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Il sagrestano
“Abbiamo trovato la cassettina di legno, chiusa da un piccolo lucchetto, ben nascosta dentro ad un confessionale tarlato e in disuso nella sacrestia di una piccola chiesa di campagna. Le pareti scrostate, i mobili vecchissimi, un antico arazzo sbiadito alla parete che raffigurava un santo a cavallo armato di una spada ci avevano come catapultati in un’altra epoca. Da un lato c’era il prete che continuava a ripetere che eravamo nella casa di Dio e che dovevamo essere timorati, dall’altra c’era Ignazio, il sagrestano, muto, con la testa china in mezzo a due appuntati che sembravano due angeli custodi… Mi ricordo che istintivamente ho guardato fuori dalla finestrella alle mie spalle e solo la vista dell’auto -una panda nuova di zecca che da pochi giorni il comando ci aveva fornito in dotazione- mi aveva riportato con i piedi per terra…”
L’arrivo nel negozio di un ragazzino magro e brufoloso interrompe momentaneamente il racconto di Bruno, maresciallo dei carabinieri in servizio presso una cittadina del Piemonte. Mentre mi appresto a servire il primo cliente della giornata, vedo il mio amico guardarsi attorno con i suoi vivaci occhi azzurri, ora un po’ sbiaditi dagli anni, e colgo nello sguardo un’espressione a metà tra la tristezza e l’insofferenza. Il paese è travolto dai turisti: a quest’ora i bagnanti si muovono incolonnati in direzione del mare con il loro carico di asciugamani, cappellini, borracce lasciando nell’aria l’odore dolciastro delle creme abbronzanti, mentre i bambini schiamazzano eccitati e si portano appresso i secchielli di plastica colorati, pieni di biglie e di cianfrusaglie varie. Io ormai ci sono abituato, lui no e li vede come degli usurpatori e invasori.
Infatti scuote la testa e non appena siamo soli sbotta:
“Guarda quanta gente, ma sono venuti tutti qua in ferie?”
“E per fortuna che sono qua, altrimenti mi dici come farei a mangiare?” gli rispondo di rimando.
Siamo seduti su due seggiole impagliate, proprio fuori dal mio negozietto di souvenir e articoli da mare “Ortigia”, che ho aperto da qualche anno per cercare di riempire il vuoto in cui sono precipitato dopo la morte della mia Rosa. Stamane Bruno mi ha aiutato a esporre la mercanzia davanti al negozio e ora chiacchieriamo tranquilli, circondati dai canotti gonfiabili, stuoini, pinne, salvagente a forma di paperelle ed espositori vari.
Aggiungo:
“Guarda che te ne sei andato via trent’anni fa per fare carriera al nord, nel caso te lo fossi dimenticato, e le cose sono cambiate… Tu vieni giù una volta ogni morte di papa e vorresti trovare tutto com’era. Scommetto che pretenderesti di ritrovare anche il chiosco dell’Assuntina con le sue granite alla mandorla, giusto?”
Eravamo cresciuti attorno al chiosco dell’Assuntina. Ci si arrivava dopo aver fatto la discesa che dalla piazza del municipio portava al mare. Era al fondo del paese, vicino alla strada provinciale, poco più di una baracca circondata da quattro sgangherati tavolini di ferro e da qualche sedia pieghevole. Allora era il ritrovo preferito di tutti noi ragazzi, dove per poche lire potevamo gustare le minnulate migliori di tutto il siracusano. In quel posto erano nati i primi amori, si erano fatti litigi memorabili e discussioni interminabili, si era sognato su cosa avremmo fatto da grandi.
“Certo che mi piacerebbe! Lo sai bene… Il mio ricordo è ancora talmente vivo che rivedo tutto come allora e continuo a scendere per quella strada, inesorabilmente, ogni volta che vengo al paese illudendomi di vedere, giù al fondo, il chiosco rosso dell’Assuntina” mi risponde Bruno con voce venata dalla malinconia; poi cambiando d’improvviso tono conclude: “Mah…mi sa che sto diventando un vecchio rincoglionito che tra un po’ si mette a piangere per la commozione. E l’Assuntina, a pensarci bene, oggi dovrebbe avere più di cento anni: era già vecchissima allora.”
Bruno ride con quel suo modo di fare che negli anni non è cambiato, una risata quieta, poco più di un gorgoglio sommesso.
“Ecco, bravo, te lo stavo proprio per dire io. Vai invece avanti con la storia che hai iniziato perché ora sono curioso di sapere come va a finire…”
Ogni tanto gli chiedevo di raccontarmi qualcosa delle indagini che faceva lassù e a volte mi accontentava, come oggi.
“Quella sacrestia di cui ti stavo parlando è la sacrestia di una chiesetta situata in aperta campagna, una specie di santuario che viene aperto solo una volta all’anno, in occasione della festa di Sant’Anna: per tutto il resto del tempo nessuno ci va perché fuori mano e anche perché il portone è chiuso a chiave…”
“E scommetto che le chiavi le aveva il sagrestano, giusto?”
“Già, proprio così. Quando eravamo andati nella casa parrocchiale, il prete aveva messo a soqquadro tutto l’ufficio prima di ammettere che erano sparite. Si era giustificato dicendo che la parrocchia era grande e quindi non riusciva a star dietro a tutto; aveva asserito che prima o poi sarebbero saltate fuori. Per noi, però, quelle chiavi sparite erano un tassello importante. Insomma, eravamo sicuri che ad uccidere quelle donne fosse stato Ignazio, ma dovevamo trovare una certa cosa che l’assassino aveva nascosto e quel santuario sempre chiuso poteva essere un nascondiglio ideale.”
“Ma come le uccideva, ‘sto fetuso?”
“Le strangolava, dopo averle immobilizzate e dopo aver…”
Bruno si interruppe, pensoso.
“Dopo aver fatto cosa?”
“Beh… se proprio lo vuoi sapere, le spogliava completamente, poi le pettinava e le truccava. Quando erano belle –uso una sua espressione- le succhiava a lungo i capezzoli per farli diventare turgidi. Solo allora accendeva le candele e lasciava gocciolare sopra la cera fino a ricoprirli: ne abbiamo trovato traccia sui seni di tutte e tre le donne uccise. A quel punto si masturbava davanti a loro, poi le ammazzava. Sono state proprio le candele a portarci sulla strada giusta. Gli esperti, dall’esame dei residui, avevano stabilito che erano candele comunissime, tipo quelle che si mettono in chiesa davanti alle madonne o ai santi.”
“Anche su c’è questa usanza?”
“Di giocare con la cera o di mettere le candele ai santi?” mi chiede Bruno ridendo.
“Scemo! Intendevo le candele ai santi…” rispondo ridendo a mia volta.
“Ma cosa pensi? Guarda che quelli di su –come li chiami tu- non sono dei miscredenti...”
Mi limito ad alzare le spalle e non rispondo. Bruno, allora, continua:
“Insomma, per farla breve, tra la storia delle candele e il fatto che le tre ammazzate fossero donne devotissime e sempre in parrocchia a dare una mano, ci siamo concentrati su questo Ignazio. Cinquant’anni mal portati, solitario e scontroso di carattere, cresciuto in un orfanatrofio. Nessun lavoro stabile, dedicava tutto il suo tempo alla parrocchia come sagrestano tanto che il prete gli pagava una stanza e gli faceva correre qualche soldo per le sue esigenze. Uno psicopatico che nessuno aveva mai riconosciuto come tale…”
L’arrivo di una donna avvolta da un pareo a fiori rossi e arancioni interrompe il racconto del mio amico. La cliente guarda alcuni prezzi, poi si ferma davanti alle cartoline e fa girare più volte l’espositore. Io friggo, ma quella, con tutta evidenza, non ha la minima fretta. Alla fine mi porge tre cartoline, chiedendomi se ho i francobolli. Scuoto la testa e batto con rapidità lo scontrino alla cassa; la donna è appena uscita in strada che dico a Bruno:
“Ancora non so che cosa cercavate in quella cassetta…”
“La prova definitiva, te l’ho detto! Pensa che prima che l’aprissimo, Ignazio si è messo a piangere come un bambino e a dire tra i singhiozzi: ‘Mi perdoni don Piero, mi perdoni’ come se il perdono di don Piero fosse per lui la cosa più importante. Io sapevo che cosa avrei trovato, ma non ti nascondo che sono rabbrividito nel vedere quei sei capezzoli ricoperti di cera allineati sul fondo della cassetta, sopra ad un pezzo di stoffa. Don Piero ha fatto in tempo a farsi il segno della croce, prima di uscire fuori di corsa, pallido come un morto, a vomitare persino l’anima...”
Rimaniamo in silenzio per un po’, ognuno perso nei suoi pensieri.
“Mi fosse venuto un mal di pancia, invece di chiederti di raccontarmi una storia… Però, anche tu Bruno, potevi raccontarmi qualcosa di meno orribile…”
“Sai che giorno è oggi?” mi fa lui di rimando.
“Certo, oggi è il 26 luglio.”
“Ecco, appunto, oggi è Sant’Anna” e aggiunge con tono semiserio:
“Chissu t’avia a cunturi, nun ci pozzu fari nenti e macari nun haiu culpa...” (*)
(*) Questo ti dovevo raccontare, non ci posso fare niente e in ogni caso non ho colpa.
baccarat
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Testo selezionato da Francesco Anelli
-Editing: Alexis
-Racconto di baccarat
- Staff di Frammenti
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Liliana
Tu non esisti Liliana, sei una donna di carta, un personaggio che fluttua nell’aria in attesa di prendere carne. Ma ora ti ho fermato e sto qui a guardarti da quest’angolo di stanza, mentre ti affacci alla finestra. È difficile regalare un volto a chi ti dà di spalle anche se posso sentire i tuoi pensieri. Impossibile avvicinarmi a te, farti una carezza, la tua solitudine mi assomiglia talmente che non so più ridistribuire le parti, riprendermi quello che è mio, togliere dalla tua immagine la patina stanca dei miei anni.
Liliana, nata il 25 Aprile del 1960, tra la memoria ancora viva di una guerra e il tempo nuovo che doveva venire. Fame: una parola che ti ripeteva spesso tuo padre, cresciuto in montagna, in una di quelle valli che conobbero i bombardamenti degli Alleati, le azioni dei partigiani i rastrellamenti dei Tedeschi.
“La fame non ha discorsi, è un groppo in gola, è strappare l’erba alle terra per riempirsi la pancia, mangiar castagne crude e acerbe fino quasi a morirne, addentare un cuscino di notte pensandolo pane”. E tu ascoltavi, la storia ti entrava nella pelle, l’assorbivi dagli occhi di chi raccontava, diventava tua per quanto possibile. Ma i tempi erano cambiati, già si respirava quel primo benessere che prendeva nome di oggetti concreti: la radio in cucina, il telefono grigio a metà corridoio, la televisione in bianco e nero, la seicento beige col suo portapacchi per l’estate in montagna, non molto lontano dai luoghi dove aveva patito tuo padre.
L’accumulo delle cose era solo agli inizi, aveva ancora un sapore di riscatto, l’ingenuità della scoperta. Eppure di lì a poco avresti contestato quella condizione piccolo borghese raggiunta con tanta fatica dai tuoi genitori, figli di contadini, consapevoli di quanto dura possa essere la terra. Fu naturale per te ribellarti, con quella crudeltà inconsapevole che le nuove generazioni hanno verso chi le ha precedute e in quell’opposizione buttasti via il buono e il cattivo: convinzioni religiose troppo opprimenti, la rigidità di una scuola troppo autoritaria, una morale sessuale retriva e bigotta, ma anche l’esperienza di chi era venuto al mondo prima di te e che allora non avresti potuto accettare.
Solo il 25 Aprile tu e tuo padre vi trovavate uniti: lui a ricordare, tu invece a rincorrere vaghe idee di rivoluzione, il vostro pensiero in fondo era vicino e avreste potuto darvi la mano, ma a vent’anni era arrivata l’ora di andare, di lasciarsi alle spalle tutto o di credere possibile il farlo.
Che dire di quello che c’è stato poi? Per ognuno arriva il tempo lento della costruzione, delle piccole vittorie sottaciute e delle sconfitte che pesano sulle spalle: non so se hai più amato o più dubitato, di certo alla fine hai scelto di rimanere da sola.
E in questo 25 Aprile di bandiere confuse, dove tutto sembra essere al tempo stesso vero o falso, in questo macinare inutile di parole, nella memoria ormai appannata di un conflitto, nell’accumularsi di oggetti già vecchi oggi pur essendo nati ieri, tu ripensi a tuo padre e a quelle semplici parole “ La fame non ha discorsi, è un groppo in gola”. Come l’amore, quando non viene detto.
Non girarti Liliana, non voglio incontrare il tuo volto, io adesso me ne vado. Ecco, chiudo la porta.
miresol
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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Testo selezionato da Francesco Anelli
-Editing: Alexis
-Racconto di miresol
- Staff di Frammenti
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Silenzio
Avete mai immaginato un attimo di totale silenzio? Un profondo, assoluto, meraviglioso silenzio?
Seduti sul tetto di una delle case di una città di pietra bianca immersa nel deserto, le gambe incrociate, lo sguardo perso nei meandri dell'etere che si spande e si appropria di ogni antro e anfratto delle vie. I tetti azzurri delle abitazioni e dei padiglioni che si mescolano al celeste del cielo limpido e sereno. Nessuna traccia dell'umana presenza, solo qualche cesta di canapa abbandonata sui bordi delle stradine sabbiose. In fondo, nella piazza principale, un piccolo carretto in legno privo di una ruota e accasciato sul terreno. Le venature gialle della pietra bianca e friabile simulano la sinuosità delle dune del deserto circostante, che tace immemore.
La spettrale calura che avvolge lo scenario si fa voce di quel silenzio che ha inghiottito la vita.
E si rimane fermi a contemplare e godere di questa tacita voce che quasi soffoca.
Poi un alito di vento rompe la barriera di cristallo, il sogno s' infrange.
E ritorna il Caos.
ThrasHAleXiS
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Testo selezionato da Francesco Anelli
-Editing: Alexis
-Racconto di ThrasHAleXiS
- Staff di Frammenti
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Modello 197 - di Palestrione
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VI
Micheal raccontò tutto alla polizia. Tornato nella sua stanza, sconvolto per tutto ciò che era successo, decise che era il momento di mettere in guardia gli studenti sopravvissuti del Campus. Lui era tra quelli. Tra scomparsi e mutati, quanti ancora non erano stati coinvolti nel progetto dell’Organizzazione? E perché lui si trovava immischiato in questa brutta faccenda?
Il commissario gli fece tante domande. Micheal riassunse tutto dal principio, dal giorno in cui Winston gli aveva dato quella maledettissima busta gialla. Ma il problema era un altro: quando, infatti, Micheal era tornato dal terrazzo del dormitorio, dopo la lotta con Danny, aveva trovato nuovamente la sua stanza in disordine. E stavolta il ladro aveva avuto ciò che voleva: la lista e il racconto erano spariti. E dunque al commissario non aveva potuto dimostrare nulla, salvo lasciare la sua stanza intatta, disordinata, per fargli vedere che non stava mentendo.
«E se fosse stato lei stesso a metterla in disordine?» gli chiese il commissario. Era un nero coi baffi e i capelli ricci, corti. Assomigliava a Denzel Washington.
«Secondo lei potrei mai inventarmi una storia del genere? A che pro?»
«Il pro dovrebbe essere lei a dirmelo, signor Miller», rispose il commissario. «Lei non ha prove. E ha anche il coraggio di accusare il suo professore. Questa, poi, è buona! Chi ci dice che non lo stia facendo perché ce l’ha con il suo professore? Magari non ha studiato e per vendicarsi di un brutto voto si è inventato tutta questa faccenda daspy story!»
«Ma è la verità!» protestò Micheal. «Mi deve credere!»
«Certo, certo…» lo prese in giro il commissario. «Tutto ciò che abbiamo di concreto è un morto, uno studente del Campus. Non uno studente modello, per carità, ma un tipo che a quanto si dice non ha mai manifestato violenza né ha mai dato qualche problema. O mi sbaglio?»
«Già, è così.»
«Appunto. Signor Miller, su che cosa dovrei basare le mie ricerche? Che cosa dovrei fare, secondo lei? Guarda caso il video che lei dice di aver ricevuto misteriosamente – il che mi puzza non poco – è sparito anch’esso, come la busta e il racconto. Lei crederebbe alla sua storia? Lei mi crederebbe se le raccontassi che c’è una cospirazione nel Campus universitario e che il professor White è implicato nella faccenda? Non mi darebbe del pazzo?»
Micheal non rispose.
«Vedo che non risponde, dunque. Il che vuol dire che è cosciente delle sue bazzecole, signor Miller. Senta», il commissario s’accese una sigaretta, «io sorveglierò il Campus, va bene? – specialmente le feste degli studenti, che a quanto ho sentito dai miei uomini non sarebbero neanche legali (si spacciano marijuana e altre droghe). Lei per giunta mi dice di non essersi mai recato a una festa da solo e che quindi non saprebbe indicarmi il luogo esatto.»
Micheal annuì.
«Bene, dicevo che terrò d’occhio gli studenti che di nascosto escono dal Campus. Magari ordinerò di fare qualche giro di ispezione ai miei uomini, per assicurarmi che gli studenti siano se stessi. Quanto a lei, signor Miller» e si sporse verso Micheal, buttandogli un po’ di fumo in faccia, «le consiglio di studiare di più e di fantasticare di meno. Le sue fandonie non le bevo. A differenza sua, invece, che a quanto sembra deve aver bevuto un po’ troppo, ah, ah!» e rise per la sua battuta. Poi tornò improvvisamente serio. «Ci siamo capiti?»
Micheal annuì di nuovo.
Nel Campus si era sparsa la voce che Danny aveva aggredito Micheal e che aveva avuto la peggio. Ma tutta la storia della busta e del complotto era rimasta top-secret e solo la polizia ne era a conoscenza.
Micheal non aveva più visto Ashley. La cosa lo inquietava, poiché si ricordava benissimo di averla notata nella lista, che peraltro ora non era più in suo possesso, dunque non avrebbe nemmeno potuto verificare che fosse davvero lei.
Qualche giorno dopo, ricomparve Christine. Micheal la rivide in biblioteca. Era andato lì per studiare: nella sua stanza non voleva più starci – tranne che per dormire. E poi pensava che almeno lì in biblioteca avrebbe dimenticato il suo scontro mortale con Danny – visione che lo faceva star male.
Micheal stava dunque studiando, quando Christine si avvicinò a lui.
Lo salutò.
«Ho saputo di Danny. Mi dispiace.»
«Lo conoscevo perché era il compagno di stanza di Winston. Era sparito da qualche giorno e non riesco a capire che cosa possa essergli preso.»
«Già, è molto strano», ammise Christine. «Però bisogna andare avanti, no? In fondo tu l’hai fatto per legittima difesa. Non l’hai ucciso perché volevi ucciderlo. È stato lui ad aggredirti, no?»
«Sì, infatti, è così.»
«Tu come stai ora?»
«Sto come al solito», indicò i libri, «stressato e sovrappensiero.»
«Sempre per questi dannati esami!» protestò Christine. «Perché non vieni a una festa?»
Di nuovo un invito. Stavolta forse era meglio rifiutare.
«No, guarda… sono proprio pieno…»
«Dai! Su! Tu sei l’unico che manca da un po’ di tempo!»
Non per colpa mia, però – si disse Micheal.
«Sono ancora sconvolto per la faccenda di Danny.»
«Siamo tutti sconvolti, non credere di essere il solo», replicò Christine. La sua voce era diventata improvvisamente fredda, distaccata. Prima era amichevole, invece. Micheal colse un repentino cambiamento nel modo in cui aveva parlato. Si mise in guardia.
«Sì, okay, lo so…», rispose. «Ma io l’ho vissuto in prima persona.»
«È per questo che dovresti… oh, Winston!»
All’improvviso, comparve Winston. Era sempre lui, almeno nell’aspetto. Ma i suoi occhi erano diversi: non erano gli occhi di Winston – erano gli occhi di un Winston diabolico, di quello che gli aveva risposto scortesemente in mensa, quando gli aveva fatto qualche domanda a proposito della busta gialla.
Winston lo salutò, come se nulla fosse. Micheal non tornò sull’argomento busta – non davanti a Christine, perlomeno. Non intendeva coinvolgerla.
E poi vide che Christine e Winston si baciarono. E si baciarono non come potrebbero farlo due amici, ma piuttosto come due che stavano insieme. Si frequentavano. Erano stati insieme. Erano andati a letto insieme. Micheal glielo leggeva nello sguardo, nel modo in cui si tenevano per mano. Erano intimi.
Allora decise che doveva sorvegliarli, che forse quei due erano la chiave per tutto. La festa. Andare alla festa studentesca, superare quel posto di blocco, forse significava risolvere l’enigma. E avrebbe dovuto sfruttare la sua amicizia con Christine e con Winston. Altrimenti tutta quella situazione sarebbe continuata all’infinito e lui sarebbe impazzito, prima o poi.
«Okay, d’accordo, verrò anche io», disse Micheal, mentre Winston e Christine si stavano baciando.
«Oh, ma è fantastico!» esclamò lei. «Non perderti, stavolta, eh?»
«No, cercherò di non farlo» concordò Micheal. Poi lanciò un’occhiata a Winston: anch’egli era soddisfatto. Era ciò che voleva.
[continua...]
VII
Era la sera della festa. Micheal aveva fatto uno sforzo notevole e aveva avuto la pazienza di riordinare per la seconda volta la sua stanza. Si stava lavando, quando qualcuno bussò alla sua porta.
Questo è un altro assassino. Ma stavolta non mi farò cogliere di sorpresa.
Così prima di aprire la porta, guardò dallo spioncino: nessuno.
Diavolo! L’ho sognato di nuovo!
L’aprì lo stesso. Per terra c’era un biglietto. Lo raccolse.
Sorveglia Harriett: è in pericolo.
Il biglietto non era firmato. Ora si era convinto più che mai che non fosse uno scherzo e che ci fosse davvero un complotto, un’Organizzazione, e che la chiave della soluzione era la festa. Doveva credere ai messaggi che qualcuno gli mandava. Che fosse Robert Steiner, lo scienziato?
Il giorno in cui aveva incontrato Christine in biblioteca, ne aveva approfittato per fare una ricerca su Robert Steiner. Aveva così scoperto che Steiner era stato professore presso l’Università di Los Angeles e che poi era stato trasferito nel New Mexico. Ma lui che cosa c’entrava con Steiner? Perché gli aveva mandato quel video? E poi c’era l’enigma del racconto: chi l’aveva scritto e perché era incompleto?
Non era riuscito a trovare nulla, in biblioteca. Avrebbe dovuto spostarsi, forse recarsi proprio nel New Mexico, alla ricerca di Robert Steiner.
La cosa strana era che Steiner era morto già da qualche anno. O meglio, era scomparso da qualche anno.
Scomparire non vuol dire morire, ma solo non esserci più, oppure nascondersi – si era detto.
Che cosa ne era stato dunque di Steiner? Come aveva fatto a mandargli quel messaggio, quel video? Se glielo aveva mandato, significava che era ancora vivo?
Cancellò per il momento queste domande: non era il caso di sforzarsi, perché tanto non avrebbe ottenuto alcuna risposta.
Finì di vestirsi e guardò l’orologio: l’appuntamento con Christine e Winston era previsto per le undici e mezza, all’uscita del Campus. Stavolta sarebbero andati insieme con la macchina di Winston. La sede della festa precedente – quella a cui non era andato perché aveva perso Christine e Harriett e perché era stato fermato al posto di blocco – poteva essere raggiunta a piedi. Ma ora no, ora era più lontana – così gli aveva detto Christine.
Si disse che avrebbe fatto in tempo a controllare che Harriett stesse bene. Allora richiuse la porta della sua stanza e attraversò tutto il dormitorio maschile. La stanza di Harriett si trovava nel dormitorio femminile e per raggiungerlo era necessario scendere quelle dannatissime scale a chiocciola ed entrare nel palazzo adiacente.
Fortunatamente non era chiuso. Micheal salì i due piani. Il dormitorio era deserto, il che lo inquietava un po’. Tutte le ragazze – pensò – sono andate alla festa. Stavolta non mancherò.
Avvicinandosi alla stanza di Harriett, sentì della musica ad alto volume. Riconobbe subito il brano: era Sweet Dreams di Marilyn Manson. Gli si accapponò la pelle. Accelerò il passo. Se c’era lo stereo acceso, voleva dire che c’era ancora qualcuno… forse.
Bussò. Nessuna risposta. Bussò ancora. Nessuna riposta.
«Harriett! Harriett, sono Micheal, apri!»
Ma niente. Solo l’infernale voce di Marilyn Manson.
Troppo tardi. Sono arrivato troppo tardi.
Tirò un profondo respiro e decise che avrebbe sfondato la porta. Prese la rincorsa e diede una spallata. Niente. Ci fu solo uno scricchiolio. Si portò la mano alla spalla sinistra: credette di essersela addirittura lussata. Si fece coraggio e ci riprovò. Stavolta la porta si aprì.
Lo spettacolo che apparve ai suoi occhi era qualcosa di a dir poco raccapricciante: Harriett giaceva tutta nuda per terra, in un lago di sangue.
E nel frattempo, Marilyn Manson diceva:
Some of them want to use you.
Some of them want to get used by you.
Some of them want to abuse you.
Some of them want to be abused.
Con una voce proveniente direttamente dall’ultimo cerchio dell’Inferno.
VIII
Micheal cercò di non pensare a Harriett. Quella storia doveva finire e per fare in modo che ciò avvenisse era necessario sapere che cosa esattamente accadeva a quelle feste studentesche. Per questo fece finta di niente, benché dentro sé ancora quella visione non si fosse allontanata del tutto.
Tra l’altro era stato lecito domandarsi: chi era stato? E perché?
Eppure tanti elementi lo avevano indotto a pensare che Harriett si fosse sgozzata. Un brutto modo per morire. L’accompagnamento musicale forse non era del tutto casuale, ma il fatto che non fosse stato un delitto sessuale (non c’erano segni di violenza nel corpo della povera Harriett) lo aveva portato verso l’ipotesi del suicidio. Restava però da capire il perché. In fondo negli ultimi tempi la vita di Harriett era mutata, ma mutata in meglio. Era infatti diventata una ragazza molto desiderata, da quando era cambiata (che ci fosse anche il suo nome, nella lista?).
Micheal non voleva che ci fossero altre vittime. Soprattutto, temeva di andarci di mezzo lui stesso: sapeva troppo.
Tutte queste domande furono accantonate allorché raggiunse Christine e Winston, che lo stavano aspettando in macchina.
«Che ti è successo? Hai una faccia…» osservò Christine. Winston era rimasto in macchina a fumare; la musica a tutto volume – metal.
«Sono… sono solo un po’ emozionato…» rispose Micheal.
«Eh, ma che sarà mai! Non è mica un esame! Devi solo divertirti. Dai, sali in macchina» e lo fece salire. Christine si sedette davanti. Winston guidava. Salutò Micheal, che ricambiò, piuttosto freddamente. La metamorfosi di Winston la diceva lunga su ciò che stava accadendo al Campus.
«Harriett doveva venire con noi» disse Christine «ma pare che abbia trovato un accompagnatore.»
A queste parole, Micheal preferì non rispondere. Non voleva che sapessero di Harriett: si sarebbero fermati, sarebbero tornati al Campus e non sarebbero andati più alla festa. Il cadavere sarebbe stato ugualmente scoperto da qualcuno l’indomani, forse anche quella notte stessa da Christine. Micheal non aveva alcun motivo di procurarsi un alibi, ma voleva solo scoprire tutta la faccenda.
Eppure…
Eppure, pensandoci meglio – rifletté –, c’era solo lui nel Campus, al momento della morte di Harriett. Che l’assassino avesse voluto incastrarlo, ammesso che Harriett non si fosse suicidata?
Scansò tutte queste preoccupazioni. Si disse che quella sera sarebbe venuto a capo di tutto. Tutti i nodi vengono al pettine, alla fine.
La macchina di Winston raggiunse il cancello di una villa distante qualche chilometro dal Campus. Christine scese dalla macchina, citofonò e subito il cancello si aprì. Christine risalì e Winston cercò parcheggio.
Scesero e si diressero verso l’ingresso della villa. Era una villa piuttosto antica, a giudicare dalla costruzione. E vi erano statue di animali provenienti dal bestiario di Satana: fauni, esseri dal doppio sesso, bruti dalle mani con sei dita, sirene, ippocentauri, gorgoni, arpie, incubi, dracontopodi, minotauri, linci, pardi, chimere, cenoperi dal muso di cane che lanciavano fuoco dalle narici, dentetiranni, policaudati, serpenti pelosi, salamandre, ceraste, chelidri, colubri, bicipiti dalla schiena armata di denti, iene, lontre, cornacchie, coccodrilli, idropi dalle corna a sega, rane, grifoni, scimmie, cinocefali, leucroti, manticore, avvoltoi, parandri, donnole, draghi, upupe, civette, basilischi, ypnali, presteri, spectafichi, scorpioni, sauri, cetacei, scitali, anfisbene, jaculi, dipsadi, ramarri, remore, polipi, murene e testuggini.
Si avvicinarono all’ingresso. Un uomo in frac faceva da guardia. Fece segno a Winston – che camminava davanti a Christine e a Micheal – che dovevano entrare uno alla volta. Chiese a Winston la parola d’ordine; Winston rispose, ma né Micheal né Christine riuscirono a sentirla. L’uomo fece entrare Winston. Passò poi a Christine: anch’ella disse la parola d’ordine. E quindi fu il turno di Micheal.
Si ricordò di Steiner.
«Polverizzati» disse Micheal, e immediatamente l’uomo sorrise.
«Bene», rispose. «Accomodati… e buon divertimento.»
Era quindi dentro la villa: un grande salone, largo almeno dieci metri; e al centro, un tavolo di mogano, rettangolare, con le estremità arrotondate. Seduti al tavolo, gli studenti citati nella lista: Adam era lì – Winston e Christine si erano già accomodati; Micheal si accorse con sgomento che anche Ashley era seduta. Lo aveva guardato, mentre entrava, ma non aveva lasciato sfuggire nulla dai suoi occhi, non un segno per tranquillizzarlo, che fosse dalla sua parte. Micheal pensò che doveva credere in lei, che forse non si era fatta soggiogare da quelle persone, dall’Organizzazione, da Beta e da tutta quella brutta faccenda.
Winston gli fece cenno di sedersi accanto a lui; Micheal obbedì silenziosamente. Poi vide all’altro lato del tavolo chi temeva: si trattava del professor White, il suo insegnante di Informatica. Allora i suoi sospetti erano fondati. Ma se come pensava aveva tentato di farlo uccidere, perché ora che era in trappola non lo faceva fuori davanti a tutti, per mostrare ai presenti che cosa succedeva a chi tentava di opporsi al potere dell’Organizzazione?
Tutto era molto insensato, lì dentro, a incominciare dalle espressioni vuote dei presenti. Adam non lo aveva degnato di uno sguardo; Ashley lo stesso. Christine si era ormai estraniata.
Il professor White parlò:
«Studenti miei fedelissimi» incominciò solennemente White, «siamo dunque qui riuniti per portare a compimento il progetto avviato da me e dal mio socio Alfa» - e stese la mano alla sua sinistra, ove era un uomo coi capelli bianchi, sulla sessantina – una corona di capelli e dei baffi: inequivocabilmente Robert Steiner, colui il quale aveva messo in guardia Micheal. Che a quel punto davvero non ci capiva più niente. Da che parte stava Steiner? Perché lo aveva avvertito, gli aveva chiesto aiuto, se ora faceva parte del Complotto, dell’Organizzazione di White? «L’obiettivo nostro era mutare, dare agli altri così come a noi stessi un’immagine nuova, diversa, insolita, rara, che nessuno conosceva. Volevamo far venire fuori il nostro “lato oscuro”, come di solito indichiamo la parte nera di noi, la cosiddetta altra faccia della medaglia. Indossando gli occhiali da me progettati» e prese in mano un paio di occhiali, dalle lenti nere «sarà possibile osservarci come in un reality show, solo che ci sarà uno e un solo protagonista: il nostro ego. E accanto a esso, il nostro alter-ego, il nostro opposto. A sinistra: l’ego; a destra: l’alter-ego. E noi potremo vederli insieme, agire come se fossero vivi entrambi. Le loro sarebbero delle vite parallele, benché uno non possa apparentemente convivere con l’altro. Questa è un’invenzione in grado di cambiare profondamente l’umanità: permetterebbe una migliore conoscenza di noi stessi, di chi amiamo, di chi più ci sta vicino; dei nostri amici, dei nostri figli, dei nostri parenti più cari. Non avremmo più paura del doppio perché noi saremmo già il doppio. Agiremmo contemporaneamente in due mondi tanto separati quanto uniti; tanto uguali quanto diversi; tanto paralleli quanto rette intersecate. Eppure» e qui lanciò uno sguardo che subito Micheal colse al volo, «eppure io so che c’è qualcuno diffidente qua dentro; so che qualcuno vuole metterci i bastoni tra le ruote, che qualcuno vuole mandare a monte il nostro piano, il nostro progetto, la nostra ambizione, la nostra battaglia già vinta in partenza. Alzati, Micheal.»
Tutti i presenti lo guardarono. La vergogna lo riempì. Si sentì profondamente in imbarazzo. In quegli attimi desiderò diventare piccolo come una mosca, come un insetto; poter volare via indisturbato dopo aver dato tanto fastidio, dopo aver visto che non c’era nulla di interessante lì dentro.
Allora si alzò.
«Per verificare che il nostro esperimento abbia buon esito con qualunque persona, sarà necessario che anche tu, Micheal, ti metta alla prova e che testi i nostri occhiali speciali. Dovrai affrontare il tuo io, il tuo vero io. Scoprirai chi sei in realtà. Forse tu sei l’altro e il tuo vero io» e indicò gli occhiali «potrai conoscerlo lì dentro.»
Quella prospettiva non lo allettava tantissimo. Pose a se stesso quell’inquietante quesito: e se lui non fosse stato davvero così com’era, responsabile, studioso, intelligente, e fosse stato uno di quei ragazzi interessati solamente a spillare i soldi ai genitori sostenendo di voler raggiungere un grande traguardo come laurea e invece infischiandosene perché le sola cosa importanti erano l’ozio, il divertimento, il sesso e l’alcol? Se fosse stato così? Che cosa ne sarebbe stato di lui? Come si sarebbe comportato? Quali risvolti psicologici avrebbe avuto questa amara (forse) scoperta?
Il professor White passò gli occhiali neri a Steiner, e questi al ragazzo che gli sedeva accanto (Micheal non lo conosceva: credeva di averlo forse visto una volta durante qualche lezione); questi alla sua vicina; e a sua volta a un altro studente e a un altro ancora, finché Winston non passò gli occhiali a Micheal.
«Mettili» gli disse, glacialmente.
Con tutti quegli occhi puntatigli addosso, come avrebbe potuto rifiutarsi?
Allora trasse un profondo respiro, e chiudendo gli occhi aprì la porta che gli avrebbe mostrato l’altro se stesso.
[continua...]
Palestrione
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Il fucile puntato è un occhio frigido di musamalade
Ho pensieri che si svendono in notti e giorni a seguire.Sono le mie puttane tristi, le idee. Sono le mie conserve da consumare. Iniettandole veloci come spade dentro me. Giro su me stessa in un valzer estratto da pane e tulipani e tengo ,illudendomi ballerina, lo sguardo sul punto fisso del mondo (che continua a girare) Nn cado. Sto bene sul tempo.Io.(che non ho tempo)
Nella casa burattinaia della mente esplodono rivolte.Membra avvolte da ragnatele stanche. sbadiglierebbero tediate se solo potessero. si limitano a ingrigire le visioni confondendo retine. Dolori plurimi squarciano silenzi. mi mischio al sangue. mi mischio al fango. ne riemergo a tratti viva.
"...conserviamo per tutti un rancore che ha l`odore del sangue rappreso. quel che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso"
rancori e sangue e dolore sono poi stati chiusi lì e anche adesso non ritornano come fantasmi a perseguitarmi, a volte c`è solo la leggera malinconia di gorni vissuti andando a mille, della mia incoscienza, della forza che avevo. che perdo e ritrovo e riperdo e ora un po` manca.Gira. Testa su se stessa. Tesa. Tengo il conto delle ossa che piangono nella pratica poco intelligente falsamente rilassante. assillante. a tratti esilarante.
.in corso.
musamalade
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Il cielo tra due mani
Fuori piove, di nuovo. Incessantemente. Questa volta le gocce scendono con cattiveria, trafitte da un vento fortissimo che urla tanto da svegliarci nel cuore della notte. Mi alzo senza far rumore, mi affaccio sul giardino. Scosto la tenda, osservo il cimitero verticale dell’acqua, proprio davanti a me. Qui, dentro casa non fa freddo, i termosifoni alitano ancora calore sulle nostre coperte; eppure all’improvviso un brivido mi scorre lungo la spina dorsale. Rabbrividisco al rumore del tuono ancora lontano che echeggia tra le valli. Sento il fruscio della coperta che scosti, i tuoi silenziosi passi che si avvicinano. Pochi secondi dopo, le tue braccia intorno al petto mi avvolgono con calore. Tremo di nuovo, improvvisamente, sento freddo, paura, ho la pelle d’oca, non capisco. Stringi le braccia più intensamente, cerchi le mie mani per nasconderle nelle tue. Il tuono si avvicina minaccioso, eleva la sua potente voce e fa seguire il suo urlo da un veloce fulmine.
“Non aver paura” – mi ripeti sussurrando. – “Non aver paura.”
Sei il mio rifugio caldo e avvolgente, il mio nascondiglio sicuro e costante. Trattengo con la mano la tenda ancora aperta, ho l’impressione di perdermi nel diluvio. Allora togli le mie mani dal velluto rosso e bianco, alzando così un muro difensivo tra me e la tempesta. “Torniamo a letto” – proponi con voce sottile.
Ma io non mi muovo di mezzo centimetro, pietrificata e affascinata dalle gocce che so morire scivolando sulla finestra dietro il tessuto bicolore. Allora ti poni dinanzi a me e afferrando con le tenere mani il mio viso, dici: “Te l’ho promesso quel giorno d’aprile, ricordi... Nessuna bufera ti porterà via. Quel cielo lì fuori, può sembrare forte, ma non può niente contro il cielo che tengo ora tra le mani”.
La tua voce suona morbida e rassicurante. E mentre tiri le coperte sui nostri corpi caldi, abbracciati,
ti sorrido con gli occhi e ti bacio sulla bocca.
Rita Foldi [fallenfairy]
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Il tempo Abbandonato Rita Maggie Foldi [fallenfairy]
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Ho voglia di buio. Ho voglia di non vedere nulla se non i mostri che dalla mia testa scappano e scorrono sul soffitto come nei lumini per bambini le fatine e i cavalli… girano, girano e girano… [e si ripetono]. Draghi e orchi si rincorrono minacciosamente alla luce di antiche candele bruciate, brandendo accette e torce infuocate. Ho voglia di pace dopo la guerra sanguigna [ma non ho voglia di seppellire i morti]. Davanti a me le rovine si espandono pestifere fino all’orizzonte sotto nubi corrose e incenerite. Una pioggia acida annaffia le margherite dipinte sulla parete bianca. [Fisso la pittura candida accanto al mio letto]. Nel buio dietro le tende, le ombre si deformano, diventano sciamani che ballano attorno ad un falò per invocare demoni e dèi dai poteri sovrannaturali. [Pregando]. C’è vuoto qui intorno, c’è vuoto qui dentro. Persino i mostri sono scappati e non riesco a raggiungerli; sono al salvo, loro. Il piumino è una membrana che non mi separa più dagli incubi [ma mi culla nel loro abbraccio oscuro]. Non vedo più nulla, il buio che auspicavo tanto è sceso e si è seduto sul trono davanti a me. Risplende [è luce] e scaccia via ogni stregoneria. I morti si seppelliscono da soli, scendo per dormire, coprendosi con terra marcia piena di vermi che si contorcono. Il buio li guarda e poi guarda verso di me, quasi a sfidarmi. [Siamo soli ora]. I mostri dalla mia testa riescono, di nuovo corrono in fasce appena illuminate sul soffitto. Draghi, orchi e troll, armati, volteggiano in una sottile polvere argentata. La polvere cade dalla parete, atterra nelle mie mani. Non sogno. La luce pian piano si rafforza, l’argento polverizzato ricopre la mia pelle. [Sono io a brillare stanotte, sono io la stella]. Il buio muore.
Rita Foldi [fallenfairy]
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Il tempo Abbandonato Rita Maggie Foldi [fallenfairy]
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Ho smarrito qualcosa, nella nebbia questa mattina, passeggiando per i viali alberati del Giardino del Lussemburgo. Ho smarrito qualcosa e pur non sapendo cosa sia, provo una netta sensazione di mancanza. Le tasche sono vuote; la mente combatte contro una guerriglia di pensieri. Cammino, cammino, cammino. Ancora. Indisturbata dalle foglie dei castagni che dietro i miei passi scendono silenziose, percorro i lunghi viali sparpagliando ricordi [come coriandoli a carnevale]. Sono una sagoma nera [cullata] nel ventre di una macchia grigia. La nebbia scende ancora, si accumula, sempre più fitta, arriva alle ginocchia ormai. [Uccide il timido orizzonte]. Cammino, avanzo. Lascio che il vento sfogli il libro che porto sottobraccio; lascio che il vento sventoli il mio lungo cappotto e si diverta schiaffeggiandomi. Ripenso alla sagoma corvina seduta sul bordo della fontana, che ho salutato prima di avviarmi su questo boulevard alberato. Chissà se è ancora lì. Il suo pensiero è un’echeggiare di campana che mi assilla, senza, però, riuscire a fermarmi. Non torno sui miei passi. Chissà se è ancora lì, Dorian. L’ho abbandonata perché non facesse più parte di me, perché non vedessi più nel riflesso dei suoi occhi grigi il tempo scaduto. Era giunto il momento migliore per salutarla, staccarmi dall’ombra e ricordarle la sua non-eternità [anche contro la sua volontà]. La tramontana si rafforza, solleva il manto di foglie morte, scompiglia i miei lunghi capelli nascosti sotto il basco nero. All’improvviso sono nell’occhio di un ciclone che risucchia il berretto e per non perderlo, scelgo piuttosto di abbandonare il libro. Proust cade a terra in un tonfo sordo ed il [potente] vortice sparisce all’istante, sconfitto. Mi guardo intorno e quasi non percepisco niente: niente tranne la nebbia che, nell’incessante tuonare della campana, scende, sempre più compatta. Ripenso alla sagoma nera dall’altra parte del Giardino e sembra sia passato soltanto un minuto da quando le ho detto addio... Non è più lì, la fontana piange solitaria. Continuo a marciare senza raccogliere il Tempo perduto. Mi è impossibile voltarmi indietro oramai. [L’orizzonte prova a rinascere]. Calpestando le foglie che atterrano silenziose, giungo al cancello raccogliendo desideri. Ho smarrito qualcosa, nella nebbia questa mattina, passeggiando tra i castagni del Giardino del Lussemburgo. Ho smarrito qualcosa e avendo capito cos’era, non mi manca più. Cammino. Cammino. Cammino ancora. Metto le mani in tasca, e sotto le dita, sento tintinnare la chiave...
Rita Foldi [fallenfairy]
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Stasera offro io di Baccarat
-Era una notte buia e tempestosa…
-Fischia il vento, no? E nemmeno urla la bufera?- intervenne Piero con tono sarcastico.
-Ma stai zitto, avrei voluto vedere te al posto mio… Inutile che ora fai lo spiritoso- ribatté Massimo piccato.
-Ecco, bravo, stai zitto e lascialo parlare!
A pronunciare quest’ultima frase era stato Giovanni, il più giovane dei quattro uomini seduti al tavolo del bar. Piero fece spallucce e si mise a fare un solitario con il mazzo di carte con cui avevano giocato fino a poco prima. Carlo rimase in silenzio, allungò le gambe sotto il tavolo e scivolò con il sedere fin sul bordo della sedia, tenendo in mano la bottiglietta di birra e guardando di sottecchi Massimo, che riprese a parlare:
-Ecco, come stavo dicendo prima che Piero se ne uscisse con ‘sta cazzata del vento e della bufera, era una notte davvero da lupi: il cielo era scurissimo e c’era tutto intorno aria di tempesta. Avete presente quando scende il silenzio assoluto, proprio un attimo prima che si scateni l’inferno? Le bestie sentono l’arrivo della tempesta molto prima di noi e si zittiscono.
L’uomo si interruppe, bevve una lunga sorsata di vino, poi fece un gesto con la mano a Bianca, la donna dietro al bancone, per ordinare un’altra bottiglia di vino. La proprietaria del bar chiese a voce alta: “Lo stesso?”. Massimo fece segno di sì. In quel bar, appena fuori da Casalpusterlengo, si poteva bere il miglior rosato della zona, quello proveniente dalle colline tra San Colombano e Graffignana.
-Ero sul mio furgoncino e cercavo un posto dove potermi riparare per quando sarebbe scoppiata la tempesta. Conoscevo poco la zona ed ero in aperta campagna: tutto attorno non una casa o un ponte o una grossa pianta dove potermi rifugiare.
-Manco fossi stato alla guida di una Ferrari! Il tuo furgoncino, arrugginito e scassato com’è, non patisce di sicuro due gocce d’acqua…- l’interruppe Piero, continuando ad allineare le carte davanti a sé e girandone due alla volta.
-Arrugginito e scassato, eh? Dici? Ma per fare il trasloco per tua sorella andava bene, vero? E poi quel cielo non prometteva, come dici tu, due gocce d’acqua ma una vera e propria grandinata.
Piero non ribatté limitandosi ad alzare gli occhi al cielo, poi riprese a girare le carte. Per qualche istante più nessuno parlò.
Il primo a rompere il silenzio fu Giovanni:
-Dai, Massimo, non stare a sentire cosa dice Piero. Racconta! Cos’è successo?
-Se questo continua a fare il cretino- affermò Massimo indicando con un cenno della testa l’amico che l’aveva interrotto- non racconto proprio più nulla, perché questa non è una storia da ridere.
I due si guardarono in cagnesco per un lungo momento, mentre Giovanni fremeva e temeva il peggio. Era da qualche giorno che Massimo, Carlo, Piero dicevano mezze frasi a proposito di quanto era successo a Massimo il venerdì precedente nelle campagne di Bagnacavallo, un posto a più di duecento chilometri da Casalpusterlengo, ma ogni volta che lui chiedeva spiegazioni gli rispondevano con mezze parole e con un vago “un giorno, poi, ti raccontiamo”.
Aveva dovuto insistere non poco e promettere che quel sabato sera avrebbe pagato lui da bere pur di poter conoscere l’intera storia. Massimo e Piero erano alla seconda bottiglia di vino, Carlo alla terza birra. Giovanni, per limitare le spese, continuava invece a sorseggiare il bicchiere che aveva riempito ad inizio serata, anche se il dito di vino rimasto era diventato caldo e quasi imbevibile. Pensò che se Piero continuava ad interrompere, sarebbe servita una terza bottiglia. Finalmente Carlo, quello che parlava meno di tutti ma che quando parlava tutti lo stavano ad ascoltare, disse:
-Ha ragione Giovanni: ora tu Piero la smetti e tu Massimo finisci di raccontare cosa ti è successo. A volte, voi due, sembrate marito e moglie: sempre a punzecchiarvi.
Si alzò e si stiracchiò; poi aggiunse:
-Intanto vado a prendermi un’altra birra. Voi volete qualche cosa?
Gli amici scossero la testa e Massimo riprese a parlare come se non fosse stato interrotto:
-Stavo andando lentamente, quando ad un certo punto ho intravisto un piccolo spiazzo al bordo della strada. Mi fermai immediatamente, anche perché nel frattempo m’era venuta voglia di cacare. Sapete come capita: ti viene voglia sempre nei momenti meno adatti ma quando ti scappa, scappa.
Gli altri annuirono comprensivi.
-Sono sceso dal furgoncino e ho fatto qualche passo lungo un viottolo che partiva dalla strada. Avrò fatto sì e no una decina di metri, nel buio più assoluto e in un silenzio agghiacciante… Tutto era immobile e silenzioso, nessun fruscio di foglie, neppure una zanzara o un grillo che mi facesse compagnia. Sembrava fossi l’unico essere vivente su tutta la faccia della terra. A quel punto decido di andare nel prato per liberarmi e –lo giuro- per andarmene via il prima possibile da quel posto che sembrava dover diventare l’inferno in terra. Anche se faceva caldo avevo la pelle d’oca persino sulla testa, nonostante io non sia proprio una donnicciola…
Massimo si interruppe, come per raccogliere le idee, poi tracannò il vino che aveva nel bicchiere, lo riempì nuovamente e passò la bottiglia a Piero che aveva allungato la mano; infine ricominciò a parlare:
-Ho saltato il fosso, una cosa da niente, sarà stato largo due o tre spanne. Non so bene cosa mi sia successo, ma mi sono ritrovato lungo e tirato per terra, come se qualcuno mi avesse fatto uno sgambetto. Sono pure caduto male, perché ho sbattuto la faccia. Ho bestemmiato, poi ho iniziato a muovere una mano per cercare di capire dove ero finito e ho sentito una cosa rotonda. Ho spostato la mano e ho trovato un’altra cosa rotonda. Ragazzi, ve lo giuro, erano delle teste, teste di bambini perché non erano grosse ed erano pelate…
Piero e Carlo annuirono gravemente, mentre Giovanni rimase a bocca aperta e sentì il bisogno di svuotare il proprio bicchiere e di riempirlo nuovamente per la sorpresa.
-E poi?
-E poi? E poi sono scattato come una molla e mi sono messo a correre verso il furgone. Mi era persino passata la voglia di cacare. Sono salito su e sono partito a razzo. Se non ho fuso il motore quella notte, non lo fonderò mai più. Quel furgone sarà vecchio, però è un gioiellino per quanto riguarda la meccanica.
-Terribile! Ma sei sicuro che fossero delle teste? Potresti esserti sbagliato…
-Ecco, lo sapevo che non mi avresti creduto! Per questo non volevo raccontarti niente, ma hai così insistito! Tu, poi, mi conosci da poco… Loro -indicando con la testa Piero e Carlo- che mi conoscono da sempre, sanno che non racconterei mai una balla così grossa. Quelle erano delle teste e qualcuno mi deve aver fatto cadere.
Giovanni aprì e richiuse la bocca un paio di volte prima di riuscire a parlare:
-Secondo te cos’era successo?
-Guarda ne abbiamo parlato a lungo. Forse sono finito nel bel mezzo di un rito satanico, quei riti dove fanno dei sacrifici umani. Una volta ho letto una notizia del genere, ma non ricordo con precisione dove era successo... Posso solo ringraziare la mia buona stella se sono qui a raccontarvi tutta la storia.
Per qualche istante tacquero, ognuno perso nei propri pensieri. Giovanni riprese a parlare:
-Ma non hai pensato di andare alla polizia?
-Ma sei scemo? Mi sarei messo in un mare di guai. Manco sapevo dove mi trovavo…
-Però Giovanni ha ragione, dovevi fare qualcosa- disse Carlo con aria grave. Poi continuò:
-Si potrebbe fare una spedizione e cercare di rintracciare quel posto: che ne dite?
Si misero a parlare tutti insieme, a discutere sul come e sul quando. Era mezzanotte passata ed erano alla quarta bottiglia di rosato, quando Giovanni disse che si era fatto tardi e che se ne sarebbe andato a casa.
-Ricordati di pagare, prima di uscire- disse Carlo mentre lo salutava e gli augurava una buona notte.
Rimasti soli, i tre amici scoppiarono a ridere.
-Sei stato davvero bravo! Pensa che ad un certo punto ho avuto così paura che per farmi coraggio ho sentito il bisogno di riempirmi il bicchiere…- commentò Piero tra le risate degli amici.
-Beh anche tu sei stato in gamba: hai visto Giovanni com’era preoccupato per le tue interruzioni? Mancava poco che gli venisse un colpo- fece Massimo, quasi strozzandosi per il gran ridere.
-Se insistevamo ancora un po’, quello era praticamente pronto a partire per Bagnacavallo seduta stante. Ma si può essere così scemi?- osservò Piero dando una gran manata sulla spalla di Massimo.
Scolarono i bicchieri, poi Massimo, dopo essersi asciugato la bocca con il dorso della mano, alzò il bicchiere vuoto in una sorta di brindisi:
-Bisogna dare il merito a Carlo per la genialata di trasformare quella mia stupida caduta nel campo di meloni in una storia degna di quel regista, come si chiama? quello dal nome impossibile.
-Iccoc, si chiama Icocc! Ma cosa ve lo dico a fare? Dai Bianca, porta tre grappini che a questo giro offro io!
Baccarat
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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Racconto di M0rgause
-Editing: Manuela Verbasi, Emy Coratti
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Notte a Malà Strana di Alexis
Quella notte scesi in strada un po' triste e sconsolato. Volevo affogare il malessere che pervadeva le mie membra tra le vie della mia cara città piovosa e scura.
Attraversai Josefov, il quartiere ebraico costellato da sinagoghe ormai tristemente adibite a musei e da venditori di cimeli ormai completamente piegati ai voleri del mercato. Quasi inconsapevolmente arrivai sulla sponda orientale del Karluv Most, il Ponte Carlo, e decisi di percorrerlo fino alla bella e fiabesca Mala Strana, la parte antica di Praga.
Varcata la soglia della sponda occidentale la città sembrò cambiare, si colorò di tinte accese e calde, la luce che emanavano le antiche lanterne divenne soffice, avvolgeva il mio corpo come una coperta riscaldando il mio cuore ormai avvizzito dalla stanchezza e dal mio perpetuo mal di vivere. Mi sentivo rinato ed osservavo lo spettacolo che si svolgeva attorno al mio sguardo incredulo, ma sereno.
Le case si tinsero di rosa, giallo, arancione, blu, rosso e parevano danzare, facendo ondeggiare i tetti a spioventi, sulle note di una melodia che veniva da lontano e che progressivamente si avvicinava a me. Un carro trainato da stelle e guidato da una chiave di violino si muoveva sui binari di un pentagramma che attraversava il cielo e le note di quella Notte venivano liberate sulla città come doni a Natale o come colombe sulle piazze italiane.
Volavano libere nel cielo blu, infondendo pace, allegria e serenità nei cuori di chi sapeva ascoltarle, ma quella notte, solo quella Notte, Praga si esibiva per me, per me soltanto.
Mi lasciai trascinare in eleganti danze, accompagnato da splendide dame inesistenti di cui immaginavo i tratti ed i contorni, gli abiti ed i capelli e volteggiavo insieme a queste mie fantasie come un bambino che gioca con l'amico immaginario.
Praga mi donava la spensieratezza che la vita mi aveva privato e, anche se per una sola notte, io fui felice.
Ad un tratto tutto scomparve e divenne polvere di stelle che si librava leggera nell'aria. Rimasi intontito per qualche istante, con un lieve sorriso disegnato sulle labbra, quasi un' epifania per il mio spirito cupo e scuro e mi accorsi che qualcuno picchiettava insistentemente la mia spalla, mi voltai.
Un vecchio barbuto e immerso nei vapori dell'alcool mi fissava come se stesse guardando un pazzo, un'espressione a metà tra l'incredulità ed il rimprovero, gli sorrisi e dissi:"Cosa la turba, amico mio?"- e lui, basito, rispose: "Credevo di essere l'unico pazzo di questa città!! Ma non folle di nascita eh, bensì a causa dell'alcool che ingurgito ogni sera alla locanda!!! Ma tu, ragazzo mio, mi hai superato e stupito e senza bere nemmeno un goccio!!! Lascia che ti dia un consiglio.. torna a casa e fatti una bella dormita !! Tutta questa frenesia quotidiana distrugge voi giovani!! Rilassatevi, godetevi per qualche istante il dolce far nulla e magari evitereste, poi, di mettervi a ballare in piazza a soli trent'anni! Quello è lavoro da vecchi! Rinsavisci giovine e lascia che il ruolo del pazzo lo svolga io, ormai ho l'età giusta per questo compito!".
Sorridendo, stavolta a piene labbra e cuore colmo, lo abbracciai e me ne tornai ciondolando alla mia dimora.
Alexis
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Modello 197 - di Palestrione
Nei giorni successivi, non fu tanto il pensiero per la busta gialla ad attirare l’attenzione di Micheal, quanto piuttosto le misteriose assenze al Campus. Primo fra tutti, Adam. Micheal non lo vedeva ormai da più di una settimana; e che fosse costantemente in compagnia di qualche bella studentessa e che non avesse avuto neanche la briga di cambiarsi o di lavarsi o di avvisarlo – ultima delle preoccupazioni di Micheal: l’importante era che stesse bene – era fuori discussione, poiché non era proprio credibile.
I suoi timori si concretizzarono allorché ci fu l’esame di Informatica. Anche Adam intendeva sostenerlo, eppure Micheal non lo vide, durante la prova scritta. Allora chiese in giro, chiese se qualcuno l’avesse visto: nulla.
Aveva persino avuto lo scrupolo di tornare da Winston e di verificare se si fosse calmato, se si fosse ricordato della busta, ma stavolta nella sua stanza non trovò nemmeno Danny, ma un altro ragazzo. Questo gli disse che Danny aveva lasciato il Campus per un po’ – era andato nel Colorado per trovare la sua famiglia – mentre Winston non l’aveva proprio visto. C’era stato anzi un altro ragazzo incaricato di trasferire le cose di Winston in un’altra stanza. Così Micheal si era fatto dire chi fosse quest’altro ragazzo e quando era andato a cercarlo nella sua stanza non aveva trovato nessuno. Ciò era molto strano.
Di positivo c’era stato solo l’incontro con Ashley, l’amica – o presunta tale – di Adam. Non era cambiata per nulla – pensò Micheal – il che significava che almeno stavolta l’elenco degli studenti scomparsi non c’aveva azzeccato. Da segnalare c’era anche il totale cambiamento di Harriett.
Non solo Harriett si era distaccata molto da Christine – pur essendo sua compagna di stanza – e quindi si trovava sempre in compagnia di maschi (aveva tra l’altro cambiato totalmente il suo modo di vestirsi, molto più spregiudicato, ora), ma ci aveva anche provato con lui, invitandolo a una festa. Ora Micheal trovava Harriett molto più interessante di prima, ma in cuor suo sapeva che quella non era Harriett e che non doveva fidarsi. C’era qualcosa che non andava nel Campus e intendeva scoprire a tutti i costi di che cosa si trattasse. Quanto a Christine, anch’ella era stata vista molto di meno, nei corridoi e durante le lezioni. Molti studenti dicevano che fosse impegnata nello studio, mentre Micheal temeva che anche lei fosse scomparsa.
Un paio di settimane dopo l’inizio di questi strani avvenimenti, Micheal ricevette un’altra busta. Stavolta non fu uno studente a dargliela. La trovò nella sua stanza, sul letto. Allora domandò in giro – ai suoi vicini di stanza – se avessero visto qualcuno bussare alla sua porta e lasciargli quella busta, ma nessuno aveva visto nulla.
Ad ogni modo, non si sorprese più di tanto di quelle risposte. Forse i mittenti volevano restare ignoti proprio per non trovarsi innanzi a domande a cui non avrebbero potuto o voluto rispondere.
Prima di aprire la seconda busta gialla, Micheal chiamò sul cellulare Ashley. Ma il numero risultava inesistente. Strano – pensò – eppure l’ho chiamata altre volte.
Un altro mistero irrisolto. Desiderava tanto condividere quel momento con lei, la sola che non si fosse comportata in modo strano e che, al pari di lui, era coinvolta ormai in quella faccenda.
Aprì dunque la seconda busta gialla. Anche questa era senza mittente.
Dentro c’era un DVD senza nome. Nient’altro. Niente lista, niente foto-tessera. Tutto qui.
Subito accese il suo portatile e inserì il DVD nel lettore.
Voce fuori campo. Non siete contenti di voi stessi? Volete cambiare? Volete diventare il vostro opposto? Volete provare esperienze nuove?
Immagini. Studenti che camminano. Primo piano su alcune ragazze che parlottano. Zoom indietro. Campus visto da lontano.
Voce fuori campo. E allora, se volete tutto questo, se volte diventare come questi studenti (Immagini. Studenti che scherzano) allora indossate i nuovi occhiali Weith: vedrete due vite in una sola, grazie alle loro lenti speciali. Occhiali Weith, tutto quello che cerchi.
Nel video compariva uno studente che indossava un paio di occhiali. Poi una soggettiva: lo schermo era diviso in due e da una parte si vedeva uno studente, al centro dell’inquadratura; dall’altra una studentessa (Micheal la riconobbe subito: era Harriett). La studentessa era corteggiata da altri ragazzi: questi la seguivano facendo tante moine (c’era una musica di sottofondo, perciò Micheal poté solo immaginare cosa si stessero dicendo) e la ragazza sembrava darsi tante arie. Poi, all’improvviso, si toglieva le mutandine (la sua gonna superava di poco le ginocchia) e le dava a uno di loro, che sveniva per l’emozione.
D’un tratto, il video si bloccava, ma c’era dell’altro nel DVD – Micheal ne era sicuro. Provò a esplorarlo, ma non poteva accedere: era protetto. Il video si era avviato grazie all’autorun.
Estrasse il DVD; lo inserì nuovamente nel lettore. Ricomparve il video di prima, ma stavolta, giunto alla fine, il DVD continuò a girare per qualche secondo – nel frattempo Micheal rifletteva e pensava che tutto ciò fosse solo un incubo terrificante – finché non riapparve un’immagine.
Un laboratorio. Si vedeva subito che il video era stato girato con una videocamera amatoriale. Comparve un uomo, sui sessant’anni, con una corona di capelli sul capo, un camice bianco e dei baffi grigi. Indossava degli occhiali con una montatura quadrata. L’uomo era l’autore di quest’ultimo video. Si allontanò e incominciò a parlare.
Ciao, Micheal – disse l’uomo (allora lo conosceva!) – se stai guardando questo video vuol dire che i miei calcoli si sono rivelati esatti. È probabile che gli ultimi giorni siano stati molto intensi e che ti sia chiesto il perché di tutto ciò. Ebbene, io sono qui per spiegartelo. Innanzi tutto devo dirti il mio nome–… mi trovo nel futuro rispetto all’anno in cui tu stai vivendo. Ora mi starai dando del pazzo o penserai addirittura di essere tu stesso diventato pazzo. Ma devi credere a ciò che vedi. Ah, ti avverto già da ora che questo video è stato realizzato con un meccanismo di autodistruzione, perciò ti consiglio di toglierlo immediatamente dal tuo lettore non appena avrai terminato di guardarlo. poiché non è corretto parlare per la prima volta con qualcuno senza presentarsi. Io mi chiamo Robert Steiner. Sono uno scienziato, e mi trovo nel futuro. Voglio dire
Dunque, dicevo che mi chiamo Robert Steiner e che sono nel futuro. Il video che hai visto precedentemente è il progetto che una mente malata vuole mettere in atto. Si tratta di un cospiratore, un uomo molto pericoloso che intende manomettere le menti degli studenti attraverso la realizzazione di alcuni occhiali speciali. Questi occhiali permettono di seguire le vite di due studenti contemporaneamente. È esattamente come hai visto nel video: lo schermo diviso in due, da un parte uno studente (e la sua vita e tutto ciò che fa, come se ci fosse una telecamera fissa su di lui a osservarlo); lo stesso nell’altra parte. Non basta, perché questi occhiali sarebbero indossati dagli studenti stessi, che potrebbero vedere il proprio io sdoppiato: come erano prima e come diventerebbero se cambiassero. Cambiamento che implica un mutamento radicale nella loro personalità– come hai già constatato, credo.
Quanto alla busta gialla che hai ricevuto, credo… due settimane fa? Sì, penso due settimane fa –197”. Io ti chiedo di impedire che si rechino alle feste. Ah, a proposito delle feste: se vuoi superare quei due tipacci del posto di blocco ricordati che la parola d’ordine è: “Polverizzati”. Ricordatela bene: “Polverizzati”. A queste feste si tengono le riunioni dell’Organizzazione. Ci sarà anche Beta, secondo i miei calcoli. E… ebbene, quanto a quella busta, ti chiedo di mettere in guardia gli studenti della lista, se conosci qualcuno di loro. Il capo dell’Organizzazione, un certo Beta, chiama la lista “Modello
Improvvisamente il video si bloccava. Steiner non si muoveva più. Forse il video era stato tagliato, oppure c’era stato qualche problema nella realizzazione. Ad ogni modo, durante quella proiezione, il sudore di Micheal si era gelato sul suo collo. Ora non riusciva più a respirare.
Che fosse tutto vero? In quale dannato incubo era mai finito?
Si rammentò delle parole di Steiner ed estrasse il DVD dal portatile. Non accadde nulla, ma pensò che sarebbe stato più prudente far sparire il disco ed evitare in ogni caso di inserirlo nuovamente nel suo lettore.
Per riprendere possesso di tutte le sue facoltà mentali andò in bagno e si sciacquò la faccia. Si guardò allo specchio: aveva gli occhi rossi, stralunati, stanchi. Era addirittura dimagrito – e già era molto magro, ma negli ultimi tempi non aveva mangiato tantissimo e aveva ridotto anche l’attività fisica, non solo per lo studio.
Quella notte, Micheal non riuscì a chiudere occhio. Si girava in continuazione nel letto e sognava di Harriett, di Christine e delle orge che avevano potuto fare con tutti gli studenti del Campus. Vedeva soprattutto Christine, il suo ideale, il suo sogno infranto, la sua utopia superlativa, la sua incredibile delusione e illusione; e Harriett, con tutti i suoi cambiamenti, da casta a lolita – una metamorfosi tanto mostruosa quanto inattesa.
Durante i suoi deliri, sentì un forte trambusto proveniente dal corridoio. Poi un colpo forte. Bam! – alla sua porta. Di nuovo: bam! – sempre alla sua porta.
Fatti coraggio, Micheal – si disse. Non essere un fifone. Alle ragazze i fifoni non sono mai piaciuti.
Così si alzò dal letto. Senza mettersi nemmeno le pantofole, nudo, solo coi pantaloni del pigiama, si diresse verso la porta. I rumori intanto continuavano. Ma che genere di rumori erano? Erano un misto tra sghignazzi, urla, risate isteriche, schiamazzi, passi affrettati, oggetti che cadevano per terra (oggetti pesanti) e strida, come se qualcuno stesse trascinando qualcosa di molto pesante. Allora si fece coraggio e spalancò di colpo la porta. Tutti i rumori cessarono e di colpo nel corridoio piombò il silenzio. Accese la luce della sua stanza – l’interruttore si trovava all’ingresso. La porta era ancora aperta. Guardò verso il basso e vide che c’era un libro con una copertina tutta bianca. Lo raccolse, si stropicciò gli occhi per il forte impatto buio-luce e rientrò nella sua stanza.
Si sedette sul letto e osservò il libro: non c’era alcun titolo, né autore.
Lo aprì alla prima pagina e queste furono le prime parole che lesse:
Micheal Miller era turbato. Era da qualche giorno, infatti, che non riusciva più a dormire serenamente. Durante la notte si svegliava: o perché aveva caldo, e quindi sudava, o perché faceva degli strani e inquietanti sogni, oppure perché sentiva delle voci nel corridoio. Dormire al Campus non era stata una sua scelta: gli era stato imposto.
Non è possibile! – pensò subito – Questo libro parla di me! Svegliati, Michael, svegliati! Non sei Bastian e questa non è “La storia infinita”!
Lesse tutto il contenuto del libro. Parlava di lui. Era il protagonista di quel racconto, scritto da chissà quale mano. Ma era incompiuto. Di colpo, la narrazione si interrompeva, e tutto ciò che trovò fu un buco di pagine bianche. Il racconto non era stato terminato.
Capitolo V
Si aspettava che avrebbe trascorso la notte in bianco. Adesso gli riusciva persino difficile distinguere il sogno dalla realtà. Non era in grado di capire quando fosse desto, cosciente, sveglio, e quando invece fosse nel mondo dei sogni, sopito, addormentato, dormiente. La realtà era diventata una realtà onirica. Eppure doveva convincersi che tutto ciò era vero, che non stava sognando, che non era una sua illusione.
L’indomani, chiese a un suo vicino di stanza se avesse sentito dei rumori nel corridoio, la sera precedente. Questi gli disse che era tornato tardi nel dormitorio e che se anche ci fossero stati dei rumori, di sicuro non li avrebbe sentiti per la stanchezza.
In tarda mattinata – Micheal aveva seguito le lezioni a partire dalle nove e mezza, e aveva un’ora di buco – ne approfittò per andare a parlare col professor White di Informatica e per chiedergli l’esito dell’esame scritto.
Era proprio innanzi alla sua porta. Nel Dipartimento non c’era nessuno, a parte lui. Si accorse che White stava parlando al telefono, sicché preferì aspettare che finisse la conversazione.
«Sì, sì, hai ragione, hai ragione…» diceva White. «Ma ho fatto tutto il possibile. Che ci posso fare se non ho trovato nulla?... Coinvolgerlo? L’idea è stata tua, non mia, ti rammento! Lo so, lo so, è furbo, chi lo nega? Ma prima o poi bisognerà pur sistemare la faccenda, altrimenti il progetto andrà in frantumi.» Ci fu una pausa di qualche secondo. Nel frattempo la voce dall’altra parte della linea parlava, piuttosto velocemente. «No, non fallirò. Ci tengo anch’io, e lo sai, questo. Lo voglio quanto te.» Ancora una pausa. «Aspettare? Aspettare cosa, secondo te? Non dobbiamo aspettare proprio un bel niente. Qua bisogna agire e basta. Ho paura che sappia già molto più di quanto debba sapere. Credo che sia in possesso del “Modello 197”.» (a queste parole, Micheal rabbrividì) Pausa. «Non posso. È esagerato. Non posso farlo. Almeno non personalmente. Dovresti pensarci tu.» Pausa. «Beh, è naturale che non intendo tu personalmente! Dovrai mandare qualcuno. È troppo pericoloso esporsi. Ad ogni modo ti richiamo io tra dieci minuti. Ciao, Alfa.» E riattaccò.
Parlava di lui. Stava parlando di lui. Il professor White era implicato nella losca faccenda. Il professor White, il meno sospettabile di tutti, sapeva qualcosa. E sapeva anche che lui possedeva il “Modello 197”, cioè la lista delle persone mutate e scomparse dal Campus.
Tornò indietro senza pensarci, sperando che in quel momento il professor White non uscisse dalla sua stanza e non lo vedesse allontanarsi lungo il corridoio del Dipartimento.
Mentre saliva la scala a chiocciola che lo avrebbe portato nella sua stanza – forse solo lì era al sicuro. Forse – ebbe la sensazione di essere pedinato. Qualcuno gli stava dietro a una certa distanza. Che fosse stato proprio il professor White? Che si fosse accorto che aveva origliato la sua conversazione con quel tipo chiamato Alfa? Chi era questo Alfa? Come facevano a sapere del “Modello 197”, delle scomparse? E che significava “dovrai mandare qualcuno”? Dove? Mandare un killer a ucciderlo?
Coraggio, Micheal – si disse – in fondo se un killer dovesse ammazzarti, sarà tutto finito. Non dovrai più preoccuparti di svegliarti presto, alle otto del mattino; non dovrai seguire le lezioni dormendo; non dovrai più studiare.
Ma poi quella vocina con cui dialogava aggiunse:
Caspita, ma io non voglio morire! Sono ancora troppo giovane!
Arrivato alla sua stanza, aprì la porta. La richiuse. Ma immediatamente qualcosa gli si serrò attorno al collo. Le mani di costui erano gelate, più gelate della neve. Erano possenti, forti, grandi. E Micheal cercava di divincolarsi, ma la morsa non intendeva allentarsi affatto. Micheal si portò le mani al collo, ma il killer aveva una presa troppo forte per lui. Allora dovette dargli una gomitata nello stomaco. Il killer la evitò la prima volta; ma la seconda, Micheal fece centro, sicché poté staccarsi un attimo e tornare a respirare. Si voltò, guardando il suo assassino. Era mascherato: indossava una calzamaglia nera, come Diabolik. Micheal salì sul suo letto, cercando di mantenere le distanze da lui.
«Chi sei? Cosa vuoi da me?»
Ma il killer non intendeva rispondere. Era armato: aveva con sé un coltellaccio da cucina, tipo quello di Micheal Myers in Halloween. Il killer sferrò l’attacco; Micheal non riuscì a evitarlo del tutto – fu ferito a una spalla. Lo scansò – almeno non fu colpito al cuore, ma solamente alla spalla. Gemette per il dolore. Il killer sferrò un secondo attacco e ancora una volta Micheal riuscì a scansarlo. Per difendersi, prese un libro da un tavolo e glielo scagliò addosso, sperando di poter prendere tempo. Ora era di spalle alla porta. Pensò che fuggendo nel corridoio forse sarebbe stato in grado di seminarlo. Come un fulmine aprì la porta, dando per un attimo le spalle al killer e si buttò nel corridoio.
Il dormitorio era in totale silenzio. Micheal gridò aiuto, ma il Campus sembrava improvvisamente diventato disabitato. Forse c’erano solo lui e il killer. E il professor White, naturalmente.
Giunse alla fine della corsa. C’era l’uscita di emergenza. Aprì la porta. Fuori era tutto buio. Ora era sul terrazzo del Campus. Lì c’erano solo le antenne e parecchi mozziconi di sigarette accumulati per terra. Il killer lo raggiunse in poco tempo, sempre con quel coltellaccio fra le mani. Micheal si nascose in una zona poco illuminata. Aspettò che il killer arrivasse. Vide che per terra c’era una spranga di ferro. La raccolse subito. Si acquattò in un angolo. Il killer non si era ancora accorto di lui, ma lo cercava guardingo. Stava esplorando da cima a fondo il terrazzo, aspettandosi di vederlo da un momento all’altro. Il killer ansimava per la corsa lungo il corridoio.
Poi Micheal colse l’occasione al volo e colpì alla nuca il killer con la spranga di ferro. Immediatamente quello si accasciò dolorante. Il coltellaccio gli era volato dalla mano. Micheal lo colpì di nuovo, stavolta alla schiena. Il killer gridò per il dolore.
Già che c’era, afferrò il coltellaccio. Aspettò che il killer si voltasse supino, ancora dolorante per i due colpi ricevuti.
«Guarda!» gli gridò Micheal. «Io sono armato e adesso potrei ucciderti tranquillamente. Chi sei? Togliti la maschera.»
Ma invece di arrendersi, il killer spiccò un balzo su di lui e lo buttò per terra. Sembravano due lottatori di wrestling, ora. Il killer gli mollò un paio di pugni. Micheal bloccò il terzo pugno del killer e reagì dandogli un gancio a sua volta. Quello sputò un rivolo di sangue (nonostante la calzamaglia, si vedeva che era ferito). E quando il killer, per un attimo per terra grondante di sangue e sudore, si riprese e si preparò a un nuovo assalto, Micheal afferrò il coltellaccio e gli diede il colpo di grazia, conficcandoglielo direttamente nella spalla.
Allora si alzò. Anche lui era ferito, ma il killer stava peggio.
Micheal non vedeva l’ora di scoprire chi fosse. Ma dopo avergli tolto la maschera, preferì non averlo mai fatto.
«Danny!» Micheal era incredulo. «Ma che ti è saltato in mente? Perché hai cercato di uccidermi? Che cosa ti ho fatto?»
Danny non rispondeva.
«Avanti, rispondi, dannazione!» Cercò di scuoterlo. «Chi ti ha mandato? Chi ti ha ordinato di uccidermi?»
«Il… ah!»
E spirò.
[continua...]
[continua...]
Palestrione
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pag 1 pag 2 pag 3
pag 4
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-Supervisione Paolo Rafficoni
-Editing: Manuela Verbasi
-Racconto di Palestrione
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Teatro Rita Foldi [fallenfairy]
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La mia gonna rosso-scozzese mi attende li: adagiata sullo schienale della poltrona rossa, è pronta e in attesa di essere indossata di nuovo. Nonostante il casino che regna sopra di lei, non si scompone, affronta con orgoglio e fierezza le magliette e i pantaloni che le fanno guerra per il posto... Anche lei ascolta. Tende le orecchie verso le note: come spesso, ecco Einaudi scalpitare e bussare alla porta nei polpastrelli per far tornare a galla infinite parole, come i delfini tornano in superficie per prendere aria. E non so se in queste ultime volte sentirlo mi rallegra o se mi intristisce. Ascolto quelle note sapendo un futuro diverso, o per lo meno, sperandoci tanto, anche se per ora ho semplicemente fatto la scelta più grande: ho aperto la porta nuova in fondo al corridoio e permango ancora sull'uscio di questo vicolo. Tra poco varcherò quella soglia e allora chiuderò dietro di me la stanza, guardando indietro e sperando di vedere sicuramente qualche arcobaleno qualche spruzzo di luce che, abbagliandomi, mi ricordi le cose più belle di questi ultimi dodici anni... Chissà quali saranno i ricordi che si tatueranno più a fondo, chissà cosa dimenticherò, chissà cosa lascerò nel cuore e nella mente degli altri, di quegl'altri cui ho incrociato la vita, quelli con cui ho calpestato prati e appiattito spiagge, quelli con cui dividevo ore del giorno a scuola e risate nel tempo libero. Finisce lo spettacolo, finisce una parte di me: finisce, paradossalmente, ciò che mi ha cresciuto con amore, con disprezzo, con fatica e con pazienza. Il sipario si apre. Lentamente. Ondulando. Arricciando il velluto come per richiamare all’ordine gli spettatori. La sala si ammutolisce. L’unica voce seduta in fondo alla sala si azzittisce e lascia che sia il teatro a parlare. Una ad una, piccole luci blu accendono di freddo il palco. Una minuta figura di bianco vestita spunta da dietro le quinte e guardandosi attorno, per assicurarsi che non vi sia nessun altro, cammina timorosamente al centro della scena. Il suo volto è pallido quasi quanto i suoi vestiti, e benché i suoi occhi siano rossi dalla stanchezza, le labbra rosa-pallido ricordano ancora la vitalità dei fiori. Il sipario si chiude. Lentamente. Le onde del velluto si infrangono, si abbracciano. Si incatenano. Chiudo io il sipario, sono io quella figurina, sono attrice, sceneggiatrice, regista e aiutante. Ringrazio con un inchino, guardo avanti, osservo la platea e nel buio non distinguo più nessun viso, e probabilmente è meglio così: lascio l'insieme,
lascio tutto e non abbandono nessuno.
Rita Foldi [fallenfairy]
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Arcobaleni Rita Foldi [fallenfairy]
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…si sgretolano arcobaleni come bottiglie vuote di birra scagliate a terra con forza da un ubriaco infuriato; o forse è solo dio che, stufatosi degli archi pitturati che non servono a nulla nella sua proprietà, ha deciso di scaraventarle sulla terra. Si frantumano davanti a me, esplodono: frammenti colorati rotolano velocissimi in tante direzioni quante sfumature diverse. Tinteggiano il mondo, regalano contrasto alle cose, s’imprimono sulla retina e nell’iride con potenza, esclusivamente a colori. Rullini bianco-neri vengono distrutti, vecchie pellicole accese da getti di Jackson Pollock.
Saltano su e giù dai marciapiedi, bambini impazziti e felici: il giallo accompagna il blu e prende per mano anche l’arancio, non esistono collisioni ne incompatibilità, non vi sono più guerre tra di loro. Galoppano senza traguardo davanti al verde, davanti all’indaco. Scivolano sull’asfalto grigio che istantaneamente rinasce, omini rossi e verdi scendono dai semafori e li rincorrono. Su, giù, su, giù, su, giù ed ancora su e giù… continuamente, vivacizzano l’aria uccidendone la monotonia, spruzzano spensieratezza sulle arterie del miocardio cittadino. La spessa linea rigida inizia a fremere sul monitor: la metropoli ha incastrato le dita nella presa e si è finalmente decisa. Vuole esistere, vuole essere, vuole partecipare: vivere. Vivere dei suoi abitanti. Vivere di azzurro, vivere di fucsia, di viola prugna e di verde acido. Vivere di giallo pulcino, di rosso scarlatto, vivere di bordò e di acqua marina. Come palline di un flipper, raggiungono i pali della luce, si scagliano contro i grattacieli, inondano le piazze, escono dal mare, scendono nelle metropolitane, si sparpagliano, rimbalzano; cavallette dei tempi antichi maledetti, conquistano superficie e viscere. Biglie dei ricordi, decorate con ondine tinte al centro del vetro trasparente, biglie di quando eravamo ragazzini, rotolano lungo i viali e si sgretolano… arcobaleni intatti erano, frantumi colorati diventarono.
…morirono eroiche per partorire l’esistenza…
morirono eroiche per regalarci l’essenza
Rita Foldi [fallenfairy]
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RX Coste DX Rita Foldi [fallenfairy]
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Era una stanza al secondo piano inferiore, illuminata da luci al neon. Quadrati luminosi si alternavano con quadrati opachi, componendo l’integrità del soffitto: una tavola di scacchi senza pedine né fanti, solo regine e re in camici bianchi e verdi e blu. Quel posto, sebbene fosse un edificio di cura, era paradossalmente calmo, tranquillo, e sapevo con certezza che quella sensazione era vera anche a prescindere dall’ora: le sei di pomeriggio. Regnava una perfetta serenità, non vi erano infermieri che correvano su e giù con carrozzelle e barelle, non vi erano pazienti su letti di morte, non vi era nulla di quel brusio e rumore costanti dei veri ospedali, né quell’odore sgradevole di malato e di chimica dei soliti ambulatori, qui si facevano ricerche e terapia riabilitativa. Tuttavia... Tentavo di rilassarmi, sentivo le gambe tremule e cedevoli. Camminavo su, camminavo giù, camminavo sul posto vacillando. Panico totale re dentro di me. Panico: era la parola adeguata. Presi in mano il giornale, sfogliando e leggendo solo i titoli maggiori, dall’ultima pagina alla prima, lo riposai senza ricordare nemmeno una riga di quanto avevo appena letto. Nel corridoio dietro la porta, due dottoresse chiacchieravano: immaginavo il discorso riguardante una terza persona o una situazione che non andava bene, che non piaceva loro. Leggevo insofferenza e rabbia sul viso della bionda col camice bianco, cosi perfettamente truccata e pettinata che più che lavorare al Santa Lucia sembrava uscita in quel medesimo istante dal parrucchiere. Poco prima mi aveva gentilmente lanciato un foglio giallo da compilare per la radiografia, adesso invece conversava agitando le braccia con un medico dal camice verde appena sopraggiunto. Sudavo freddo e aspettavo con ansia che la porta doppia, metà a vetri opachi e metà di plastica bianca, si aprisse e finalmente chiamassero il mio nome. Una copia di un quadro di Kandinsky dai colori pastello e dalla cornice bianca, un po’ nascosto, un po’ messo da parte in un angolo, squadrava le porte di fronte: due bagni, ed un'altra destinata esclusivamente agli "addetti ai lavori" come recitava il cartello appesovi sopra. Dietro il vetro della "cabina" d’accoglienza, una terza donna - probabilmente dottoressa - dal camice blu, parlava incessantemente al telefono arricciandosi i capelli con l'indice probabilmente con un parente o un amico, noncurante dei pazienti che si ponevano dinanzi a lei, pensando di dover chiedere a lei. Sedie rosse attaccate tra di loro quattro a quattro, aspettavano spossate e arrese che finalmente qualcuno le occupasse di nuovo. Erano tante, sparse un po’ ovunque nella grande sala come piccole fragole in un disteso campo innevato; eppure quella sera eravamo relativamente pochi: due coppie di signore, madre anziana e figlia di età media, madre di età media e figlia bambina ancora –raggiunte con sette minuti di ritardo, rinfacciati, dal marito/padre. L’ultimo coinquilino temporaneo della sala d’aspetto, era un uomo giovane che accompagnava la moglie-fidanzata appena sparita dietro la porta a due ante. Mi chiedevo se le sedie rosse conoscevano il posto ove vivevano, se erano consapevoli della loro sorte, se sapevano cosa portano sulle loro spalle:
…viaggiatrici immobili e silenziose orecchie, testimoni tra i dolori…
L'attesa è sempre stata la cosa che più di ogni altra, e meglio di qualsiasi altra, riesce ad uccidermi e a innervosirmi. Soprattutto quando è immotivata o i motivi sono scorretti, come accadde quella volta: aspettavo nel la stanza accanto al macchinario facendo i cento passi da leone in gabbia, mentre la giovane dottoressa, di là nell’altra saletta, rimase per venti minuti al telefono a risolvere problemi personali. Finalmente. Ce l’avevo fatta, era tutto finito. Senza esito, ma era finito. Uscii da lì dopo l’infinita attesa e i due minuti di analisi; le lacrime che mi graffiavano di rabbia riemersero piano, timidamente. Camminavo silenziosa, rimuginavo ancora sull'inutile tempo sprecato. Non riuscivo a pensare, non riuscivo a parlare, sentivo a malapena le gambe e le ultime forze mi salutarono da lontano. Mi riappacificai con me stessa nel sedile di pelle della jeep che mi avvolgeva, vi stavo comoda. Rimanevo silenziosa. Non parlavo. Mi avvicinò una sensazione strana, un misto d’insofferenza e d’incapacità. Pensieri, lacrime di tensione nervose. Chiusi le pareti del mio essere, come se avessi cucito insieme i pori della mia pelle per diventare ermetica e per non esser più impregnabile dal mondo. Mi isolavo, lasciando all'erta le orecchie, sentivo solo la musica che A. aveva messo su, Vasco: Sally. Era una vita che non la ascoltavo, che non la sentivo. Guardavo fuori dal finestrino e mi perdevo nel buio del bosco di Via Ardeatina, rivolgevo lo sguardo avanti per spostare la mia attenzione, per occupare la mia mente. Vedevo le luci rosse dei fari delle macchine davanti a noi, tutte in coda, cosi silenziose, rosse come i sedili della clinica. Affondai nel sedile e mute scivolarono sulla mia guancia, di nuovo: panico e stress evaporavano. Dovevo galleggiare: mi tirai su, cercai di cantare....
ero un caleidoscopio instabile..
Rita Foldi [fallenfairy]
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...in smemoria di me 4
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dell’incostanza strategica della luna o di come si possa catturare un cervello e gustarlo poi fritto in ottimo olio di semi di arachidi ogni anno l’otto di marzo all’alba
… volo lontano al di là delle intenzioni correndo sulle strade ferrate anche oggi che è soltanto l’otto marzo e c’è in giro ancora l’odore di un fumo acre fumo di chimica e legno che arde e metallo scintillante che t’aspetti diventi come il fiume di fuoco liquido che piange l’etna e che soffia forte verso le prime case a valle ed i terrori della gente che urla di notte e piange di giorno ed io volo lontano sempre più lontano perché non riconosco più le gioie della modernità e mi incolonno dietro tecniche spinte di movimento di un movimento che trasporta le più splendide sciocchezze del futuro e intanto ricordiamo in coro i tempi in cui non eravamo obesi e le nostre serate erano in circolo sul selciato tra luci d’acetilene a denudare i granoni ed era tutto così magnifico giocare coi baffi del granturco e sbirciare tra le gambe delle nostre zie ora sono qui nell’ora di un destino che fa la fila dal fioraio a distruggere con gli altri la bellezza degli alberi dalle palle gialle color di quasi primavera nei cuori impavidi di un altro giorno di guerra e di resistenza e già rileggiamo gli stessi giornali da giorni con le ebbrezze in prima pagina di questi maschi potenti che non sanno più gustare la tenerezza della carne se non è condita di una forza che pretende e prende ed è perciò che volo lontano al di là delle regole di civiltà che mi parlano dell’uguaglianza degli uomini e delle bestie che sono altra cosa così che scelgo ancora il dialogo con i miei gatti e lo scambio epistolare con il mondo delle anguille ma è tutto un gioco di specchi così applico il tempo alle considerazioni e ritrovo con l’avidità del cieco le sculture dei miei furori e cammino nei vicoli di napoli nelle caverne di berlino tra i profumi di dublino accarezzando la stanchezza del vivere di esseri che abitano nel sangue e dal sangue nascono perché è nel sangue che si partorisce così oggi le mie speranze sono affidate alla tortura di un giorno sempre uguale dove molly che sussurra ed urla frasi senza senso scopre tutta la struttura fenomenale dei suoi ragionamenti e ci regala gli spasmi fecondi del suo dialogare d’umori e fica attraversando di meraviglia in meraviglia il fiume domestico di tutte le ore dipinte d’ansia e rovina ma non c’è cielo che tenga oggi il mio dio mi ha abbandonato e deriso consegnandomi ad un carico extra di torte similgialle con panna e crema chantilly e decorazioni in rami veri della nazionalmimoseria che è tutto un circondar di stranezze e mezze verità dove tutti s’inchinano alla profondità del giorno del riscatto che invece nel mio folle amplesso è perfino fuori quadro da millenni ed oggi ancora di più perché liberi si è quando si sa assaporare il liquido giusto e non quando sostituiamo l’arroganza con altra arroganza ed i moti della sconfitta con una falsa vittoria così essendo oggi soltanto un giorno come un altro ho approfittato del sole per far sciogliere le ultime piccole nuvole di neve sul terrazzo e per respirare nella salvezza delle ombre dei fantasmi i miti infranti di tutte le altre mie cinque vite …
©ohrasputin
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undicimarzoduemilanove
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Sognando la realtà tra giochi di nuvole di Alexis
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Osservando il cielo e l'incessante cammino delle nuvole, scorsi forme maestose e terribili ad adombrar la Terra.
Possenti draghi dai corpi squamosi, tinti di bianco e d'argento, scivolavano sulla volta celeste godendo placidamente delle carezze del vento.
I baffi, sinuosi e leggeri, svanivano tra i flutti come piccole onde di un lago, mentre le grandi bocche dentate si socchiudevano appena per compiere grandi e profondi respiri, dando origine a tiepide e soavi brezze.
Le loro membra ondeggiavano oziosamente sotto i raggi lievi dell'assonnato sole del pomeriggio e sembravano non aver peso quelle maestose e mitiche creature. Nessun timore incuteva il loro viso, ma solo immenso e reverenziale rispetto. Inducevano al silenzio, alla contemplazione di quella Natura primordiale dimenticata troppo spesso tra le pieghe della frenesia quotidiana ed io mi sentivo infinitamente piccola ed indifesa al loro cospetto. Mi lasciai penetrate le membra da quella candida luce solare, la forza dei draghi inondava le mie nadi* infondendomi consapevolezza ed energia nuove. Ero immortale.
Ad un tratto fui distratta dai rumori dell'uomo, una hostess mi passava accanto offrendomi viveri e bevande, mormorando le dissi che non avevo bisogno di nulla e la ringraziai.
Tornai impazientemente ad osservare l'orizzonte dal mio oblò, ma ormai dei possenti rettili rimanevano soltanto lunghe scie incantate.
Guardai il sole fiammeggiante della sera, sorrisi.
Alexis
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Modello 197 - di Palestrione
Micheal cercò di stare al passo con Christine e Harriett. Le ragazze correvano e la strada era buia. Sembrava che entrambe sapessero già come raggiungere la villa.
Sentì un rumore. Ormai erano abbastanza distanti dal Campus. Avevano proseguito lungo una strada poco illuminata. Ogni tanto passava da lì qualche auto. Forse vanno anche loro alla festa, pensò Micheal. Il rumore dunque lo aveva distratto un attimo. Ma quell’attimo fu fatale, perché infatti quando cercò con lo sguardo Christine, fu per lui impossibile trovarla. Allora la chiamò, ma Christine e Harriett erano lontane. Non si erano accorte affatto che lui era rimasto indietro. Proseguì sempre dritto, sperando che lo aspettassero.
Raggiunse una strada che poco alla volta si stringeva sempre di più. A un tratto, si trovò tra due auto, disposte perpendicolarmente alla strada, come se volessero sbarrarla. E fuori c’erano due tipi: giubbotto di pelle nera, occhiali scuri, sigaretta in bocca, collanine e capelli a spazzola, quello di destra; cresta bionda e piercing sul mento (sempre col solito giubbotto di pelle nera), l’altro. Tipi poco raccomandabili.
Uno di essi lo fermò, mentre stava proseguendo.
«Fermo!» gli gridò. «Dove vai?»
«Vado alla festa», rispose Micheal. «Sto con le due ragazze.»
«Quali ragazze?» replicò il tipo a destra. «Non abbiamo visto ragazze. Tu hai visto ragazze, Tom?»
«No», rispose l’altro.
«Visto?», riprese il primo che aveva parlato. «Le hai sognate, amico. Torna nel dormitorio. A meno che…» - e abbassò un po’ la voce - «a meno che tu non conosca la parola d’ordine.»
«Parola d’ordine? No, a dire il vero non la so.»
«E allora fila. Da qui non puoi passare. Ordini dall’alto.»
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Modello 197 - di Palestrione
I giorni seguenti trascorsero lentamente. Era solo routine. Seguire le lezioni e poi dover studiare era faticoso, ma Micheal pensava che quegli sforzi fossero necessari, se voleva laurearsi. Suo padre gli aveva detto continuamente che il diploma del liceo non gli sarebbe servito a nulla e che invece una laurea in Ingegneria (anche grazie alle conoscenze di suo padre) gli avrebbe spalancato le porte del mondo del lavoro.
Per ora Micheal non guardava troppo al futuro ma pensava soprattutto al presente e alle difficoltà di certi esami a dir poco pesanti. Non era di certo il caso di Informatica, ma un minimo di studio era pur necessario, anche per gli esami cosiddetti “leggeri”.
Arrivò sabato, il giorno della festa studentesca. Fino a quel giorno, Micheal non aveva più parlato con Christine, magari per dirle che l’esame era troppo importante e che per lui era impossibile andare a quella festa. L’aveva solo incrociata nei corridoi, ma più di un “Ciao” non erano riusciti a scambiarsi, specialmente perché Christine era con la sua migliore amica, nonché compagna di stanza, Harriett Campbell, detta “la Rossa”, per i suoi capelli rosso fuoco. Molti pensavano che Christine e Harriett fossero molto diverse e che non sarebbero mai riuscite a essere amiche. Harriett era il contrario di Christine. Non era brutta, ma portava sempre dei maglioni molto larghi, delle gonne lunghe, degli occhiali con una montatura ormai datata, e camminava con lo sguardo costantemente verso il basso, segno di timidezza ma anche di sottomissione. Christine cercava di scuoterla, di farla diventare come lei. Non era un segreto che Harriett non avesse mai avuto rapporti sessuali, mentre invece Christine se l’era spassata parecchio con Blake, addirittura filmando i momenti in cui erano a letto insieme. Questi filmini erano nascosti gelosamente nella stanza di Christine. Nessun maschio, nemmeno lo stesso Blake, ne era a conoscenza. Micheal non lo sospettava minimamente. Forse si sarebbe ricreduto, sul conto di Christine, se avesse saputo anche del suo “lato oscuro”. Ma di certo era impensabile che una ragazza dolce come Christine fosse stata capace di filmarsi mentre faceva sesso con Blake.
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Modello 197 - di Palestrione
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Micheal Miller era turbato. Era da qualche giorno, infatti, che non riusciva più a dormire serenamente. Durante la notte si svegliava: o perché aveva caldo, e quindi sudava, o perché faceva degli strani e inquietanti sogni, oppure perché sentiva delle voci nel corridoio. Dormire al Campus non era stata una sua scelta: gli era stato imposto. Non avrebbe mai potuto viaggiare per tornare dai suoi parenti, di Boston, poiché studiava presso la prestigiosa Università della California – sempre impostagli. Quando studiava al liceo non aveva mai pensato che un giorno si sarebbe iscritto alla Facoltà di Ingegneria. Non aveva interesse per nessuna materia, a dire il vero, ma per non disonorare la sua famiglia, era stato costretto ad accettarlo suo malgrado. Suo fratello si era laureato cinque anni prima, col massimo dei voti; sua sorella idem; e suo padre, nei lontani anni ’60, aveva persino ricevuto il Bacio Accademico ed era stato professore di quella stessa università, salvo poi trasferirsi per diventare rettore a New York. Così lui, pecora nera della famiglia, non aveva avuto altra scelta.
Insomma non riusciva più a stare tranquillo. Ciò influiva sul suo rendimento. Durante le lezioni era assonnato e poi, quando doveva studiare, si sentiva spossato e aveva dei frequenti mal di testa. A ciò si aggiungeva il suo antico vizio di partecipare alle feste studentesche. Tutto per colpa di Christine Walcott, una bionda a cui andava dietro da ormai più di un anno, ma che lo considerava solo un amico, evidentemente perché lui non rispecchiava il suo modello di virilità.
Si alzò dunque svogliatamente dal letto. Pensò che sarebbe stato necessario prendere almeno cinque caffè, prima di sentirsi pienamente in forma. Si lavò, si vestì e uscì dalla sua camera. Il suo compagno di stanza, Adam O’Neil, come al solito non si era fermato. Era solito dormire nel letto di una delle sue tante avventure serali. Era in grado di cambiare una ragazza almeno ogni due giorni. Micheal non lo invidiava affatto. Pensava anzi che la sua vita mondana lo avrebbe distratto totalmente dallo studio. Era pur vero che anche lui partecipava a tante feste, ma alla fine, quando si trattava di dare gli esami, era il primo a voler mettersi a studiare seriamente.
Ancora barcollante per il sonno, Micheal attraversò il corridoio del dormitorio maschile.
Si sentì chiamare.
«Micheal!», e si voltò. Era Winston Garfield, un tipo alto, moro, coi capelli perennemente pieni di gel e un sorriso giocoso sempre stampato sulle labbra. Questo era evidentemente dovuto al suo successo con le donne e al suo altissimo rendimento nello studio. «Sei sveglio?», gli chiese Winston.
Micheal sorrise, pensando che quella era solo una domanda retorica. Poi Winston aggiunse: «Sabato diamo una festa: ci saranno belle donne, birra e tanto divertimento! Non dirmi che mancherai, eh! – vecchio volpone!», e nel frattempo gli dava dei leggeri pugni sul braccio.
Micheal si sforzò di rispondere:
«Sabato… oddio, ma lunedì ho l’esame di Informatica! Non voglio far tardi, altrimenti domenica non potrò mettermi a studiare…»
«Oh, su! Ma come sei secchione! Lo potrai dare all’appello successivo, questo dannato esame! E poi, che t’importa del voto? L’importante è andare avanti e divertirsi!»
Già – pensò Micheal – così con questa filosofia papà e mamma mi laureeranno subito perdente a vita.
Per non deludere Winston rispose:
«Vedrò… vedrò di non mancare. Magari studierò più tardi, se mi riprenderò dal sonno.»
«Così mi piaci, vecchio mio!», e Winston gli diede un altro pugno sulla spalla. Fece per andarsene, quand’ecco che si girò di colpo e gli disse: «Ah, Micheal! Dimenticavo… è arrivata questa per te…» e gli lanciò una busta gialla, di formato A4. Micheal riuscì ad afferrarla al volo ma non fece in tempo a chiedergli né cosa fosse né chi gliel’avesse mandata: Winston era già sparito oltre il corridoio.
Così Micheal andò a lezione. Con sé aveva i libri e la busta, nascosta fra le pagine di uno di essi.
L’aula era ancora semi-deserta. In effetti alle nove del mattino non si poteva di certo pretendere che dopo quelle serate all’insegna del divertimento gli studenti fossero puntuali. Ma poco alla volta i posti cominciavano a riempirsi.
Micheal aveva solo una gran voglia di dormire. Appoggiò la testa sulle braccia, chinato sul banco; chiuse gli occhi, ma il brusio gli entrava nelle orecchie. La testa gli scoppiava.
«Ciao, Micheal.»
Quella voce. Quella voce era inconfondibile. Pensò di essersi addormentato. Ma poi, quando di scatto alzò la testa, si accorse che invece era ancora desto, e che la voce era quella di Christine Walcott, la bionda che da più di un anno lo faceva impazzire.
Riuscì a rispondere con un altro “Ciao”, non troppo convinto.
«Hai sonno?» gli chiese Christine. Micheal annuì, ma dentro sé pensò: “Non si vede che vorrei essere ancora sotto le coperte e che ci trascorrerei il resto della giornata?”.
Christine era davvero stupenda: aveva i capelli lunghi e lisci che le cadevano sulle spalle; un vestito blu con delle palline bianche (semplice, seppur forse antiquato, per quei tempi) e stringeva al petto un paio di libri dalla copertina nera. Le sue scarpette erano bianche e i laccetti erano stati stretti il più possibile, perché capitava non di rado che si slacciassero e che Christine rischiasse di capitombolare per terra e di farsi male. Il rossetto era piuttosto vistoso, tanto che Micheal non mancò di notarlo.
«Allora…» riprese Christine, dopo qualche attimo di imbarazzo, «ci sarai sabato sera, alla festa studentesca? Molti mi hanno detto che sarà uno spasso e che sarebbe un dispiacere mancare.»
«Ecco… lunedì ho l’esame di Informatica. Non so se riuscirò a venire. Intendo mettermi a studiare domenica, sempre che non abbia sonno!»
«Sì, sì, è vero», rise Christine. «Altrimenti sarebbe meglio non studiare proprio. Dici che il professore verrà, oggi? Di solito non tarda mai così tanto.»
Micheal guardò il suo orologio da polso: in effetti erano già le nove e venti. La lezione incominciava alle nove e solitamente il professore arrivava addirittura con qualche minuto di anticipo – così avrebbe potuto leggere il giornale in pace, prima di incominciare la lezione.
«Già», rispose Micheal. «Non saprei… forse ha avuto un imprevisto e sta facendo tardi…»
Ma non ebbe nemmeno il tempo di finire di pronunciare queste parole, che il professore era già lì.
Il professor White aveva sicuramente più di sessant’anni. Prossimo al pensionamento – molti si chiedevano come mai gli studenti non avessero firmato una petizione per mandarlo in pensione – era temuto dagli studenti per la sua eccessiva pignoleria: bocciava a raffica. Addirittura, una volta, a un esame, aveva bocciato alcuni laureandi, che non erano riusciti a laurearsi per colpa sua, perché il suo esame era l’ultimo. Inconfondibile era la cicatrice che aveva sulla fronte. Alcuni studenti dicevano che fosse un discendente della creatura di Frankenstein. Nonostante l’età, poi, era un fumatore incallito. Micheal, una volta, era andato a ricevimento e non l’aveva trovato. Dopo almeno mezz’ora, White era arrivato, con la sigaretta spenta tra le labbra. Aveva raggiunto il suo Dipartimento e nonostante sapesse che c’era Micheal, si era acceso tranquillamente la sigaretta. A Micheal dava molto fastidio il fumo, soprattutto il fumo passivo. Per questo si era sentito un po’ in imbarazzo quando aveva dovuto parlare con il professore e trattenere al contempo il fiato per non inquinare i polmoni col fumo passivo.
Era proprio l’esame di White che avrebbe dovuto sostenere il lunedì successivo.
«Bene, miei giovani allievi», incominciò il professore. «Diamo inizio alle danze. Allora, la scorsa volta abbiamo parlato di…» e iniziò a spiegare alcune semplici istruzioni nel linguaggio Pascal.
Prima di sedersi qualche fila più avanti, Christine ebbe modo di dire a Micheal: «Ci vediamo sabato! Non mancare!», e Micheal pensò: “Sì, ma tanto non mi degnerà di un minimo di attenzione! Sarò solo un amico!”
Durante la lezione, mentre il professor White spiegava, Micheal lanciava qualche occhiatina a Christine e fantasticava su di lei. Non gli era mai capitato di fare sogni erotici espliciti in cui lui e Christine stavano insieme, ma a volte aveva avuto delle visioni e si era convinto che quelle epifanie rappresentassero Christine. Non c’era nessun altra ragazza, nella sua vita. Aveva pensato più volte di arrendersi e di dimenticarla: restare amici sarebbe stata la soluzione migliore. Ma allo stesso tempo si diceva che non aveva niente da invidiare a tipi come Adam o Winston. Potevano anche rappresentare il modello di virilità per tutte le ragazze dell’università, ma era anche vero che Micheal non si riteneva uno stupido e che credeva nelle sue capacità. Era un dato di fatto che nonostante Ingegneria non facesse per lui, i suoi voti non erano poi così bassi.
Fortunatamente, ogni tanto il professor White intercalava qualche battuta o qualche digressione. Una volta, ad esempio, aveva avvertito gli studenti che si sarebbe arrabbiato molto se, qualora fossero stati bocciati all’esame, gli avessero chiesto (l’esame era scritto): “Come avrei dovuto fare?”, oppure se gli avessero detto: “Dobbiamo venire apposta per una lezione”. Così, di quelle “citazioni”, Micheal aveva modo di ridere con i suoi compagni di corso, Christine compresa: “E allora ci sveglieremo apposta per lui”, oppure: “Dovrai rinunciare al divertimento apposta per studiare” e simili. Superlativa era stata la gaffe del professor White, allorché aveva detto “Bill Gate”, anziché “Bill Gates”.
Terminata la lezione di Informatica, Micheal tornò nella sua stanza. La lezione successiva sarebbe stata alle dodici: aveva abbastanza tempo per riposare un po’ e per prendersi un caffè.
In camera, trovò Adam, nudo: si era appena fatto la doccia.
«Era ora!» gli disse Adam. «Temevo che ti fossi addormentato durante la lezione!»
«Ti sembra giusto che io debba svegliarmi presto per seguire mentre tu pensi solo a far baldoria? Voglio proprio vedere se saresti in grado di connettere alle nove del mattino dopo esserti ritirato alle due di notte!»
«Questa è la vita universitaria, vecchio mio», gli rispose Adam.
Micheal lo considerava un tipo abbastanza superficiale. Non era inaffidabile, e nemmeno cattivo, ma certe questioni non riusciva a comprenderle. Se la spassava infischiandosene di gravare sui genitori – famiglia benestante, la sua. Era destinato ad andare almeno tre anni fuori corso, di quel passo. Ma in fondo, era un amico, e Micheal sapeva di potergli confidare almeno i suoi patemi d’amore.
«L’hai vista, allora?» gli chiese Adam.
«Chi? Christine?»
«Ma certo! E chi sennò? Senti… secondo me dovresti venire alla festa di sabato. Christine ci sarà, non è vero?»
«Sì, è stata lei stessa a invitarmi, in un certo senso.»
«E allora? Che aspetti? Che qualcun altro si faccia avanti? Christine è molto vulnerabile, in questo momento. Da poco ha lasciato il suo fidanzato storico, Blake Moore. Stavano insieme da quasi quattro anni e di punto in bianco lei si è stancata di lui! Dovresti approfittarne, eh! Ma… che cos’hai lì?» e indicò la busta gialla, che ancora doveva essere aperta.
Micheal si ricordò.
«Oh, niente», rispose distrattamente. «Forse sono solo i miei che mi dicono di sbrigarmi a laurearmi altrimenti non pagheranno più le tasse.»
«Rompiscatole i tuoi, eh? Va bene, amico, io adesso mi vesto e vado fuori per incontrare una mia amica. Anzi, a dire il vero sono già abbastanza in ritardo. Tu non studiare troppo, mi raccomando!»
«Certo, certo…» lo assecondò Micheal.
Attese che Adam si fosse vestito e se ne fosse andato. Aprì la porta della sua camera, per assicurarsi che nessuno lo stesse spianto (era una verifica inutile, ma le precauzioni non erano mai troppe, in un dormitorio), poi rientrò, la richiuse a chiave e si sedette sul letto. Allora il suo sguardo si posò dritto sulla busta gialla. La prese tra le mani e iniziò a ipotizzare chi mai potesse avergliela mandata.
“Mamma e papà”, pensò. “Uhm… no, no… perché mai non avrebbero dovuto mettere l’indirizzo? Tra l’altro li ho sentiti l’altro giorno e non hanno accennato per niente a questa busta. Eppure il mio nome c’è. Il destinatario sono io, è certo.”
Infatti sul retro della busta c’era il suo nome: Micheal Miller, Facoltà di Ingegneria, Università della California – Los Angeles.
“Sono proprio io. Non penso ci siano altri Micheal Miller, in questa università. Ma perché mai non mi è stata consegnata personalmente dall’addetto alla posta? Perché ce l’aveva Winston?”
Queste erano domande a cui non avrebbe saputo dare una risposta. Ci avrebbe pensato in un secondo momento. Intanto, moriva dalla voglia di conoscere il contenuto di quella busta.
Così l’aprì. Dentro trovò un plico di fogli. Dovevano essere almeno un centinaio. Il formato, così come quello della busta, era A4.
Sembrava un dossier.
Nome: Shane McCaulin
Età: 22 anni
Segni particolari: occhi e capelli neri
Mutamenti: biondo, occhi azzurri.
Scomparso il: (e qui c’era una data)
Seguiva un altro nome.
Nome: Miranda Baker
Età: 19 anni
Segni particolari: astemia.
Mutamenti: trovata ubriaca i giorni (altre date).
Scomparsa il: (data della scomparsa di Miranda).
In tutto quel plico di fogli, c’erano almeno duecento nomi di studenti misteriosamente scomparsi. Era tutto molto dettagliato, con tanto di foto-tessera per ognuno di essi. Micheal non li conosceva. Non ricordava di averli mai visti. O forse sì, magari li aveva visti di sfuggita ma non ricordava i loro volti. Ad ogni modo, tutto ciò gli sembrava molto strano. Prima di tutto, gli sembrava insolito che davvero quelle persone fossero “scomparse”. Si chiedeva infatti come possa una persona scomparire. Scomparire vuol dire morire, al massimo. Ma in quel caso si intendeva forse che quei ragazzi non erano più stati visti né dai compagni né dai parenti per un certo numero di giorni e che il loro cadavere non era stato ritrovato.
Il secondo inquietante quesito riguardava lui stesso: perché un dossier su quegli studenti scomparsi era finito proprio a lui? Che cosa ne avrebbe dovuto fare? Consegnarlo forse alla polizia? Oppure mettersi alla ricerca di quegli studenti?
“Forse è solo uno scherzo”, si disse. “Uno scherzo di cattivo gusto. Qualcuno avrà avuto voglia di spaventarmi, così ha scritto questi fogli e me li ha mandati tramite Winston.”
Rimaneva la domanda forse più importante: perché era stato Winston a consegnargli quella busta? Da chi l’aveva avuta?
Cercando di placare la sua fantasia, Micheal prese il plico di fogli e ordinatamente lo ripose nella busta. La richiuse – eppure non era più possibile sigillarla – e la buttò nel cestino, convincendo se stesso che non era niente di importante e che certamente si trattava solo di uno scherzo.
Prese dei libri e cercò di mettersi a studiare. Ma ogni due minuti sbadigliava. Allora, arresosi al sonno, si distese sul letto e nel giro di un paio di minuti si addormentò profondamente.
[continua...]
Palestrione
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-Supervisione Paolo Rafficoni
-Editing: Manuela Verbasi, Emy Coratti
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Il canto di Andromaca di Piero Marengo
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Scrosci e applausi che s’avvampavano come un astro che esplode nell’universo.
Il palcoscenico si stava animando al suon della mia musica, il mio piano materializzava onde sonore che in volute rapidissime verso l’alto in picchiata investivano gli astanti, mentre la cantante aveva lanciato i suoi virtuosismi da delicatamente far vibrare il cristallo dei bicchieri colmi di Ferrari.
In quell’istante nulla più aveva più ragione di esistere se non raggiungere con il mio pensiero il segreto della sua composizione.
Volutamente avevo lasciato quel frammento alla conclusione di tutta l’opera, volutamente dico nonostante il blocco che ebbi durante un periodo triste della mia vita.
Non contemplo nulla se non quelle immagini di alcuni anni addietro, quando seduto davanti al mio piano, disposto nel patio all’aperto fra il fragore della bassa marea e i versi dei gabbiani che rincorrevano i pescherecci in transito.
Fogli di carta straccia che svolazzavano in aria nervosamente, le mie mani battevano pesantemente sui tasti senza che frasi musicali di senso compiuto riuscissero a macchiare seppur con geroglifici strambi, le righe dei pentagrammi.
Come Puccini con la Turandot, prima che il Nessun dorma entrasse nell’anima.
Un do 5 e ci metto anche la diminuita eccedente, un la minore e ci aggiungo anche la sesta e i primi due gradi li abbiamo compiuti. Adesso il quarto, un fa minore settimo...
<<Gran Dio. Che faccio jazz, adesso?>> mi rimbrottava adesso.
Ripresi i primi due gradi, e rimasi con la pressione delle dieci dita, pigio il pedale del sustain e chiusi gli occhi per sentirne l’effetto prolungato. Quel suono che tendeva allo smorzamento ma che rimaneva ancora in onda: lasciai il pedale, ancora il capo levato verso l’alto, il cielo sempre più azzurro che si fondeva con la musica mentre io faticavo ad essere partecipe di quel prodigio.
Fu un attimo: non ebbi requie per i successivi dieci minuti. Le mie mani percuotevano le corde, sembrava che il piano provasse un forte tremore a tutto quello che stava per compiersi.
Mi fermai, avevo il il battito accelerato, i capelli in avanti che mi ciondolavano coprendomi la visuale.
<<Il finale, il finale...>>
Come Puccini ancora. Ma il peggio doveva ancora venire! E il peggio era la lirica, un faro sconosciuto e ignoto, avevo licenziato i librettisti, mi reputavo un poeta anche, ma adesso?
Scioglimi gli ardenti desideri
o alma mia
affinché la lama di Achille trova riposo
fra le profondità del mio amore
che si solleva in una nube di sospiri
Posso ambire alla tua deità
o alma mia
verso emisferi che mi portano a te
seppur lontano
vivimi attraverso il canto mio
di cui musici non potranno descrivere
siffatte note in bellezza e nobiltà.
Mi girai e mi voltai come destatomi da un sogno notturno: da dove proveniva quella voce melodiosa? sembrava dall’alto. No, veniva dal basso, dalla spiaggia, fra la bassa marea che baciava la sabbia dorata, avevo scorto delle orme che avevano misurato in lungo la riva.
Non riuscii a contenere il fuoco che divampava in me: un folle ero, come roso da una febbre improvvisa incominciai a musicare senza un attimo di sosta, con lo sguardo diretto verso la spiaggia, verso la marea, verso la schiuma che accarezzava ogni parola che mi giungeva.
Solo adesso riesco a contemplarne lo splendore, sul palcoscenico, fra migliaia di sguardi concupiscenti, un raggio di sole irradia quella sala da lontana, all’ultimo posto, Andromaca eleva il suo canto d’amore al musico che l’ha sovranamente amata!
di Piero Marengo
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-Racconto di Piero Marengo
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novemarzoduemilanove
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La sposa che ardeva di Piero Marengo
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Sembra che tutto fosse accaduto ieri, quella mattina di tanti anni fa, una mattina qualunque della mia esistenza grigia, quella mattinà che sancì ineluttabilmente l’incontro che ha mutato la mia vita in ogni senso possibile, dai miei pudori svelati ai nuovi colori che gli occhi miei ebbero contemplato, dal sapore delle giornate che perduravano fino al giorno dopo alla gloria maestosa dell’aurora che dava un segno diverso ad ogni nuovo giorno.
Tutto a me, Deva, figlia di quell’India che onora il maschio quando disonora una femmina, di un marito che rinnega la dote di una fanciulla di appena quindici anni per mandarla nell’oblio perenne.
E per cosa? Solo perché generavo figlie sventurate come me.
Attendevo con ansia il verdetto quella mattina, mio padre il primo, il fratello di lui e mio marito, quando con forza inaudita mi portarono al centro della piazza della mia città, Calcutta. Io fanciulla dal destino infelice, al centro di sguardi sprezzanti, schiamazzi e risate, perché non ero una moglie convenevole al volere di mio marito. Mi sentii invasa da alcuni spruzzi di acqua purulenta che realizzai repentina fosse benzina. D’un tratto mi sentii avvampare, una fiamma mi stava lacerando la veste fino a raggiunger le carni. Subito un forte tanfo di carne bruciata s’alzò, non riuscivo ad urlare, non avevo la forza di respirare perché il calore mi stava soffocando. Udii delle urla gutturali, mentre perdo le forze stramazzando a peso morto: non riuscii a toccare terra, perché mi sentii avvolta da un qualcosa che non ravvisai, vidi completamente nero davanti a me e mi sentii adagiare per terra. Mi parve fosse scesa la notte, perché il buio nel quale m’era parso di vivere, era persistente.
<<Sono morta!>> pensai, mentre intorno a me l’alterco aveva assunto toni altissimi. Non contai il tempo del mio buio, ma finalmente la luce apparve, tutto girava intorno a me fuorchè un immagine, la sola immagine nitida. Era un uomo bianco, dell’età di mio marito, che aveva uno sguardo diverso dagli altri asiatici, una intensità che mi colpì nonostante le mie ferite, un qualcosa che, tempo dopo, imparai a conoscerla: la dolcezza! Mi accarezzò teneramente, mi sembrò che in quel contatto, le sue mani si sciogliessero, lasciando tracce di un unguento miracoloso che leniva le mie ferite. Mi trasportarono in un ospedale, passato dalla bidonville alla zona più elegante e lussuosa di Calcutta. Lui era vicino a me che continuava a fissarmi con quel modo strano e inusuale, continuava a carezzarmi, ad allisciarmi i miei capelli intatti come la pelle del mio viso. Il tempo che per me fu interminabile, in realtà fu di qualche minuto che non bastò a farmi danni permanenti. Ebbi le cure necessarie, ma ciò che accelerò la mia guarigione, fu la vicinanza di quell’uomo bello, per me era bello perché bella fu la sua accortezza verso una derelitta come lo ero io. Vidi mio marito due volte, all’ospedale, ma non per trovare me. Discuteva con lui e un altro europeo, vidi una busta consegnata fra le sue mani e poi sparì per sempre.
<<Il mio nome è Crio!>> mi disse con una voce calda e deliziosa. Un suono che non avevo mai udito in vita mia, mi sembrava fosse uscito da un sogno. Mi dimisero dopo alcune settimane, senza che Crio si fosse spostato un solo istante dal mio capezzale. Mi faceva strada non distogliemdo il suo sguardo verso di me. Fuori vi sostava un’auto che ci stava aspettando. Sul sedile anteriore vi era seduto l’altro europeo che accennò ad un saluto con il capo. La macchina raggiunse l’aeroporto, c’imbarcammo e per tutto il tempo del viaggio che durò diverse ore, aspirai fortemente l’aria di libertà, fuori da quella galera che m’aveva violato la vita e la mia adolescenza. Quando facemmo scalo, Crio mi si avvicinò e con un gesto delicatissimo mi tolse lo chador affinchè i raggi del sole mi toccassero le guance i capelli. Mi accompagnò all’europeo, mi baciò la mano, fece un cenno con il capo all’altro e s’allontanò da me. Sei mesi trascorsero, cominciai a comprendere la lingua e a conoscere ciò che accadde in India: l’ingegnere Luca Fabrizi era per affari, a Calcutta, per esportare il prodotto di fabbrica, allorquando ilsuo segretario, una mattina qualsiasi, fu spettatore di quella violenza accorrendo a mio favore.
Non lo vidi più fintantochè una sera, presi l’abitudine di affacciarmi alla finestra della mia camera, quando un nibbio si posò sul parapetto di marmo: era carino e subito m’accorsi che aveva accartocciato qualcosa al collo. Era un foglio e vi era scritto:
Se i cieli fossero finiti, non riuscirebbero a contenere l’alma mia che freme per te…
Io, studiando la Dickinson già da giorni, ero rimasta affascinata dalla sua poetica. Risposi:
… ma proprio nella loro infinità, che tutto si compie in una carezza…
Attesi la sera successiva ed ecco che il nibbio ritornò. Lessi il messaggio:
… o in un bacio che sfiora lo spiegabile per abbracciare l’eterno di noi due insieme…
Io, febbricitante, risposi:
… e poter intrecciare lo sguardo e la bocca, gli occhi e le labbra, le mani e le ali per volare…
Non li ho mai contate quei messaggi: da quel giorno in poi, due amanti silenziosi non ebbero mai il coraggio di esprimerselo a voce, mentre in tutti questi anni, il mio matrimonio, i miei figli, le mie gioie e i miei dolori si consumavano rapidamente in visioni ad occhi aperti e pensieri incessanti.
In silenzio ancora giunse il mio verdetto, che ancora adesso sul letto del dolore, la mia verità tace raccolta nei meandri del mio cuore consunto.
<<Avverti Crio!>> dissi un pomeriggio a mia figlia. Lui mi raggiunse in ospedale, aveva atteso tutto il giorno che mi riprendessi dopo la chemio, anche quella volta aprii gli occhi dal mio buio e vidi il suo sguardo diverso puntato verso di me. Come vent’anni prima, quando la piccola Deva era la sposa che ardeva di un fuoco che si spense subito, adesso la Deva adulta è ancora quella sposa, che arde ma di un fuoco instinguibile. Fu così che gli dissi, e lui:
<<Io non sono più quell’uomo che t’ha lanciato la coperta per spegnere il fuoco…>>
Mi sentii morire per la prima volta. Lui prese la mia mano avvicinandosi alla mia bocca tremolante:
<<… sono colui che ti farà ardere per sempre, stavolta. Del mio amore che incontrò il tuo, per divampare da ora e sempre.>>
Dal 1961, in India, è stato vietato dalla legge questo tipo di pratiche, anche se ancora oggi, nel 2009, migliaia di donne come me rimangono gravemente ustionate (le più fortunate!) mentre sia la forza pubblica che la magistratura volgono lo sguardo verso un’altra riva, padroni di quel grande e inscandagliabile fiume che qualche anima umana la chiama indifferenza!
di Piero Marengo
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Le foglie di Dio
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Dio fa le pulizie sulla terra. Non importa in quale dio tu, voi, io, credi, credete, credo, il concetto è che, visto il vento che spazza dai rami le innumerevoli foglie, non può essere altro che dio che si è dato alle pulizie invernali. Oggi pomeriggio è quasi inverno. Il tempo non è bello, eppure non fa freddo. Sono solo le foglie. Cadono, spinte giù dalle mani divine che così facendo creano un debole venticello incapace di spazzar via le nuvole grigie che scolorano il cielo. Un po' di pioggia per sciacquare il tutto e voilà che si ritorna tutti belli e puliti. Si insomma. Foglie umide e bagnate dalla precedente lavata giacciono già li, aspettano che quelle ancora trattenute dai rami le raggiungano. Aspettano... Sotto il cavalcavia, quattro ragazzini armati di bombolette spray riverniciano i muri già colorati e disegnati e mentre passo vicino a loro al ritorno dalla passeggiata con Jam, mi gettano un’occhiata mista di significati. Non è la prima volta che li vedo: l'altro giorno nello stesso punto, mentre uno di loro amoreggiava con la propria ragazza appesa al collo, un altro arrossiva un pezzo di pilastro. Una forma indefinibile tutta rossa, una macchia purpurea. Continuavo a camminare serena, i capelli mi coprono il viso, gioco con le foglie rosse strappate dagli alberi. Volevo un ricordo di quest'inverno, un inverno appena iniziato, e cosi... Un ramoscello a cinque foglie i cui colori spaziavano dal verde chiaro al rosso, invernale per eccellenza. E più la guardo e più penso che quelle foglie sono metafore e dimostrazione di ciò che noi, umani, siamo: multicolori, imperfetti, ma sostanzialmente simili. Simili eppure tutti diversi, per una nervatura, per una sfumatura... Noi che cerchiamo sempre la perfezione, che la rincorriamo, non ci accorgiamo di quanto le imperfezioni siano piene di grazia, eleganza e bellezza. Cammino ancora, un po’ veloce ma sorridendo. Il sorriso di chi è felice, di chi pensa che oggi l'unica sua preoccupazione sia stare sotto la pioggia senza ombrello. Perché è cosi: l'unica mia preoccupazione è camminare verso casa sotto la pioggia senza ombrello. Non che non potessi averlo, anzi, il signore anziano che abita una casetta con tanto di orto vicino la stradina mi ha anche proposto di darmi un ombrello, ma ho cortesemente risposto che grazie ma abitiamo a due passi. Non che non mi fidassi, ma proprio non volevo. Voglio assaporare il gusto della pioggia, sentirne ogni goccia sul mio viso: il mio viso offerto come cimitero alle lacrime degli angeli, o all'acqua sporca buttata via da dio, come si voglia...
Rita Foldi
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-Racconto di Rita Foldi [fallenfairy]
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La panchina di Franco Pucci
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Era lì da tempo immemorabile, consunta, ridipinta varie volte con il legno che marciva inesorabilmente: il tempo non era stato certamente clemente con lei. Pur tuttavia era colma di saggezza, di ricordi che puntualmente tornavano alla mente ogni qualvolta un essere umano posava le sue terga su di lei. Un tempo era verde, di quel bel verde brillante che metteva allegria al solo vederlo. Giovane e forte, accoglieva teneramente trepidi innamorati o placidi vecchi. La sua casa era il parco di una vecchia e austera cittadina del nord dell’Inghilterra, pioppi e ontani rinfrescavano con la loro presenza le rare giornate di sole che interrompevano saltuariamente il grigio plumbeo caratteristico di quelle lande.Non aveva un nome, anche se era stata battezzata più volte da giovinastri in vena di divertimento che avevano inciso su di lei messaggi amorosi, improperi, volgarità. Eppure era felice, di quella felicità serena che solo l’età e l’aver raggiunto la pace con se stessi permetta di avere. La curiosità e l’immutato amore verso la vita che ogni volta le si rappresentava diversa e piena di novità e incongruenze avevano fortificato la sua fibra al punto tale che l’avresti paragonata sicuramente a un vecchio contadino dai lineamenti scolpiti dal tempo e dalla durezza della vita. Questi pensieri si rincorrevano nella mia mente mentre la guardavo e mi accingevo con una sorta di timore reverenziale a sedermi su di lei. E’ tutto molto sciocco, -pensai-, la conosco molto bene, ci incontriamo ogni giorno, è solo la solita panchina che, a dir la verità, sta diventando vieppiù scomoda. Ma una sorta di ansia mi attanagliava e con il fiato sospeso iniziai a leggere il quotidiano mentre i nervi erano tesi come in spasmodica attesa di un non ben identificato, ma ineluttabile evento. Finii il quotidiano, mi stiracchiai pigramente le membra e feci per alzarmi, deciso a cancellare quel senso di disagio che ancora sentivo dentro di me con una salutare passeggiata. Non riuscii ad alzarmi. Una forza misteriosa mi teneva incollato su quella panchina. Dopo un primo, comprensibile attimo di smarrimento cercai lucidamente di dare una spiegazione razionale alla situazione che, se guardata con disincanto, poteva senz’altro apparire ridicola. Fu a questo punto che sentii una voce suadente, carezzevole, provenire dalla panchina: “il tuo tempo è scaduto, sei molto stanco…..riposa”. Se passate per il parco di quella cittadina del nord d’Inghilterra, cercate pure quella panchina ma, per amor di Dio, non sedetevi!
Franco Pucci
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seimarzoduemilanove
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A Fra Beppe Prioli (Fra Mitra) di saonab
Al funerale di Gianluca, mio carissimo amico,
ha partecipato anche Fra Beppe Prioli, detto
il frate degli ergastolani.
Conosceva bene Gianluca dato che per anni
gli stette vicino durante la sua detenzione
che gli venne sanzionata per traffico di stupefacenti.
Il mio amatissimo amico aveva pagato i suoi
debiti con la giustizia e si era rifatto una vita.
Abbiamo passato due anni insieme ventiquattr'ore
su ventiquattro, due anni in cui reciprocamente
abbiamo avuto modo di conoscerci, due anni
in cui ho potuto vedere un muso duro e rabbioso,
abbassare gradualmente la guardia
per lasciar finalmente posto
a quel devastante dolore che
in un remoto giorno della sua infanzia
gli venne incontro e gli portò via
l'unica divinità che esiste tra gli umani, la mamma.
Certo il suo dolore il "vecchio muso duro"
non lo dimostrava con le lacrime,
lui ringhiava e abbaiava ma io e Mauro e
altri ancora, avevamo capito "il male della bestia", e ai suoi
ringhi rispondavamo con dolci carezze.
Il tempo passava e Luca gradualmente
ricominciava a vivere a sorridere, e poi
successivamente a lavorare, a sognare
e a tradurre i suoi sogni in realtà.
Veder sorridere un "pittbull" è la cosa più
bella che potesse capitarmi e ultimamente
mi capitava spesso.
E allora quando al suo funerale Fra Beppe
leggendo quella straordinaria lettera
che ha scritto a Gianluca improvvisamente
si è fermato per domandarsi e domandare
con tono sconfitto e rabbioso "dimmi o Signore,
dimmi, perchè, perchè io non ne trovo la risposta,
dimmi il perchè di tutto questo" un moto di sussulto
ha scosso la mia anima, facendo riecheggiare
quel perchè nelle profondità del mio Io.
Il Perchè lo compresi mezzora dopo, al cimitero,
nell'incrociare in quella galleria piena di lapidi
Fra Beppe in perfetta Solitudine, quasi in
uno stato di trance che accortosi della mia presenza
mi si è rivolto con uno sguardo ultraterreno
per dirmi delle parole con un tono che sarà mio
per sempre. Mi disse: (premetto che manco mi conosceva)
"Non ti sembra incredibile tutto questo,
guardati intorno, La Morte, la cosa più naturale
che esista, la cosa che più temiamo".
Rimasi pietrificato di fronte a queste parole,
felice ed estatico di aver condiviso con un
uomo così straordinario un istante di Assoluta
Perfezione che mai più nessuno mi toglierà.
Il senso della morte di Gianluca, Fra Beppe
sei Tu.
Dalla testimonianza di un ex ergastolano riportata
in uno dei libri scritti da Fra Beppe Prioli
A NOME DELLE BAMBINE DI TUTTO IL MONDO, TI PERDONO...
Era in ergastolo perché aveva ucciso
una bambina di 9 anni, dopo averla violentata.
Tutti lo evitavano, perché il suo era stato
un tipo di delitto che anche i più duri tra noi
condannavano, inorriditi.
Erano già 18 anni che si trovava in prigione:
le cose più brutte le davano a lui;
i lavori più umilianti erano i suoi.
A Natale le bambine della scuola del paese
avevano scritto delle letterine a tutti noi.
Lui non aveva mai ricevuto posta da nessuno
e quando si vide tra le mani una lettera
con il suo nome si commosse:
si nascose per leggerla meglio, per conto suo.
C’era scritto: “ Io non so chi sei.
Io sono una bambina di 9 anni:
qualunque cosa tu abbia fatto, a nome delle bambine
di tutto il mondo ti perdono!
Cadde in ginocchio, in lacrime:
le prime dopo 18 anni.
Un ex ergastolano
presente all’avvenimento
saonab
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Non usate quei versi di Manuela Verbasi
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E' una notte silente, il cielo trapuntato di stelle, due o trecento gabbiani bianchi virano e si fanno ombra plumbea di tenue luna, riflesso ambrato ne'gl'occhi verdi, chiari, degl' innamorati osannati, umiliati, traditi, sfigati e lasciati, di dolcezza melensa imbrigliati. Un volo in deltaplano, con la mutanda in mano, un sogno virtual metropolitano del blogger splinderiano.
Stille aulenti a sprazzi, rincorrono tra i lazzi immaginari cazzi, collane di parole ardite, libidinose sentite, rugiada stagionata, cagliata, piccanti introspettive, profonde e vive, d'angeliche megere molto umane, brutte come la fame.
Ogni tanto il carciofone lo pigliano le bone.
Un poeta immalinconito disegna sulla tavolozza dei sogni, arcobaleni di tramonti tra riflessi aranciati sul mare spumoso ed infinito, picchietta col dito l'infradito, apostrofa l'accento ed è contento. Un poeta rimante, claudicante ex cantante, con ulcera perforante, tremante e saccente, s'inchioda d'in su la testa mai rasta, ciò che resta d'un sogno di cartapesta: un turbante volante e rotante, fa niente, ma è evidente ch'è deficiente.
Romantica retorica si flagella e piange sua sorella, lacrima di luna, che costa una fortuna. batte le ciglia, è un battito d'ali sui canali, scioglie i nastri e i nodi, singhiozza sale e miele e tanta cioccolata con il fiele, sospira ad ogni zuccherosa pausa, tra i capelli d'un bel rosso menopausa.
Bimbi felici ricamano sorrisi calpestando verdi prati, contano i battiti del cuore, un cuoricino di bambino piccolino, finestra spalancata sul domani... ma restano villani. Nessuna malinconia, le foglie gialle, l'autunno, l'inverno dentro... scappati via!
Sogno e son Desto soffiano sulle labbra in pioggia di parole, un "ti amo" a gocce, tenendosi le mani e poi le bocce, in viaggio ad occhi chiusi, un po' delusi, provano a cantare le ultime canzoni scanzonate quasi sciocche filastrocche barocche, divise in quartine e sestine a ciocche. Poesia improvvisata scrive ogni giorno una grande cazzata, non ci colpisce, alla lunga sfinisce, non va in pensione l'ispirazione, o è alienazione? Alla larga, alla stretta, Poeta in bicicletta, ohilì, ohilà, che cacchio ho scritto qua? Lo dico con cordoglio, è un grande imbroglio.
Bella la chiusa, splendida partenza, ne avremmo fatto senza... tremo, è bella davvero... mò scendi dal pero, un po' dark, di sangue schizzata ma resta na strunzata, spilli nel cuore non fanno rumore, fantasmi del passato, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, un gatto nero nero, è un noir da cimitero... ho un brivido davvero, superstiziosa, guai ma sai... non si sa mai. Non ci ho capito niente ma non lo dico perché son fico... e poi il poeta s'offende e smonta le tende. Quello presuntuoso e un po' pedante, pensa d'esser più di Dante, ma di Dante ce n'è uno, tutti gli altri son nessuno.
Il più megalomane è petomane e tuona e si consola di un temporale viola. Molto piaciuta la grappa alla ruta. Sotto la pelle, in punta e tacco di stelle, vibrano unghiate sorelle, fra risate a crepapelle. in un festino del maestro, m'inchino... giravolte di frittelle e rifritte patate, già andate. Bellissima, colorata, infinita la partita della vita, sfiniti i polsi, la ceralacca, la politica, la cacca, strizza i capezzoli e via dalle pieghe e dai rivoli dell'ipocrisia.
Poesia introspettiva un po' cattiva, cerca musa a muso duro. Già letto, d'errori ne ha un cassetto tra lemmi frizzi, e scazzi a mazzi, nei testi musicali di musica leggera, definisce licenza poetica l'ignoranza vera. Nello scendere dolce amaro d'ogni sera, al tramonto, ogni rondine fa primavera ma è una chimera e un flirt con la badessa val più di una messa. Copiato sulla tela ha pennellato, un pensiero abusato, poi sviene ad ondate, fra le sue catene di parole riciclate.
Poeta minchione ma grande grande assai, le doppie non azzecca mai, se scrive come Ariosto, ti chiedi costernato se sia miracolato, pavone cazzuto in posa come il Rocco, pur rimanendo gnocco.
Se non si capisce, almeno stupisce. Se oggi ha postato, ha già dato, Non ha tempo è tornato. Ripartito sfinito. Bigotto col botto. Originale non scrive crinale. Orrendo è tremendo. Mette enormi foto chi è vuoto.
Infine, commento non ricambiato, prima piangendo s'è dato, ma non realizzato, s' è impiccato alle corde dell'anima (de li mortacci sua), trovato esalato, fra sospiri e fiati spezzati, venti di grecale o tramontana in una domenica puttana, spazzando via nuvole informi d'organza ricoperte di raso, di fragole e panna, sopra fiumi di seta e velluto o puntini sospesi nei nostri cieli neri, com'esuli pensieri nel vespero migrar.
Manuela & Giosuè Carducci
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La stanza di lacrima
Molti mi accusano di misantropia, di eccesso di zelo e perfino di aberrazione.
Tali accuse che punirò al tempo giusto sono infondate.
C’è pure chi dice che io, Asterione, sia uno schiavo!
Devo forse ricordare che non sono io il proprietario di questo stabile?
Non ricordo da quanto queste pareti torturano i sogni miei, ma di certo non le ho innalzate io queste… queste mura. C’è una cosa sola di cui sono certo, la fuori quella finestra brilla il sole e qui dentro io, il grande Asterione.
Forse il sole l’ho inventato io un giorno ma non ne ho memoria, forse io mi sono inventato ma davvero credo sia stupido inventarsi dentro uno spazio così piccolo come le mura sfatte di questa stanza, anzi di questo Motel. Già perché di Motel trattasi, di posto da poco conto dove le stanze sono identiche come in un labirinto e la gente strilla e rumoreggia e si perde… dove la frase più consueta che conto ogni giorno è “ fermiamoci qui a dormire, tanto è solo per una notte!”
Una sola notte, ecco… ora ne ho memoria, inventai il sole per dare scadenza a questa sola notte.
La gente qui perlopiù ombre e respiri, e io mi immagino che vengano tutti a farmi visita, ma in verità non passa mai nessuno. Tutti si perdono girando dentro una gabbia più grande.
Forse presto, uno di loro entrerà da quella porta sgualcita e mi salverà. Il mio Salvatore… lo profetizzò un tipo una volta battendo rumorosamente con i pugni dall’altra stanza…. E da quel giorno che avverto una speranza… anche io potrò finalmente uscire… come una volta. Tanto tempo fa lo ricordo appena, sono uscito fuori ma chi stava fuori gridava e piangeva affinché io, tornassi dentro. “È la paura! È la paura che hanno di noi!” Disse mia madre. Poi nemmeno lei tornò e io rimasi chiuso in questa stanza.
E così aspetto il mio Salvatore, che di notte quando tutti gli altri respirano forte e suonano i letti io lo sento. Sento il mio Salvatore che respira!
A volte mi annoio, e così immagino che uno come me mi venga a far visita, e la mia stanza non è più stretta, le mura crollano e aprono immensi giardini, così io faccio “Prego per di qua!” e mostro quanto è grande il mio castello, e porgo inchini e dico “ Ora entriamo nel palazzo reale!” e di colpo sono re, re di un guscio di noce, ma sempre re e racconto al mio ospite tutta la mia vita che ricordo e tutte le cose strane che ho sentito nel tempo sussurrare dai muri. E a volte ridiamo, ridiamo a lungo che se è notte tutte le stanze smettono di agitare le anime dentro. E le anime cercano di scappare, ma l’uscita non esiste… “..è la paura!!”
Le anime spariscono, è la paura diceva mia madre e anche il mio ospite lentamente svanisce e della risata si perde anche il suono.
A volte sono triste e penso che per troppo ci sono stati segreti nella mia mente.
Per troppo tempo ci sono state delle cose che avrei dovuto dire nell'oscurità .
Cammino nervosamente davanti alla porta cercando una ragione, cercando il momento, il posto, l'ora che sia comoda al mio Salvatore…. Perché Asterione vuole vivere gettarsi nel mare, osservare un’onda libera riversarsi contro e affondare la paura che ho costruito dentro queste mura…e così… così mi sogno di nuotare e mi getto a terra e il pavimento è liquido, e l’ acqua salata, acqua che si muove intorno a me… e poi so che sono le mie lacrime, le mie emozioni, l’acqua si muove e cola dal viso mentre io mi addormento, e le stanze smettono di agitare dentro le anime.
Ma sento un rumore, che fosse davvero giunto…lentamente mi sveglio, lentamente mi alzo e mi inginocchio nella notte di fronte alla porta sgualcita del mio castello…e la vedo scricchiolare e aprirsi, la polvere cadere, una lieve luce è prima cosa ad entrare…
“Prego per di qua!” E porgo inchini… che fosse il mio Salvatore… che venga a portarmi in un posto dai diversi colori. Che sogno…mi fermo qui a dormire, tanto è solo per una notte.
Che sogno questa notte.
La canna della pistola brilla nella luce del sole, una mano lustra con un panno cancellando le ultime gesta.
“Ci crederesti Arianna…” disse Teseo… “il Minotauro non s’è neppure difeso!”
Devilman767
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-Racconto di Devilman767
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Il battito del Re
C’era una volta un paese arroccato in cima ad un’altissima montagna. Tutto intorno cresceva una foresta così folta ed impenetrabile che rendeva quel posto nascosto e inaccessibile al mondo intero.
In quel paese la gente viveva abbastanza felice: dico abbastanza perché, in realtà, era alla mercé dei capricci del Re, uomo egocentrico e dispotico.
Il Re –di cui preferisco tacere il nome- aveva imposto una serie di regole e di convenzioni per ricordare in ogni momento ai suoi sudditi che lui era il capo assoluto.
Aveva stabilito, ad esempio, che l’unità di misura della lunghezza era il “passo del Re” e quella del peso era semplicemente il “peso del Re”.
A chi andava in merceria a comprare due decipassi del Re di bordura era normale sentirsi chiedere dal negoziante: “Due decipassi del Re di corsa o di passeggio?”. Questo ovviamente se il negoziante era onesto.
Dal macellaio si ordinava tre millipeso del Re di prosciutto e tanto bastava a sfamare l’intera famiglia, almeno per il pranzo. Poco importava se in quel periodo il Re era ingrassato: al massimo quel giorno si sarebbe mangiato in abbondanza.
Quello che più infastidiva gli abitanti di quel paese era, però, il sistema imposto per misurare il tempo. Non esistevano né orologi da polso, né da tavola, né da muro: solo per strada, ad ogni angolo, si potevano trovare degli orologi, strumenti sofisticatissimi collegati al battito del cuore del Re.
“Ci vediamo tra ottocento battiti del Re”: così gli amici, all’uscita dal lavoro, si davano l’appuntamento per ritrovarsi all’osteria.
“Se non smetti immediatamente di parlare starai in punizione per quattromila battiti del Re!” era la minaccia che le maestre usavano per quegli allievi particolarmente indisciplinati e vivaci.
“La pausa pranzo non può superare duemilaquattrocento battiti del Re” si leggeva sul cartello all’ingresso della prestigiosa e unica fabbrica di gnomi.
Immagino che vi starete chiedendo perché la gente era insoddisfatta. Facile da capire! Dovete sapere che il Re conduce una vita assai sregolata: era capace di addormentarsi in pieno giorno o di mettersi a correre a perdifiato all’ora di pranzo, senza farsi il minimo problema o scrupolo. In paese si sussurrava che lo facesse apposta, insomma che la sua fosse vera cattiveria e non solo sbadataggine. Gli inconvenienti che ne derivavano erano innumerevoli.
Capitava che il fornaio sbagliava i tempi di lievitazione e tutta la gente si ritrovava sotto i denti del pane immangiabile. Oppure il dentista non azzeccava i tempi per l’anestesia e, sovente, si udiva il malcapitato di turno urlare per il dolore. Per non dire dei colori incredibili con cui le donne uscivano dal parrucchiere: che colpa ne aveva il povero parrucchiere se il Re decideva di fare una pennichella proprio nel tempo di posa?
Calub era giovanissimo e come molti giovani era insofferente e convinto di subire tutti i torti di questo mondo. Perché il Re dormiva quando lui era a scuola? La lezione, già di per sé noiosa, diventava interminabile. Perché quando si incontrava con la dolce e timida Liuba il Re si faceva venire la tachicardia? Il tempo volava letteralmente e ancora non gli era riuscito di baciarla.
Calub si tormentava con quelle domande e rimuginava sull’ingiustizia causa suprema della sua infelicità. Era convinto d’avere ragione, ma non si fidava di parlarne con nessuno: la polizia del Re era efficientissima e bastava il minimo cenno di malcontento per essere rinchiuso per milioni e milioni di battiti del Re nella galera del paese.
Così fu solo per combinazione che successe la disgrazia.
Calub stava percorrendo un sentiero, appena fuori dal paese, per andare a trovare Liuba quando incontrò il Re che correva a gran velocità. Il giovane si fece da parte e si profuse in un inchino come la legge obbligava, ma non resistette alla tentazione di fargli uno sgambetto: un bel ruzzolone del Re valeva più di qualsiasi punizione, pensò nell’incoscienza e irruenza della sua giovane età. Poi confidava sul fatto che sarebbe potuto scappare e nascondersi nel bosco.
Il destino volle che il Re cadendo sbattesse la testa su un sasso e morisse all’istante.
I sofisticatissimi orologi del paese impazzirono: alcuni si fermarono, altri iniziarono a correre, altri ancora a rallentare. Nel giro di poco la gente capì che il Re era morto e fu il caos più completo. L’uomo non aveva parenti e, così, iniziarono a litigare per come misurare il tempo: prendere come intervallo di tempo quello scandito dal battito di cuore di chi?
“Il mio!”, “No! È meglio il mio”, “E no! Tocca a me!” urlavano tutti.
Dalle parole passarono ai fatti: volarono schiaffi, pugni e spintoni. Si picchiarono di santa ragione fino a quando, stremati, stabilirono che era impossibile trovare un accordo su chi scegliere. Alla fine convennero che non aveva senso rimanere in quel paese ora che era morto il Re e insieme decisero di attraversare la foresta per cercare altri posti in cui vivere.
E Calub?
Calub è rimasto in cima alla montagna con la sua Liuba, a baciarsi senza tempo.
E vivono felici e contenti.
Come in ogni favola che si rispetti.
baccarat
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-Racconto di baccarat
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Lo specchio che non sa di riflettere - Am I You? -
Apro la porta, "finalmente a casa" – penso. Come al mio solito, butto giacca, chiavi, scarpe e maglione in giro. Planano atterrando sulla sedia vicino al letto. Ma oggi... “Cos'è quello?” – mi avvicino – “chi ce l’ha messo li in mezzo?!”
Mi fermo. Perplesso. Guardo. Si sa che lo specchio attira più di quanto rifletta. Mi avvicino. Scruto la mia faccia; son 32 anni che è li e non mi sono ancora deciso a cambiarla. Sfioro la mia pelle e disegno linee di stress che si accompagnano a smorfie idiote. D’altronde, le ho sempre fatte guardandomi allo specchio.... “Ma che cazzo ho in testa? Devo decidermi a tagliare i capelli. E guarda che razza di occhi mi son venuti a furia di non dormire. Devo assolutamente darmi una regolata!”
"Hai proprio ragione.... o forse anche no?.... "
“Cosa diavolo mi sta succedendo oggi...? Sento le voci? Eppure la porta è chiusa.”
"...potrei anche girarmi indignato. Preferisci guardarti il culo o la faccia....?"
“Direi che preferisco la mia faccia, la vedo più spesso. ma tu chi sei?”
"Cos’è un gioco di ruolo?! Qui non ci sono domande! "
“Allora faccio un'affermazione. Dimmi chi sei.”
"Chiedermi chi sono è come chiederti chi sei. Con la differenza che .... "
“Con la differenza che forse devo credere a ciò che vedo invece di non credere che posso farlo.” Ma mi stavo guardando allo specchio un secondo fa.
"e continui a farlo.... "
“Ne dubito. Ho smesso di crederlo tempo fa ormai.”
"vedi la differenza tra te e te è che io sono ciò che vuoi essere, quello che vuoi che il tuo io -io- sia”
“Ma se è cosi come posso sapere chi sono in realtà. Se esiste ciò che voglio essere come posso distinguerlo? Avevamo detto niente domande.”
"Infatti”
"Ma le domande sono come la pioggia. Evaporano al suono di una risposta. Ti dico allora che non posso sapere cosa voglio essere in quanto sarebbe creare un riflesso in uno specchio." "Porc... ma quello specchio si muove?"
“Bravo impari subito le regole. Mi metto comodo. Fallo pure tu. Per quanto riguarda la tua affermazione .. Il riflesso che pensi di creare sarebbe comunque un ideale che tu stesso immagini. Il riflesso è ciò che vedi, ciò che c è! Devi imparare anche questo adesso.”
“No, non è possibile."
Un attimo era lì e ora si trova sotto quella finestra. E se esiste solo se io lo guardo? Ma no neanche questa può essere una teoria plausibile.
“Ascolta.”
“Che megalomane... Io sono qui, a priori. Ti ascolto. Dannazione, l’anello…È caduto.. oh menomale eccolo. Sì sì ti ascolto...è che ci tengo..”
“Ascolta. Ma quando sei riuscito ad entrare? Adesso rispondi senno finisco per impazzire. Devo smetterla di lavorare cosi.”
“Entrare dove ? Chi ha mai detto che son stato anche altrove ? ragazzo mio, hai immaginazione .”
“È la sola cosa alla quale credo. senza immaginazione non esiste neanche la realtà.”
“Se credi che io sia stato altrove pensa a dove sei stato tu.”
“Eri con me anche oggi in ufficio?”
“C’è uno specchio nel bagno degli uomini ...forse non mi hai visto? E poi uno sopra la scrivania di Rachele, quella che ogni mercoledì a pranzo ti scopi!”
“Ecco allora perché la giacca era impeccabile. Mentre quando ero da solo i risvolti perdevano di tono. Maledizione. Anche lei ha un fottuto specchietto vicino al computer.”
“È una donna . Te lo sei scordato forse ? No non penso...visti i lavoretti... È vanitosa. È anche per questo che ti piace . È figa, e sa di esserlo…”
“Come fai a saperlo? Non l’ho mai detto a nessuno. Non mi sputtano per una scopata di seconda mano. Cazzo, se è figa.”
“ehehe…paradossalmente pur non volendo sono sempre dove sei tu. Lontano forse, ma non ho bisogno di strani aggeggi per sapere quello che stai facendo.”
“Come può essere che vedi le cose che vedo io? Ti stai solo prendendo gioco di me. Eppure in casa sono solo.”
“non ti permettere. Non mi prendo gioco di nessuno. Qui se c’è qualcuno che gioca meno di tutti sono io. Io sono un fottuto risultato della tua testa di cazzo.”
"allora non scherzi."
“No non scherzo sulle cose serie …rispondi al telefono ...”
“Buona quella...mi ha solo procurato guai.”
“sta squillando ora”
“ma se è più muto di un pesce morto.”
*drinnnnnnnnn drinnnnnnnnnnn*
"Pronto, no domani non ci vengo a quella riunione per mezzeseghe"..”ma come diavolo lo sapevi?”
“.... eh l’ Ufficio…sono anche in Ufficio .. non ricordi ?”
“Dimentico troppo facilmente le cose importanti.”
“Eh già ragazzo. Per la cena di domani mi avevano già avvisato due settimane fa; e tu avevi dato piena disponibilità. Per leccare il culo a quello stronzo di filippo sei sempre bravo. Quello che a 41 anni nemmeno suonati è gia capo …vice rè ... come lo chiami tu”
“Già quello stronzo. Si fotta. Ma dove vuoi portarmi?”
“Io portarti ? Sei tu che hai iniziato, io sono 32 anni che ti seguo senza dirti A ne B . Tu fai di testa tua, mi modifichi mi plasmi e poi pretendi di rivederti uguale.”
“e perche ti sento solo adesso?”
“Solo che io, beh, mi sono un po’ rotto il cazzo. Perché solo oggi ti sei accorto di me? Oggi è successo qualcosa .... non ricordi?? a mensa.”
“Non mi dire quando ho pensato, guardami allo specchio, che sarebbe quasi ora di crescere alla mia età?”
“Decisamente, fu la mia prima frase. Eheheh…”
“Speravo fosse anche l 'ultima.”
“Non stai mica per suicidarti spero?”
“no, cristo, no. Ho solo 32 anni.”
“indi per cui - amo quest’ espressione- non è l ultima!. Ricordati bene che io sono quello che vuoi vedere non quello che vedi effettivamente. Guardati bene. Io ho la maglia verde scura. Perché ti sei rotto d portare quella camicia a righe schifosa che sa d Ufficio e in cui oggi, essendo mercoledì, hai sudato con la tipa. Quindi, tu vedi la mia maglietta ma indossi la camicia. Vedi com’è semplice. Io ho l anello che ti ha regalato Clemence per il 14 luglio quando l hai lasciata hai buttato l'anello ... ma io ce l’ho.”
“Ma se quell’anello era finito nell'oceano l’anno scorso...”
“Pero io ce l’ho. Perché tu vuoi averlo.”
- Il suo regalo di compleanno...-
“Anche se è finito nell’oceano.”
“Ora inizio a capire.”
“Fammi un favore gentilmente.”
“Cosa vuoi?”
“Chiudi le persiane, iniziano a darmi fastidio.”
“Ti fa paura il sole?”
“Sai ho gli occhi sensibili a furia di vedere tutte quelle carcasse camminare e sputarsi in faccia - in faccia a me - come tu fai qualche volta. È il sole che ha paura di me. C’ hai mai fatto caso? I suoi raggi si riflettono perché temono di essere assorbiti.”
“Fammi rivedere l anello...non credo sia lo stesso.”
“Guarda. C’è scritto 14-07-04. Dimmi se sbaglio...”
“Ci sono anche le iniziale...può essere solo lui. Va bene va bene ..ci credo..."
“Ne sono lieto.”
“Il mio riflesso che mi parla. Se lo racconto nessuno ci crede.”
“se lo credessero inizierebbero anche loro. Ti rendi conto che caos sarebbe il mondo!?! Come se non bastasse già il caos delle macchine,dei telefoni, degli stronzi che urlano, delle grida. E poi a quel punto inizierebbero a cambiare le cose. Non so se sarebbe un bene o un male. Tutti alla rincorsa di un’evoluzione in ciò che vedono. Perché è ciò che vogliono vedere credendo sia quello vero. Insomma un bel casino.”
“Non saprei. uno può immaginare di essere ciò che vuole o ciò che vede. Ma in realtà non lo è mai.”
“L’immaginazione è sempre una bella cosa - ne hai prove mercoledì ricordatelo - ma l’immaginazione non è vera.. puoi immaginare di volare; ma non per questo volo. Icaro s’è bruciato le ali senza riuscire a spiccare il volo.”
“Mi stai forse dicendo che non me la sono scopata su quella scrivania durante la pausa pranzo?”
“si quello si . Indubbiamente.”
“o eri tu a fotterla per bene?”
“Mi riferivo all’ immaginazione che avete nel farlo. preferisco il suo "riflesso" se cosi lo vuoi chiamare; è molto più eccitante.”
“E cosa fa il suo riflesso?”
“E soprattutto mi ci son voluti quei 2 anni per conquistarla. Quei 2 anni che tu lavori li. A te quanto c’è voluto?! Eh con quella faccia da bravo stronzo dannato che hai. Un mese? Forse anche meno.”
“esattamente 20 giorni.” (ghigno di soddisfazione).
“Ecco, 20 giorni per Rachele ,2 anni per la vera. Se cosi la vogliamo chiamare.”
“Il suo riflesso com’è? è meglio di lei?”
“Senz’ altro. Mi spiace , d’ altronde, che a te sia capitata la parte peggiore di quella figa. Ciò che vuole vedere Rachele è un immagine orgogliosa, decisa e che ha dignità che ha idee e non solo gambe da aprire quando conviene.”
“tutto ciò che sei tu.”
“Sono ciò che vuoi che io sia. Ricordi.”
“me la togli una curiosità?”
“Se posso.”
“Com’è essere il mio riflesso? Non deve essere semplice sopportare tutto quello che faccio.”
“In effetti non tanto le tue azioni , quanto i tuoi pensieri. Ogni singola cosa che pensi mi cambia . Prova a farti un conto di quante ore al giorno pensi. Di tutto quel tempo 90% lo pensi riferito a te stesso. Anche cosi facendo sottostimi il danno. Sei un bel casino da gestire.”
“Cosi tanto? Devo essere una bella testa di cazzo.”
“Te l’ho detto ma non mi ascolti. Però in tutti questi anni ho imparato a fare una cosa. Aspettare che ti decidi e poi considero il ventaglio di offerte garantito dai tuoi pensieri, buttando via quelli del cazzo che non saprei dove mettere se fossi un computer. Cestino l 80% dei tuoi pensieri.”
“Non è rimasto molto allora. Ma come è possibile ridursi cosi?”
“È rimasto questo che vedi perché lo vuoi vedere: sono tu in jeans e maglietta verde con l anello al pollice. Io non sono la parte del tuo cervello che ragiona sui motivi. Io sono una conseguenza esattamente come tu sei il risultato di questa società corrotta.”
“Una conseguenza che parla troppo però.”
“Starò zitto. Rispondi al telefono.”
*drinnnnnnnnnnnnnn*
“Un’altra volta? Chi cazzo è sta volta? Vediamo se indovini.”
“È Carlotta – una tipa che ti fa il filo. Cioè più che il filo, che vorrebbe tanto essere Rachele e avere la sua mano e bocca un po’ ovunque.”
“Da lei me lo faccio prendere in bocca sabato. Me la tiro ancora un paio di giorni.- "si pronto. Ah, ciao carlotta...si stavo per uscire...sai domani ho ancora da lavorare parecchio..facciamo sabato magari…sempre se mi libero.”
“Guarda sotto la finestra. T’ha chiamato che era in giro PER CASO ma in realtà è nell’auto parcheggiata dall’altra parte. quella rossa; sempre discreta.”
“Deve essere proprio partita. Tutto ciò gioca a mio favore.”
“Potevi dirle di salire ora. 2 in una giornata non è mica male come prestazione. Ricordi quand’eri pischello e con Marco e Sebastiano giocavate a fare i cretini con scommesse del cazzo. Chi trombava di più in una settimana.”
“Da quanto non pensavo a quei due. Chissà che fine hanno fatto. Non cambiare discorso. Non ci provare con me. Deve saper aspettare. Sabato avrà quel che vuole.”
“Io ti ho solo detto che hai perso una scopata. Nient’altro. Il capo ha parlato."
“che centra quel coglione adesso?”
“il coglione sei tu che decidi per lei. Lei ha già deciso per lei, tu devi decidere per te. non puoi farlo per lei e ne tantomeno darle il contentino sabato. – Avrà quel che vuole." Ma te da lei che cazzo vuoi ?
“Assolutamente niente. Se lei ha già deciso anche io l’ho fatto; e ho deciso per sabato.”
“Niente? E se non vuoi niente perché non divertirsi quando ne hai possibilità? Un’occasione persa. Che forse non ricapiterà.Ti ricordo che sabato sarai fuori città.”
“fottuta testa.”
“…come ti scordi le cose!”
“Ricordamelo prima maledizione.”
“Hai un’agenda che te lo ricorda. Ci hai speso quasi mezzo stipendio e non la usi?”
“Che razza di riflesso sei?”
“Io non posso farlo. Io sono ciò che vuoi. Tu non vuoi andare fuori questo week - end. Ma l’hai promesso. Riunione di famiglia. Non puoi mancare e probabilmente sabato sarò obbligato a seguirti, maledizione. A dire il vero avevo altri piani.”
“Tu che sei ciò che vorrei essere quindi vuoi andare alla riunione?”
“NOOO…è per spiegarti perché ora hai perso la tipa.”
“Fa pure gli anni mio nipote.”
“Ti spiace se mi verso un drink? sai com’è; ho una certa sete.”
“Preparami un rhum con ghiaccio. Poco ghiaccio.”
“Ma se il rhum ti fa schifo.”
“Voglio qualcosa di forte. Dammi del rhum.”
“Prenditelo. Io mica esco dallo specchio. Perché non le scrivi un sms?? In fondo il suo numero è ancora in memoria.”
“Dici che è il caso?”
“Non stai pensando a Rachele né a Carlotta.....Non farmi passare per idiota. IO SONO I TUOI PENSIERI PIÙ INTIMI. Guarda ho già in mano il cellulare.”
“Non farlo.”
".......Tu me manques" ....
+331.....
“Ancora ricordi il numero a memoria.”
“E se rompo lo specchio che succede? Hai pensato a questo?”
“Vivresti senza desideri e voglie?”
“No, mai. Mi stai forse dicendo che se distruggo lo specchio nel momento in cui ci sei, distruggo anche i miei desideri e le mie voglie?”
“DISTRUGGI ME. Rifletti su cosa sono io.”
“E quindi me.”
“Esattamente. Hai bisogno di me per il confronto. Hai bisogno di me per svagarti, per scappare. Hai bisogno di me per spaccarti un vaso in testa quando fai le cazzate e darti un calcio per mandarti avanti. Senza di me sei il nulla svuotato dei tuoi pensieri, senza di me non hai ragione di esistere e respirare, senza di me vivresti una vita senza più alcun tipo di emozioni; tutto apparirebbe sotto forma di ombra e tonalità di nero. Ovviamente vale anche il viceversa.”
“Mi hai sempre parlato ma la prima volte che ti ascolto sul serio mi poni di fronte a questo? Non ti sembra troppo come primo incontro?”
“Sei tu che ti poni questo.”
“Eri tu che mi spronavi nei momenti peggiori e sempre tu stavi in silenzio quando urlavo più forte?”
“URLAVI PER NON ASCOLTARTI.”
“Non volevo ascoltarmi per il semplice fatto che non sapevo cosa fare realmente e cosa volevo desiderare davvero. In fondo se mi fossi ascoltato forse anche tu saresti stato migliore.”
“È comodo fare casino per non doversi porre domande, vero? Perché una domanda esige risposta. E le risposte non sempre fan piacere.”
“Si, te l’ho detto prima cosa penso delle domande.”
“Ricordo.”
“Le risposte mi hanno sempre spaventato a tal punto da considerare la paura come una reazione troppo complicata da essere capita.”
“Fanno sempre paura. Anche se poi risultano positive, l’attesa del riceverle fa SEMPRE paura.”
“No no no. Adesso basta. Facciamola finita..."
Sto per dare un calcio allo specchio ma qualcosa mi blocca; l anello che rivedo alla mia mano.
“dimmi per l ultima volta cosa vuoi. Mi vedi? Guarda gli occhi. Sono quasi in lacrime. Lasciami in pace, cosa ti ho fatto?”
“Ma che coraggio piccola testa di rapa! Mi hai chiamato tu. Hai voluto vedermi. VEDERTI. Hai voluto che fosse così. Ora mi hai visto e abbiamo parlato. Io non voglio niente. Non posso voler niente; il potere decisionale è tuo non mio. Io non ho nessun potere. Se vuoi essere colpevole e mandante fai pure. IO SONO UNA CONDANNA. sono una conseguenza della tua condanna.”.
“credo che tu sia il mio errore più geniale.”
Il riflesso creato si alza dalla sedia, lascia sulla scrivania un anello ed esce di scena.
Rita Foldi & NiCk7
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Editing: Alexis
-Racconto di Rita Foldi [fallenfairy] & NiCk7
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