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♦Le foto sono visibili a tutto schermo cliccando sulle stesse♦
Ho il piacere di introdurre la mostra on-line di Renato Orsini, un caro amico ed un fotografo di grande levatura, che siamo onorati di ospitare sulle nostre pagine.
Le sue foto raccontano di mondi introversi ed affascinanti: percorrere i suoi lavoro significa sempre attraversare luoghi e momenti di rara intensità.
Renato, attraverso le immagini racconta il suo modo di essere e di vedere il mondo che lo circonda, attento ai particolari ed alle situazioni, con il suo "terzo" occhio colpisce sempre e cattura l'attenzione di chi osserva i suoi lavori. Magistrali i suoi scatti in bianco e nero, genere che l'Artista ama particolarmente e che conquistano immediatamente per la forza che trasmettono. Scatti ai quali va il mio plauso giacché sono tra i migliori che abbia avuto modo di vedere nel web.
Vi lascio alla visione della mostra dei suoi scatti, che attesta coi fatti l'unicità e la particolarità che li contraddistingue, molto più di quanto possano dire le mie parole, grato all'Artista che ha messo a disposizione le sue opere.
Paolo Rafficoni
Mi soffermo ad osservare le foto, l' altalenare di quelle situazioni e di quei momenti in cui la vita ci chiama ad essere Attori di noi stessi. Accanto ad ogni immagine, balzano subito all' occhio le didascalie: di volta in volta, emozioni forti...
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incanto e stupore di fronte al perpetuarsi dell' alba, di un tramonto; momenti di cruda melanconia per un sogno in cui si continua a credere,di accorato rimpianto per quegli attimi rimasti sospesi tra l' acuto desiderio di vederli esauditi e lo scoramento per l' incertezza e la staticità che li rendono così apparentemente vicini a noi, eppure irrimediabilmente distanti; mute, accorate preghiere come ultime spiagge su cui sostare in attesa di un segno, di un cambiamento che consenta di riemergere da uno stato di abbandono, di inadeguatezza, di solitudine. Una carrellata di immagini visive di sicuro impatto, accompagnate dalle straordinarie didascalie di Manuela Verbasi: didascalie che "spogliano l' anima", che rendono attoniti e si leggono con estrema attenzione, centellinate come da un calice che contenga i sentimenti, le paure, le frustrazioni, i momenti gioiosi che tutti affrontiamo o viviamo soggettivamente e, solo nel momento in cui la magistralità di chi le espone in questo modo, sortisce l' incontenibile esplosione di una consapevolezza prima ignorata. Una pagina superba per i contenuti di grande spessore! Un ringraziamento a Renato Orsini per la sua professionalità e a Manuela Verbasi per l' attenzione e la sensibilità con le quali, ancora una volta, ha saputo rendere di grande valore artistico e letterario un' altra splendida pagina su Frammenti di Rosso Venexiano.
Giulia Luigia Tatti
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Ti sognerò ogni notte, felicità
tra sentieri d'amarantina poesia
germoglio di un bacio indulgente
sul fiorire d'un sussurro veleno
ombrato d'inveterata solitudine.
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S'apre appena il cielo ai raggi, forte al cuore.
Nelle vele spiegate dal tuo vento il canto caldo
di sirene, braccia stanche e cime ben tese.
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Farfalle di vento a sciogliere ciocche bionde
profumate di limone bianco e cedro.
Voli di mani bianche a ferire il cielo
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Calice di promesse al confine d'un profilo
tra corolle di giacinti e infinità di occhi.
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Il battito irregolare è ossessione, il senso
d'un cuore a fuoco… è sgomento.
Il mio mondo ferito dentro il mondo
sofferto di fiele e martirio profuso
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Prego tremante sorrisi, di te l'amore
aspettando carne da segnare di baci.
Impoverita, impolverata, e fiera
tra fronde ombrose di malinconiche prigioni
rimuovo spilli conficcati a mano.
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Rimbalza tra le costole la mia amarezza
confusa tra ricordi di parole sorriso
ha piedi freddi la mia terra di smorfie
e sguardo scomodo di passi
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Mentre il vento sferzava
di vetro opalino il mare
riflettendo in scintillii di notte
istanti d’estasi eterna.
Di velluto i baci
su labbra dischiuse.
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Sotto la suola delle tue scarpe, la neve
sul mio sguardo, pioggia, a sospirarti ancora.
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Nell’infinito resta un mattino di mani
da aprire a carezze sulla tua faccia assente.
Strappo il tormento tra i capelli e l’asfalto
e muoio di follia d'amore incontenibile.
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Alle spalle nel deserto dei timori
lo sguardo s'addormenta all’alba
litania di grida acute in fondo agli occhi
profilo immobile del mio fiato corto
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Corre verso altri tramonti
vita distesa ad asciugare d'alba
l’orma che affonda in grida giocose.
Dentro l’inferno è dolore calmo e fiero
che frange di pioggia sotto un cielo padre
di nuove rughe ai lati degli occhi
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Senza ormeggi violo il blu sconosciuto
lascio di schiena fasci di silenzi incerti
sulla banchina delle mani buone, è già sera.
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Finestra mai più aperta,
curva scintillante in sospensione
fievole punto lontano, immolato
in nicchie d'orizzonte trasversale,
radice strappata a morsi dal cuore.
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Sono di passaggio i colori dei miei anni
nell'inverno del domani denso allo stesso modo
Il tempo cambia direzione all'eco dei momenti
trattenuti tra sussurri e sonno dentro imperfette nott.
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Sul tetto stelle delle mie prigioni
qua e là frammenti di luce bassa
macchie d'ali a mordermi labbra
incollate a nostalgie orgogliose.
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Ferita d'inverno in questi occhi rossi
del nord pungente il freddo nel vento
inghiotte saliva fra morsi di lingua, cenere,
smembrata eco, la mia disperazione.
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Sopravvivo mentre muoio lacerando
tra ricordi crocifissi nella stanza e tremo.
Non c'è rumore nel mio cuore fermo
nessuna voce, nessuna che io senta.
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Foto di Renato Orsini
-Parole di Manuela Verbasi
-Recensioni: Paolo Rafficoni e Giulia Luigia Tatti
-Editing: Manuela Verbasi, Alexis, Emy Coratti
-Staff di Frammenti
-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto
sedicifebbraioduemilanove

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Fosforo cremisi [ita]
Cinque cappotti neri sfilavano sul sentiero immerso in un’infinità di neve, chiusi sotto il cupo cielo di dicembre. Stratificati veli di grigie nuvole uccidevano la luce del sole. Le colline, il cielo, la terra, tutto era pallido, vestito di purezza, ogni sfumatura dei non-colori assisteva alla cerimonia.
I cappotti camminavano vicini, aiutandosi a vicenda a non cadere, sostenendosi sottobraccio per non crollare lungo il tragitto dietro il maestoso cavallo nero che procedeva lento. L’avevano scelta bianca la bara, come la sua anima altruista che il Tempo aveva riconsegnato alle mani degli angeli troppo in fretta e che ora, troneggiava davanti a loro.
Accoglieva il mondo addosso, mentre il mondo la lasciava andare via.
Da lì, vedevo anche te, amore mio; celavi dietro ai tuoi occhiali scuri, occhi rossi corrosi dalle lacrime acide del tuo cuore nobile. Lacrime che insistentemente cadevano. Nonostante i tentativi non potevi nascondermele, le vedevo, le sentivo su di me. Tenevi per braccio sulla tua destra, un’esile figura femminile dai capelli castani corti e dagli occhi verdi, avvolta in un lungo mantello di lana corvina. Accanto a lei, un uomo dai capelli brizzolati, la mano destra nascosta nella tasca, stringeva a sé sua moglie con la mano rimasta libera. Mamma era calma, tutte quelle medicine che aveva ingurgitato avevano fatto effetto: il suo viso era quasi impassibile, gli occhi, persi nel vuoto del bianco onnipresente. Mi seguivate camminando piano sul morbido tappeto di foglie morte che scricchiolavano sotto i vostri pesanti passi.
Sulla bara, l’unica macchia di colore: novantanove rose rosse come un cuore, pulsavano. Le stesse rose che quel giorno d’estate, al mare, avevi promesso mi avresti regalato alle nostre nozze, ora invece erano lì, stupende, sprigionavano ciò che io salutavo: la vita.
Improvvisamente, il cavallo nitrì squarciando il greve silenzio della campagna, poi si arrestò. Così, anche i cinque cappotti rallentarono. Era l’ultima fermata per me, ero giunta al mio capolinea, e loro, al confine, oltre il quale non avrebbero più potuto seguirmi, la linea gialla che non era permesso loro varcare. La neve iniziò a cadere densa, i primi fiocchi posandosi dolcemente si scioglievano sul legno, confondendosi con il suo bianco non si distinguevano più. Bastarono pochi attimi ed una soffice coperta rivestì il mio letto. Un venticello si alzò e mosse le rose, un petalo volò via ed atterrò sulla tua scarpa. Lo raccogliesti e, per proteggerlo, lo racchiudesti tra le tue mani calde mormorando parole d’odio e d’amore, parole che c’eravamo detti e ripetuti da sempre, parole che non avevamo avuto tempo di dirci.
I cappotti, immobili, fissavano disperatamente la bianca bara che scendeva piano. Mio fratello evase lo sguardo, gettò via i pensieri nel panorama, cercando di arrivare il più lontano possibile; piangeva e le lacrime si ghiacciavano. Mi rivolse il suo ultimo pensiero, e mi salutò.
Ero quasi arrivata, quando improvvisamente ti buttasti a terra, quasi a volermi impedire il viaggio. Un viaggio che sarebbe iniziato solo allora. Inginocchiato nella neve, urlasti un “no” infinito che echeggiò nella campagna, tendendo le mani verso le rose: verso la tua Rosa, quella che sapevi, sarebbe sempre rimasta Tua. Il petalo che custodivi cadde e risalì con fatica, raccolto da mani anziane che si poggiarono sulla tua spalla e ti strinsero forte. La pioggia tempestosa cancellò la neve, cadeva cruda e fredda. Dopo l’ennesimo tuono, un unico abbagliante lampo fulminò l’albero solitario in cima alla collina, spezzandolo a metà: il mio segno per te.
Lentamente, i cinque cappotti si allontanarono, con una spada nel cuore, mentre nella lontananza, l’albero bruciava ancora…
©Rita Foldi
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Le phosphore écarlate [fra]
Cinq longs manteaux noirs défilaient le long du sentier perdu dans l’infinie neige, dominés par un triste ciel de décembre. Epais voiles de gris nuages assassinaient sans pitié la lumière du soleil. Les collines, le ciel et la terre, tout était pâle, vêtu de pureté ; chaque nuance des non-couleurs assistait à la cérémonie. Les manteaux marchaient les uns à coté des autres, bras dessus bras dessous, ils s’aidaient réciproquement à rester debout, ne pas tomber, non, ils ne pouvaient pas. Ils s’épaulaient pour ne pas chuter le long de l’interminable trajet à la suite du majestueux cheval noir. Ils l’avaient choisie blanche, blanche comme son âme généreuse que le temps avait remise entre les mains des anges trop tôt, et maintenant, elle trônait devant eux.
Elle accueillait le monde sur elle pendant que le monde la laissait partir.
Et de là, je te voyais aussi, mon amour; cachés derrière tes lunettes noires, deux gros yeux rouges corrodés par les larmes acides que ton cœur noble avait versé. Larmes qui coulaient encore, et nonobstant tes tentatives de les celer, je les voyais, les sentais. Tu soutenais une mince figure féminine sur ta droite, elle avait de courts cheveux châtains et des yeux d’un vert éteint. Un homme aux cheveux argentés la serrait sur sa droite avec sa main gauche, l’autre mise au chaud de la poche. Maman était calme, les médicaments qu’elle avait avalé ayant fait effet, son visage était presque impassible, ses yeux se perdaient dans l’immense étendue blanche. Vous me suiviez lentement sur le doux tapis de feuilles mortes qui craquaient sous vos pas lourds.
Sur le cercueil, l’unique tache de couleur: quatre-vingt-dix-neuf roses rouges pulsaient comme un cœur. Ces roses, les mêmes que tu m’avais promises pour notre mariage, étaient là, splendides et éclatantes de ce que moi à présent je saluais: la vie.
Soudainement, le cheval hennit brisant ainsi le silence sourd de la campagne, puis s’immobilisa. Ainsi firent également les cinq manteaux. C’était mon dernier arrêt, j’étais arrivée à mon terminus et vous vous trouviez à la frontière, la ligne jaune que vous ne pouviez plus dépasser, vous ne pouviez plus me suivre. La neige commença à tomber dense, et bien que les premiers flocons se fussent dissouts rapidement sur le bois, il suffit de quelques minutes pour qu’une douce couverture m’enveloppe, confondant et mélangeant les deux blancs. Un vent léger s’éleva et souffla sur les roses, un délicat pétale s’envola et atterrit sur ta chaussure. Tu te baissas pour le ramasser et renfermant entre tes mains la petite tache rouge sang, tu le tenais au chaud tout en susurrant d’infinis mots de haine et d’amour, mots que nous nous étions dits et répétés toujours, mots que nous n’avions pas eu le temps de nous dire.
Les manteaux, immobiles, fixaient désespérés la bière blanche qui descendait délicatement. Mon frère détourna le regard et refugia ses pensées dans le panorama le plus lointain possible; pleurant, ses larmes se gelèrent. Il me salua, en m’adressant une dernière pensée.
J’avais presque atteint le fond quand, à l’improviste tu jetas à terre étendant les bras, comme à vouloir empêcher mon voyage. Un voyage qui commençait seulement à cet instant-là. A genoux sur la neige, tu hurlas un «non» infini qui fit écho dans la campagne, toujours tendu vers ces roses, vers cette même rose : la tienne, qui, tu savais, t’aurait appartenu pour toujours. Le pétale que tu gardais précieusement tomba à terre et remonta avec fatigue, dans de vieilles mains qui s’appuyèrent sur ton épaule et te serrèrent fort. Une pluie vigoureuse effaça la neige, tombant cruelle et froide. Après de nombreux tonnerres, de plus en plus rapprochés, un unique et éblouissant éclair fulmina l’arbre solitaire qui ornait le haut de la colline, le brisant en deux : ce fut mon signe pour toi.
Lentement, les cinq manteaux s’en allèrent avec une épée enfoncée dans leurs cœurs, alors que, dans le lointain, l’arbre brulait encore…
©Rita Foldi
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-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione: Paolo Rafficoni
-Grafica di Alexis
-Racconto di ©Rita Foldi
-Traduzione di ©Rita Foldi
-Correzioni di Dani duevitecolorate
-Editing: Manuela Verbasi, Alexis
-Staff di Frammenti
-tutti i diritti riservati all' autore, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e grafica se non autorizzati per iscritto
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