fuga; fugge dalla famiglia, in particolare dalla madre e dai problemi che fino a quel momento l’hanno assillata. Durante la sua fuga incontra Tomas e tra i due nasce un legame sentimentale molto forte. E’ una donna tenera e indifesa, ma Tomas pur innamorandosene, non rinuncia alle altre donne. Parallelamente alla storia di Tomas e Tereza si svolge quella di Sabina e Franz. Lei pittrice in esilio e donna libera, lui professore di Ginevra e legato da un matrimonio infelice. Quando finalmente Franz decide di confessare alla moglie la sua relazione extraconiugale, Sabina lo lascia, oppressa dal peso insopportabile di quell’amore non più clandestino. Tutta la narrazione è influenzata dai contrasti sociali e politici del periodo. I carri armati russi sono in tutta Praga; gli intellettuali sono perseguitati e chiunque sia contrario al regime è umiliato o esiliato.

COMMENTO

Quante volte ho preso in mano questo volume e poi l’ho posato. Il titolo aveva qualcosa di arcano, mi chiedevo come si potesse definire l’insostenibile leggerezza dell’esistenza. Sapevo anche che le vicende narrate si svolgono a Praga alla fine degli anni sessanta, durante la cosiddetta Primavera di Praga e l’invasione da parte dell’Unione Sovietica. Sono anni che ho vissuto, ero una ragazzina, però ricordo bene quel clima e quelle immagini di una città piegata, umiliata e insieme orgogliosa. Nel libro si intrecciano vari livelli, la narrazione dei sentimenti amorosi dei protagonisti si innesta in un contesto storico preciso e sempre ben evidenziato, il tutto è permeato da riflessioni filosofiche. Insomma, storia, filosofia e letteratura rendono quest’opera un capolavoro indiscusso. Kundera parte da un ragionamento semplice, anche un po’ scontato, ci dice che l’Uomo nella vita ha una sola possibilità e che ogni sua azione è irripetibile, perché egli è un attore che sale sul palcoscenico senza fare alcuna “prova”.
Le scelte fatte inizialmente con leggerezza, sono senza prova d’appello e si possono rivelare presto gravose e portatrici di sofferenza. << Einmal ist keinmal >>. Tomas ripetè tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto. […]Molto ci sarebbe da dire sui protagonisti. Tomas è tutto racchiuso nella descrizione che ne fa Kundera: “guardava in cortile, con gli occhi fissi sul muro di fronte, e cercava una risposta”. In queste parole ci sono tutte le insicurezze e il pessimismo di un uomo il cui credo èè “es muss sein /così deve essere”. Tereza è una donna fragile nel corpo e forte nell’anima, che però non riesce a essere libera. La sua vita è dominata dal CASO, sono sei infatti le coincidenze che permettono a Tereza di incontrare Tomas, la vita è fatalisticamente determinata quindi? Franz e Sabina sono i comprimari, indispensabili allo sviluppo della narrazione, l’uno idealista ma debole di carattere, l’altra forte e anticonformista. Ho percepito in molte pagine una forte sensualità e una immensa profondità di pensiero, un libro da leggere e rileggere, sì da scoprirne tutte le affascinanti sfaccettature. Sentite che meraviglia questa frase: Le vite umane sono come una composizione musicale. L'uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi ad iscriversi nella composizione della sua vita.Adesso posso dire che è un libro che non si può non aver letto.

AUTORE

Milan Kundera
( Brno, 1° aprile 1929) è un poeta, saggista e romanziere ceco naturalizzato francese. Studia filosofia e musica a Praga. Suo padre, Ludvik, era un famoso pianista ed anche il giovane Kundera si è cimentato nella musica, soprattutto jazz. L'elemento musicale farà sempre parte dei futuri scritti dell'autore. Nel 1958 si laurea alla Facoltà di Arti Cinematografiche AMU, dove in seguito terrà corsi di letteratura. Nel1948, ancora studente, si iscrive al Partito Comunista, ne viene espulso nel 1950 per divergenze d'opinione; ma nel 1956 si iscrive di nuovo. Partecipa inoltre al movimento della Primavera di Praga e per questo viene licenziato e gli viene tolta la cittadinanza cecoslovacca.Rifugiatosi inFrancia, dove vive tuttora con la moglie, insegna all' Università di Parigi e di Rennes.Sebbene dopo l'espulsione dal suo Paese le sue opere vi siano state proibite, Kundera continuerà a scrivere in ceco fino ad epoche recenti. (da Wikipedia)

Dany duevitecolorate


 

 

 

 

 

 

-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Recensione di: Dany duevitecolorate
-Redazione
-Editing: Emy Coratti
-Staff di Frammenti

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lunedì, 16 marzo 2009
In... francesco ballero franta, --recensioni

 

Siamo tutti viaggiatori
alla ricerca di un volto

 

 



Biografia
 
 

 
 
Francesco Ballero[Franta], classe 1949, ha recentemente pubblicato la silloge poetica Scenderò in cortile presso le Edizioni Kimerik (www.kimerik.it). 
La pudicizia che fa muovere Francesco Ballero incanta, egli attraversa le pagine di questo volume con la serena convinzione di amare i propri dubbi.
E’ come se tra i versi di questo libro trasparisse un dolce sorriso, il sorriso dell’Autore che ama la poesia delle cose banali, ritorni alla mente “la poetica della
 
semplicità” di Umberto Saba.
Non vogliamo fare paragoni, Francesco Ballero ne rimarrebbe ferito, non si sente un Autore affermato, teme di apparire irriverente verso la “Poesia”, arte che ama e lo ha condotto fin qua. Queste incertezze appartengono a chi sa affrontare la vita.
Il dado è tratto, Francesco Ballero entra nell’arena della vita, ma attenzione, non scende in campo, egli scende nel cortile:
"Quale uomo sono
che non so capire
gli indizi su nel cielo
e l’interior brusio?".
 
 
 

 

 

Recensione
 
 

 
 
La decisione di eleggere "franta" ad Autore Eccelso di turno di questa nostra vetrina è risultata facilissima: tutti gli elementi della redazione, infatti, sono unanimi nel giudicare Francesco Ballero un forgiatore di versi che è capace, oltre a suscitare emozioni, a far risuonare, tramite quella propria, le voci ormai distanti ma per fortuna mai trascorse dei grandi cantori della mediterraneità. Più difficile è risultato decidere quale suo componimento "premiare". Già il 31 agosto proprio qui in redazione era stato proposto (dal sottoscritto) 'Il lamento di Giobbe', al che tutti avevano espresso parere favorevole. Ma colleghi di redazione, avevano anche "eletto" in alternativa le poesie 'Adesso l'aurora' e 'Inno ad Afrodite', che posseggono in effetti la medesima bellezza di taglio "classico", e dunque imperitura. Insomma: c'è stato l'imbarazzo della scelta. "Il lamento di Giobbe"  ricopre in  tal  caso un ruolo  per
 
così dire meramente rappresentativo dell'arte di Ballero. Come ha già osservato qualcuno prima di me, vibrante musicalità e raffinata ricercatezza linguistica caratterizzano i versi di questo poeta. Non ci si può limitare a scorrerli distrattamente: essi catturano all'istante, ridestando in noi fantasmi che forse credevamo sopiti per sempre (la natura stessa delle nostre innegabili origini ellenico-latine!), facendo dono di suggestioni davvero magiche.
"Pennellate sulla tela del cuore" le hanno giustamente definite. A ciò non si può aggiungere altro. L'invito, rivolto non solo agli amanti della poesia ma anche e soprattutto a chi sostiene che la Musa della lirica abbia di gran lunga abbandonato il nostro (Bel)paese, è quello di visitare il blog di Francesco Ballero: http://franta.splinder.com .
franc'O'brain
 
 
 

 

 

Adesso l'aurora
 
Scorgo adesso scrutandoti negli occhi
la sincera fiammata dell’aurora,
l’ora soave in cui la rugiada irrora
l’irta selvatica rosa canina.

Colgo adesso quel fiore tra le spine
lo serberò con me sino alla sera.
Scordo adesso le mie notti affilate,
mi sono amiche Pegaso e Canicola.

Porto adesso i miei carichi leggeri
lungo le strade che guidano a te.
Or la civetta tace i suoi presagi
e l’allodola intona il canto biondo
 

 

 

Inno ad Afrodite
 
Il lamento di Giobbe
 
 
 
Sarà per il mistero
penetrante
che Zefiro feconda
effervescente
su lo spumeggiar di onde
vigorose
per le striate conchiglie
variegate
che ti hanno consegnata
luminosa
all’ornata stagione
degli amori
su piume di passero
e colomba
sarà per Babilonia
per Fenicia
e la tua pandemica
acqua sorgiva
sarà per l’ampio abbraccio
con la terra
le celesti ragioni
d’intelletto
e l’anima assetata
da colmare
l’allettante smarrirsi
e l’indagare
la rotonda attrattiva
callipigia
le melodiose poppe
delicate
e cicaleccio e inganno
e voluttà
le tante ore trascorse
e l’avvenire
sarà perché sei amica
nel cammino
e vedi ove non giunge
il mio guardare
perché confondi e turbi
i calmi spazi
che io ti cerco madre
amante e sposa
 
Ma dov’ero io
quando non c’era margine
al tempo


o vela
strappata dal vento?

dov’ero quando
bastavan le stelle
ad irradiare
corone d’onore?

e non avevano argine
gli oceani
né l’orgoglio dell’onda
alcuno scoglio?

dov’ero quando
il pensiero era muto
e poi fu detto
"arriverai sin qui
ma non oltre oserai"?


Ma ora dove sei TU
ora che si sgola il dolore
e la bestia frantuma
ossa innocenti?

È sì tanto impotente
l’onnipotente Amore?
solitudine immensa
tra sudore ed angoscia?
abbandonato sangue
inchiodato al mio pianto?






 
 
 

 

 


 
-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti:  Manuela Verbasi
-Supervisione:  Paolo Rafficoni
-Autore di Rosso Venexiano:  Francesco Ballero  [Franta]
-Recensione: Franc'O'brain
-Editing: Anna De Vivo [Ande]
-Staff di Frammenti

-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

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domenica, 15 marzo 2009
In... miskin, --recensioni, matteo martini

 

Una creatura spiritualmente superiore
la cui idiozia consiste
in un assoluta mancanza di volontà e
una fede assoluta negli altri

 



Biografia
 
 

 
 
Più di una volta mi hanno detto che quando sono venuto al mondo era una bellissima giornata di luglio inoltrato quando il cielo si rannuvolò e iniziò a piovere a dirotto. Anche il mio nome è stato cambiato all'ultimo momento, mi volevano chiamare Leone ma guardando il peso decisero di cambiarlo. A tre anni non parlavo ancora, più precisamente parlavo ma nessuno mi capiva. Vivevo con la mia famiglia in una magnifica casa sugli abbaini di Milano, avevamo due cani e un gatto e quando uno di loro morì lasciammo che la corrente del naviglio se lo portasse via. Disegnavo vulcani e dalla finestra vedevo la  vita  che  si  muoveva.  Quando  passai
 
alle scuole medie vidi una mattina presidiare gli angoli delle strade con cumuli di sanpietrini pronti da tirare sulla polizia, era la coda di un epoca che si sarebbe chiusa per sempre. Non sono mai stato un leader ma son sempre stato amato da tutti. A 17 anni partii per le Filippine ospite da uno zio frate con una personalità autorevole e saggia e lavorai la terra mi dedicai alla pesca, aspettai insomma che le noci di cocco cadessero dall'albero. Tornato in Italia dopo un anno partii per il servizio militare dipingendo carri armati di bianco. Capii molto più tardi che il mio lavoro sarebbe stato fare il grafico e mi ci tuffai con passione. Scrivo da due anni e non ho mai pubblicato niente forse perchè ho sempre pensato allo scrivere come una cosa mia.
 
 
 

 

 

Recensione
 
 

 
 
"Miskin", pseudonimo di Matteo Martini, è una di quelle scoperte che dovrebbero essere fatte dagli operatori editoriali, i quali però, magnanimi, delegano tali compiti a noi che viviamo e agiamo praticamente nell'underground.
E' motivo di grande orgoglio per Rosso Venexiano accendere una stella sul nome in questione, ma la nostra speranza maggiore è di vedere presto pubblicati anche su carta gli scritti di questo autore. Miskin è veramente bravo ed è in possesso di una cifra stilistica personalissima. Sembra quasi incredibile che lui scriva solo da una manciata di anni.
Di sé dice: "Non ho mai pubblicato niente forse perché ho sempre pensato allo scrivere come una cosa mia". E' una cosa sua, certo; ma la sua sensibilità, pur se forse non sincronizzata con la moda culturale dominante, lo è invece - eccome! - con l'intendere la vita di molti lettori occasionali.
Prova ne è il successo del suo blog "Gonzaga" (http://miskin.splinder.com), dove ogni post può vantare commenti più che lusinghieri. Già la biografia di questo autore si legge come un romanzo: a 17 anni partì per le Filippine ospite presso uno zio frate... Lì, all'altro capo del  mondo,
 
Miskin lavorò la terra, si dedicò alla pesca... "aspettai insomma che le noci di cocco cadessero dall'albero" Tornato in Italia dopo un anno, partì per il servizio militare, "dipingendo carri armati di bianco". Capì molto più tardi che il suo lavoro sarebbe stato fare il grafico e si ci tuffò con passione. Secondo noi dovrebbe fare della scrittura il suo secondo mestiere...
Miskin scrive storie brevi, stralci autobiografici e fantasie pregne di un realismo magico; racconti spesso senza titoli (forse per non spiazzare il lettore), racconti di vita vissuta, ma anche psichedelia di stampo cinematografico. Come in Richard Brautigan, la sua scrittura è rapida e traboccante sia di dolore "oggettivo", sia di tenero e sottile umorismo.
Una prosa poetica, quella di Miskin, simile a tanti incipit di romanzi che riescono a coinvolgere fin dalla prima riga. E i versi che sporadicamente compaiono sulle pagine del suo blog sono frutto di un individuo che conosce le emozioni fluttuanti ma nel contempo sa rimanere ben ancorato alla terra: a metà tra un novello Baudelaire e il fantasma di un misconosciuto poeta-guru cinese.
franc'O'brain
 
 
 

 

 

(mercoledì, 11 gennaio 2006)
 
Evelin ha discendenze giapponesi il suo viso è incantevole, così grazioso e minuto, il suo naso è piccolo all'europea, la carnagione è molto chiara ed è più alta della norma. Proprio l'anno scorso è stata scelta fra le più belle della regione e ha ricevuto un premio come miss Cagaian, nella foto compare lei con un vestito lungo, i capelli vaporosi un po' mossi e un trucco appena accennato, il suo volto è raggiante di felicità e sullo sfondo arancione una scritta a semcerchio annuncia il suo nome. Le ragazze come Evelin tengono molto alla loro carnagione chiara e quando escono portano con se un ombrello per ripararsi dal sole, per loro abbronzarsi è una cosa disdicevole.